Il barone rampante – Italo Calvino (estratto)

Quando mio fratello era preso dalle sue furie, c’era davvero di che stare in ansia.
Lo vedevamo correre (se la parola correre ha senso tolta dalla su­perficie terrestre e riferita a un mondo di sostegni irregolari a diverse altezze, con in mezzo il vuoto) e da un momento all’altro pareva che dovesse man­cargli il piede e cadere, cosa che mai avvenne.
Sal­tava, muoveva passi rapidissimi su di un ramo obliquo, s’appendeva e sollevava di scatto a un ra­mo superiore, e in quattro o cinque di questi preca­ri zig-zag era sparito.
Dove andava? Quella volta corse e corse, dai lec­ci agli olivi ai faggi, e fu nel bosco. Si fermò ansan­te. Sotto di lui si distendeva un prato. Il vento bas­so vi muoveva un’onda, per i ciuffi fitti dell’erba, in un cangiare sfumature di verde. Volavano im­palpabili piume dalle sfere di quei fiori detti soffio­ni.
In mezzo c’era un pino isolato, irraggiungibile, con pigne oblunghe. I rampichini, rapidissimi uc­celli color marrone picchiettato, si posavano sulle fronde fitte d’aghi, in punta, in posizioni sghembe, alcuni capovolti con la coda in su e il becco in bas­so, e beccavano bruchi e pinoli.
Quel bisogno d’entrare in un elemento difficil­mente possedibile che aveva spinto mio fratello a far sue le vie degli alberi, ora gli lavorava ancora dentro, malsoddisfatto, e gli comunicava la smania d’una penetrazione più minuta, d’un rapporto che lo legasse a ogni foglia e scaglia e piuma e frullo.
Era quell’amore che ha l’uomo cacciatore per ciò che è vivo e non sa esprimerlo altro che puntando­ci il fucile; Cosimo ancora non lo sapeva riconosce­re e cercava di sfogarlo accanendosi nella sua esplorazione.
Il bosco era fitto, impraticabile. Cosimo doveva aprirsi la strada a colpi di spadino, e a poco a poco dimenticava ogni sua smania, tutto preso dai pro­blemi cui via via si trovava di fronte e da una paura (che non voleva riconoscere ma c’era) di star trop­po allontanandosi dai luoghi familiari.
Così facen­dosi largo nel folto, giunse nel punto dove vide due occhi che lo fissavano, gialli, tra le foglie, drit­to davanti a sé. Cosimo mise avanti lo spadino, scostò un ramo, lo lasciò ritornare piano al suo po­sto.
Trasse un sospiro di sollievo, rise del timore provato; aveva visto di chi erano quegli occhi gialli, erano d’un gatto.
L’immagine del gatto, appena vista scostando il ramo, restava nitida nella sua mente, e dopo un momento Cosimo era di nuovo tremante di paura.

Perché quel gatto, in tutto uguale a un gatto, era un gatto terribile, spaventoso, da mettersi a gridare al solo vederlo. Non si può dire cosa avesse di tan­to spaventoso: era una specie di soriano, più gros­so di tutti i soriani, ma questo non voleva dire niente, era terribile nei baffi dritti come aculei d’i­strice, nel soffio che si sentiva quasi più con la vista che con l’udito uscire di tra una doppia fila di denti affilati come uncini; negli orecchi che erano qualco­sa di più che aguzzi, erano due fiamme di tensio­ne, guernite d’una falsamente tenue peluria; nel pelo, tutto ritto, che gonfiava attorno al collo rattratto un collare biondo, e di lì si dipartivano le strie che fremevano sui fianchi come carezzandosi da sé; nella coda ferma in una posa così innaturale da parere insostenibile: a tutto questo che Cosimo aveva visto in un secondo dietro il ramo subito la­sciato tornare al proprio posto s’aggiungeva quello che non aveva fatto in tempo a vedere ma s’imma­ginava: il ciuffo esagerato di pelo che attorno alle zampe mascherava la forza lancinante degli unghielli, pronti a scagliarsi contro di lui; e quello che vedeva ancora: le iridi gialle che lo fissavano tra le foglie ruotando intorno alla pupilla nera; e quello che sentiva: il bofonchio sempre più cupo e inten­so; tutto questo gli fece capire di trovarsi davanti al più feroce gatto selvatico del bosco. Tacevano tutti i cinguettii ed i frulli.
Saltò, il gat­to selvatico, ma non contro il ragazzo, un salto quasi verticale che stupì Cosimo più che spaventar­lo.
Lo spavento venne dopo, vedendosi il felino su un ramo proprio sopra la sua testa.
Era là, rattratto, ne vedeva la pancia dal lungo pelo quasi bian­co, le zampe tese con le unghie nel legno, mentre inarcava il dorso e faceva: fff… e si preparava certo a piombare su di lui.
Cosimo, con un perfetto mo­vimento neppure ragionato, passò su di un ramo più basso. Fff… fff… fece il gatto selvatico, e ad ognuno dei fff… faceva un salto, uno in là uno in qua, e si ritrovò sul ramo sopra Cosimo. Mio fratel­lo ripetè la sua mossa, ma venne a trovarsi a cavalcioni del ramo più basso di quel faggio.
Sotto, il salto fino a terra era di una certa altezza, ma non tanto che non fosse preferibile saltar giù piuttosto che aspettare cosa avrebbe fatto la bestia, appena avesse finito d’emettere quello straziante suono tra il soffio e il gnaulio.
Cosimo sollevò una gamba, quasi fosse per saltar giù, ma come in lui si scontrassero due istinti – quello naturale di porsi in salvo e quello dell’osti­nazione di non scendere a costo della vita – strinse nello stesso tempo le cosce e le ginocchia al ramo; al gatto parve che fosse quello il momento di buttarsi, mentre il ragazzo era lì oscillante; gli volò ad­dosso in un arruffio di pelo, unghie irte e soffio; Cosimo non seppe far di meglio che chiudere gli occhi e avanzare lo spadino, una mossa da scemo, che il gatto facilmente evitò e gli fu sulla testa, sicu­ro di portarlo giù con sé sotto le unghie.
Un’arti­gliata prese Cosimo sulla guancia, ma invece di ca­dere, serrato com’era al ramo coi ginocchi, s’allun­gò riverso lungo il ramo. Tutto il contrario di quel che s’aspettava il gatto, il quale si trovò sbalestrato di fianco, a cader lui. Volle trattenersi, piantare gli unghielli nel ramo, ed in quel guizzo girò su se stesso nell’aria; un secondo, quanto bastò a Cosi­mo, in un improvviso slancio di vittoria, per av­ventargli contro un a-fondo nella pancia e infilarlo gnaulante allo spadino.
Era salvo, lordo di sangue, con la bestia selvatica stecchita sullo spadino come su uno spiedo, e una guancia strappata da sotto l’occhio al mento da una triplice unghiata. Urlava di dolore e di vittoria e non capiva niente e si teneva stretto al ramo, alla spada, al cadavere di gatto, nel momento disperato di chi ha vinto la prima volta ed ora sa che strazio è vincere, e sa che è ormai impegnato a continuare la via che ha scelto e non gli sarà dato lo scampo di chi fallisce.
Così lo vidi arrivare per le piante, tutto insangui­nato fin sul panciotto, il codino disfatto sotto il tri­corno sformato, e reggeva per la coda quel gatto selvatico morto che adesso pareva un gatto e basta.
Corsi dalla Generalessa sul terrazzo. – Signora madre, – gridai, – è ferito?
– Was? Ferito come? – e già puntava il cannoc­chiale.
– Ferito che sembra un ferito! – dissi io e la Ge­neralessa parve trovare pertinente la mia definizione, perché tenendogli dietro col cannocchiale men­tre saltava più svelto che mai, disse: – Das stimmt.
Subito si diede da fare a preparare garza e cerotti e balsami come dovesse rifornire l’ambulanza d’un battaglione, e diede tutto a me, che glielo portassi, senza che nemmeno la sfiorasse la speranza che lui, dovendosi far medicare, si decidesse a ritorna­re a casa. Io, col pacco delle bende, corsi nel parco e mi misi ad aspettarlo sull’ultimo gelso vicino al muro dei d’Ondariva, perché lui era già scomparso giù per la magnolia.
Nel giardino dei d’Ondariva egli apparve trion­fante con la bestia uccisa in mano.
E cosa vide nello spiazzo davanti alla villa? Una carrozza pronta per partire, con i servi che caricavano i bagagli sull’im­periale, e, in mezzo a uno stuolo di governanti e zie nere e severissime.
Viola vestita da viaggio che abbracciava il Marchese e la Marchesa.
– Viola! – gridò, e alzò il gatto per la coda. – Do­ve vai?
Tutta la gente attorno alla carrozza alzò lo sguar­do sui rami e al vederlo, lacero, sanguinante, con quell’aria di pazzo, con quella bestia morta in ma­no, ebbero un moto di raccapriccio. – De nouveau ici! Et arrangé de quelle facon! – e come prese da una furia tutte le zie spingevano la bambina verso la carrozza.
Viola si voltò a naso in su, e con aria di dispetto, un dispetto annoiato e sussiegoso contro i parenti che però poteva essere anche contro Cosimo, scandì (certo rispondendo alla domanda di lui): – Mi mandano in collegio, – e si voltò per salire in car­rozza. Non l’aveva degnato d’uno sguardo, né lui né la sua caccia.
Già era chiuso lo sportello, il cocchiere era in ser­pa, e Cosimo che ancora non poteva ammettere quella partenza, cercò d’attrarre l’attenzione di lei, di farle capire che dedicava a lei quella cruenta vit­toria, ma non seppe spiegarsi altrimenti che gri­dandole: – Io ho vinto un gatto!
La frusta diede uno schiocco, la carrozza tra lo sventolio dei fazzoletti delle zie partì e dallo spor­tello si udì un: – Ma bravo! – di Viola, non si capì se d’entusiasmo o di dileggio.
Questo fu il loro addio. E in Cosimo, la tensione, il dolore dei graffi, la delusione di non aver gloria dalla sua impresa, la disperazione di quell’improv­visa separazione, tutto s’ingorgò e diruppe in un pianto feroce, pieno d’urla e di strida e rametti strappati.
– Hors d’ici Hors d’ici! Polisson sauvage! Hors de notre jardin! – inveivano le zie, e tutti i famigli dei d’Ondariva accorrevano con lunghi bastoni o ti­rando sassi per cacciarlo.
Cosimo scagliò il gatto morto in faccia a chi gli venne sotto, singhiozzando e urlando. I servi rac­cattarono la bestia per la coda e la buttarono in un letamaio.
Quando seppi che la nostra vicina era partita, per un poco sperai che Cosimo sarebbe sceso. Non so perché, collegavo con lei, o anche con lei, la de­cisione di mio fratello di restare sugli alberi.
Invece non se ne parlò nemmeno. Salii io a por­targli bende e cerotti, e si medicò da sé i graffi del viso e delle braccia. Poi volle una lenza con un un­cino.
Se ne servì per ripescare, dall’alto d’un ulivo che sporgeva sul letamaio dei d’Ondariva, il gatto morto. Lo scuoiò, conciò alla meglio il pelo e se ne fece un berretto.
Fu il primo dei berretti di pelo che gli vedemmo portare per tutta la vita.

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