I guardiani del destino – George Nolfi

I guardiani del destinoVorrei sapere perche’ guardo ancora certa roba. Il cinema americano mi ha dato tanto, fino a un po’ di tempo fa quasi tutto, poi il "politicamente corretto", cancro che ha minato irrimediabilmente le fondamenta dell’Occidente, non ha risparmiato le pellicole statunitensi e non solo quelle, dal divenire manualini buonisti senza piu’ anima.
Poi accade che leggi "da un racconto di Philip k. Dick", si ha voglia di un po’ di fantascienza, Matt Damon che tutto sommato funziona, saga di Bourne esclusa, insomma ci si prova.
E’ cosi’ che ci si imbatte nella storia che vede protagonista David Norris, brillante e giovane candidato al senato, trombato per un nonnulla nella stessa giornata in cui conosce il grande amore della sua vita.
La perdera’ di vista ma la rincontrera’ fortuitamente poco tempo dopo, scoprendo nel contempo che strani individui controllano cose e persone, fatti e accadimenti.
Non gli saranno date molte spiegazioni ma non dovra’ rivedere la ragazza mai pu’ perche’ non e’ quello il suo destino e non e’ neanche da dire ma sfidera’ le entita’ ultraterrene mettendo a repentaglio per amore il suo futuro e la sua stessa esistenza.
Nel 2012 siamo ancora all’amore che cambiera’ il mondo, perche’ e’ questa e’ l’avvilente morale dell’operazione.
Di Dick ovviamente non resta nulla, giusto la suggestione nell’idea dei guardiani e francamente non saprei neppure dire a chi sia indirizzata una pellicola che non regge da nessuna parte la si guardi, vomitevolmente retorica, girata senza calore e senza anima da un George Nolfi alla sua prima esperienza da regista, gia’ sceneggiatore di roba che non brilla per intelligenza, per un’operazione sempre piu’ difficile da spiegare.
Voglio dire, con un incipit del genere, entita’ forse benigne scambiate da millenni per déi,  che regolano il nostro libero arbitrio, si puo’ fare tutto fuorche’ la solita fesseria del "all you need is love".
Si faccia un giro con "Dark city" di Proyas per capire di cosa parlo, perche’ qui lo spreco e’ insopportabile.
Damon fa il bravo ragazzo un po’ plastificato e gli riesce bene, Emily Blunt e’ finta come un vaso di Murano "made in China", mentre e’ come sempre straosferico, Terence Stamp che per quanto in un ruolo minore, svetta come un titano tra le rovine della pellicola, unica ragione per dare un senso al tempo perso.
Per il resto leggersi un "Harmony" e’ meglio.

Scheda IMDB

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