Il Piacere – Gabriele D’Annunzio (estratto)

Una felicità piena, obliosa, libera, sempre novella, tenne ambedue, dopo d’allora.
La passione li avvolse, e li fece incuranti di tutto ciò che per ambedue non fosse un godimento immediato. Ambedue, mirabilmente formati nello spirito e nel corpo all’esercizio di tutti i più alti e più rari diletti, ricercavano senza tregua il Sommo, l’Insuperabile, l’Inarrivabile; e giungevano così oltre, che talvolta una oscura inquietudine li prendeva pur nel colmo dell’oblio, quasi una voce d’ammonimento salisse dal fondo dell’essere loro ad avvertirli d’un ignoto castigo, d’un termine prossimo.
Dalla stanchezza medesima il desiderio risorgeva più sottile, più temerario, più imprudente; come più s’inebriavano, la chimera del loro cuore ingigantiva, s’agitava, generava nuovi sogni; parevano non trovar riposo che nello sforzo, come la fiamma non trova la vita che nella combustione.
Talvolta, una fonte di piacere inopinata aprivasi dentro di loro, come balza d’un tratto una polla viva sotto le calcagna d’un uomo che vada alla ventura per l’intrico d’un bosco; ed essi vi bevevano senza misura, finché non l’avevano esausta.
Talvolta, l’anima, sotto l’influsso dei desideri, per un singolar fenomeno d’allucinazione, produceva l’immagine ingannevole d’una esistenza più larga, più libera, più forte, «oltrapiacente »; ed essi vi s’immergevano, vi godevano, vi respiravano come in una loro atmosfera natale.
Le finezze e le delicatezze del sentimento e dell’immaginazione succedevano agli eccessi della sensualità.

Ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne e dello spirito.
Provavano una gioia indicibile a lacerare tutti i veli, a palesare tutti i segreti, a violare tutti i misteri, a possedersi fin nel profondo, a penetrarsi, a mescolarsi, a comporre un essere solo.
– Che strano amore! – diceva Elena, ricordando i primissimi giorni, il suo male, la rapida dedizione.
– Mi sarei data a te la sera stessa ch’io ti vidi. Ella ne provava una specie d’orgoglio.
E l’amante diceva:- Quando udii, quella sera, annunziare il mio nome accanto al tuo, su la soglia, ebbi, non so perché, la certezza che la mia vita era legata alla tua, per sempre!
Essi credevano quel che dicevano. Rilessero insieme l’elegia romana del Goethe: «Lassdich, Geliebte, nicht reun, dass du mir so schnell dich ergeben!… Non ti pentire, o diletta, d’esserti così prontamente concessa!
Credimi, io di te non serbo alcun pensiero basso e impuro. Gli strali d’Amore han vario effetto: gli uni graffiano appena, e del tossico che s’insinua il suo cuor soffre molt’anni; bene pennuti e armati d’un ferro aguzzo e vivo, gli altri penetrano nel midollo e subitamente infiammano il sangue.
Ai tempi eroici, quando gli dei e le dee amavano, il desio seguiva lo sguardo, il godimento seguiva il desio.
Credi tu che la dea dell’Amore abbia a lungo meditato quando sotto i boschetti d’Ida, Anchise un giorno le piacque? E la Luna? S’ella esitava, l’Aurora gelosa avrebbe presto risvegliato il bel pastore!
Ero vede Leandro in piena festa, e l’acceso amante si tuffa nell’onda notturna.
Rea Silva, la vergine regia, va ad attingere acqua nel Tevere e la ghermisce il dio…»
Come per il divino elegiopèo di Faustina, per essi Roma s’illuminava d’una voce novella.
Ovunque passavano, lasciavano una memoria d’amore.
Le chiese remote dell’Aventino: Santa Sabina su le belle colonne di marmo pario, il gentil verziere di Santa Maria del Priorato, il campanile di Santa Maria in Cosmedin, simile a un vivo stelo roseo nell’azzurro, conoscevano il loro amore. Le ville dei cardinali e dei principi: la Villa Pamphily, che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove ogni boschetto par chiuda un nobile idillio ed ove i baluardi lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza; la Villa Albani, fredda e muta come un chiostro, selva di marmi effigiati e museo di bussi centenarii, ove dai vestibili e dai portici, per mezzo alle colonne di granito, le cariatidi e le erme, simboli d’immobilità, contemplano l’immutabile simmetria del verde; e la Villa Medici che pare una foresta di smeraldo ramificante in una luce soprannaturale; e la Villa Ludovisi, un po’ selvaggia, profumata di viole, consacrata dalla presenza della Giunone cui Wolfgang adorò, ove in quel tempo i platani d’Oriente e i cipressi dell’Aurora, che parvero immortali, rabbrividivano nel presentimento del mercato e della morte; tutte le ville gentilizie, sovrana gloria di Roma, conoscevano il loro amore.
Le gallerie dei quadri e delle statue: la sala borghesiana delle Danae d’innanzi a cui Elena sorrideva quasi rivelata, e la sala degli specchi ove l’immagine di lei passava tra i putti di Ciro Ferri e le ghirlande di Mariode’ Fiori; la camera dell’Eliodoro, prodigiosamente animata della più forte palpitazione di vita che il Sanzio abbia saputo infondere nell’inerzia d’una parete, e l’appartamento dei Borgia, ove la grande fantasia del Pinturicchio si svolge in un miracoloso tessuto d’istorie, di favole, di sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri; la stanza di Galatea, per ove si diffonde non so che pura freschezza e che serenità inestinguibile di luce, e il gabinetto dell’Ermafrodito, ove lo stupendo mostro, nato dalla voluttà d’una ninfa e d’un semidio, stende la sua forma ambigua tra il rifulgere delle pietre fini; tutte le solitarie sedi della Bellezza conoscevano il loro amore.
Essi comprendevano l’alto grido del poeta: « Eine Welt zwar bist Du, o Rom! Tu sei un mondo, o Roma! Ma senza l’amore il mondo non sarebbe il mondo, Roma stessa non sarebbe Roma. » E la scala della Trinità, glorificata dalla lenta ascensione del Giorno, era la scala della Felicità, per l’ascensione della bellissima Elena Muti.

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