Riflessi in un occhio d’oro – Carson McCullers

Riflessi in un occhio d'oro-libroUn’autrice impegnata sul testo di un maggiore dell’esercito statunitense in odore di omosessualita’ e della moglie peripatetica, non e’ propriamente il mio genere e sulla carta sarebbe una lettura posta in coda al seguito di una lunghissima fila.
Poi e’ vero, il soggetto e’ marginale se c’e’ chi sa raccontare una storia malgrado la McCullers non abbia l’eloquio che preferisco, aggirandosi con essenzialita’ e precisione tra le cose e le persone ma soffermandosi su particolari non sempre importanti.
Gia’ poco dopo l’inizio sbuffavo per l’errore, eppure ho proseguito e senza che il testo sparasse fuochi e fiamme, sono rimasto ugualmente invischiato nelle vicende dei protagonisti e solo la conclusione mi ha liberato dallo strano sortilegio del quale sono ancora succube.
Intima come una pièce teatrale, seguiamo dei cinque personaggi principali, l’evolversi degli eventi, il precipitare verso un rassegnato e sconvolgente nuovo livello di coscienza e se il dualismo amore-morte sara’ un netto punto d’arrivo, quella stessa duplicita’ e’ riscontrabile nell’incrocio tra le due coppie di coniugi e dal quinto componente, lo strano soldato che sara’ causa diretta ed indiretta di inizio e risoluzione della vicenda, una sorta di demone, un dio Pan che distrugge i giorni e le notti, ponendo in conflitto il conscio e l’inconscio dei personaggi.
Il ritmo del libro mi colpisce, la progressione costante marca il tempo come sabbia in una clessidra mostrandolo fuggire sino l’inevitabile conclusione che esplode come la consapevolezza che l’ultimo granello e’ perduto irrimediabilmente e al ruotare delle ampolle, nulla sara’ piu’ come prima.
La mano della McCullers e’ palesemente femminile nel definire uomini tremendamente bidimensionali eppure funzionali alla storia mentre alle protagoniste, lungi dall’essere perfette anzi degne controparti dei loro uomini, e’ riservata una comprensione, una pietas, anch’essa funzionale alla vicenda ma non di meno rivelatrice di una solidarieta’ anche umana da parte della scrittrice che usa parte delle sue vicende personali per meglio tracciare sfumature caratteriali fondamentali nei personaggi.
Per quanto faccia il gioco di qualcuno porre l’accento sulla sottotraccia omosessuale, in realta’ trovo sia un mezzo, non un fine, come ho detto persino esplosivo nella sua conclusione, in fondo vera divergenza dal film laddove John Huston il regista, per obblighi verso la sceneggiatura e non potendo rendere il dialogo interiore, ha dovuto palesare questo aspetto come preponderante sin dall’inizio.
Alla fine parrebbe un testo destinato all’anonimato eppure attrae e meglio ancora convince e l’invito e’ di superare ogni possibile perplessita’ e proseguire in una scrittura efficace e nel complesso persino avvincente.

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