Il rito – Ingmar Bergman (script)

Capitolo 4 
Una chiesa. Il giudice dottor Ernst Abramsson è andato a confessarsi. È sudato, gonfio e molto stanco. Sono le prime ore del mattino.

GIUDICE: Credo di star per morire. 
Fa una lunga pausa, abbassa la testa e si asciuga la fronte con un fazzoletto già umido. Ansima. 
GIUDICE: È strano, ma ho paura. 
Ancora una pausa. Sembra indeciso e pieno di idee confuse su quanto voglia veramente confessare, forse è intimorito dalla sua stessa intraprendenza. 
GIUDICE: Già il fatto che io l’abbia cercato, padre, già il fatto che mi sia svegliato con un improvviso bisogno di confessarmi.

Pausa. L’angoscia lo investe con un’ondata infuocata. Chiude gli occhi e deglutisce in diverse riprese. 
GIUDICE: Prima non ho mai temuto la morte, lei capisce, padre. Io non sono credente, ho bisogno di lei non come prete, ma come essere umano. Non ho mai avuto paura di morire. Ma ora ho questa terribile certezza. Ieri, mentre rientravo a casa dopo una controversia, sono stato costretto a riposarmi sopra una panchina. Avevo la sensazione di essere già morto e sentivo dal mio corpo emanare un puzzo che non avevo mai avvertito prima. Sicuramente il caldo insolito e il mio cuore ammalato. Sono stato dal medico la settimana scorsa e lui mi ha detto che è il cuore e che dovrei riguardarmi. Ansimo facilmente e la mia vista è molto peggiorata durante gli ultimi mesi. Poi il dolore per la morte del mio vecchio padre. Tutto cambia in continuazione. Ma che dico? Dico scempiaggini. (Sorride spaventato).

Quiete. Si ode la campana di una chiesa. È un suono chiaro, quasi flebile. Si odono all’incirca quaranta rintocchi al minuto, veloci ma tenui. Il giudice trae un lungo respiro. Sembra sollevato, più calmo. 
GIUDICE: Sono completamente solo, non ho parenti, non ho amici. È una constatazione senza rimpianti, non creda che mi lagni. A differenza di buona parte degli esseri umani, sono contento della mia solitudine. In diverse occasioni ho cercato di vivere insieme a donne, bambini, amici, ma è sempre finito che ci siamo separati, più o meno feriti, sentendoci poi più o meno risollevati. Così mi sono organizzato nella mia solitudine e ho avuto l’impressione che fosse alquanto sopportabile.
Improvvisamente alcuni respiri affannosi, gli occhi si dilatano e la bocca resta aperta come quella di un pesce moribondo. Cerca di dire qualcosa, ma scuote solo la testa. 
GIUDICE: Quale orrore. Oh mio Dio, cosa devo fare? Se potessi almeno dormire. Gli uomini possono perdonarsi a vicenda, esiste una clemenza terrena, ma al di fuori di questo fragile anello di calore umano c’è solo crudeltà. Nell’eternità dell’eternità. (Calmo) La cognizione, o Dio, la cognizione! Se potessi almeno dormire. Prendo i sonniferi più forti. Ho un certo dolore alle gambe, c’è un nome particolare per questo. Se vado a coricarmi, devo subito rialzarmi e mettermi a camminare. Talvolta dormo comminando. Improvvisamente faccio delle cose, di cui non ho la minima idea.
 
La campana della chiesa ha terminato di suonare. Il giudice si guarda intorno, ascolta. Il silenzio è completo. 
GIUDICE: La sto annoiando. 
PRETE (voce) No. 
GIUDICE: Proprio ora sono alle prese con un caso, già, forse ne ha letto sui giornali. A tre artisti famosi è stato censurato un numero, da loro stessi ideato. È un’interdizione. Mi son dovuto occupare dell’istruttoria. Ma non è di ciò che volevo parlarle, non ha niente a che fare con tutto questo. La donna è interessante. È sorprendente come siano banali i grandi artisti conoscendoli da vicino. No, si tratta di qualcos’altro. 

Riflette per un lungo momento. Poi sospira e sorride in modo fatuo. 
GIUDICE: So che lei non ride di me e probabilmente ha molta pratica di casi del genere. Lei sa che le persone non credenti pregano spesso. Io prego, mi dà sollievo nella mia angoscia.

Il giudice si butta umilmente in ginocchio e congiunge le mani fissando il vuoto con gli occhi spalancati dall’angoscia. Si raschia la gola e incomincia a pregare con voce debole e alterata. 
GIUDICE: È sera, sono al buio e ho paura. Mia madre se n’è andata e ha chiuso la porta. So che nessuno mi può sentire se mi metto a gridare. Non oso scendere dal letto a causa degli animali. Devo rimanere a letto. Se mi metto a piangere per l’apprensione, ho ancora più paura.

La voce si indebolisce e diventa impercettibile. Egli suda abbondantemente. Lo sguardo erra ansioso avanti e indietro. La campana ha ricominciato a suonare. Si odono echeggiare alcuni passi sotto la volta.

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