L’isola (felice) che non c’e’ – Siegfried

Nelle notti e nelle giornate del maggio 2012
non è crollata solo una manciata di palazzine, capannoni e monumenti.
È crollato un sistema, è crollata un’illusione, è crollata una leggenda metropolitana.
È caduto il mito dell’isola che non c’è, della terra felicemente abitata e lavorata
e ancor meglio amministrata.

In realtà il sistema era caduto da tempo.
Le scosse, la paura, la fuga, le tendopoli, la vergogna, i morti…
sono serviti solo a diradare la foschia creata dalle polveri del crollo, quello vero.
Gli scricchiolii e il gemer delle travi si sentivano da sempre,
ma da sempre son stati ben coperti da una musica di banda,
piena di grancasse ed ottoni, di cori e solisti dalla retorica raffinata.

Fino a quando non son diventati troppo forti, i rumori dei crolli, per coprirli ancora.
E d’un tratto scopri che nell’isola felice si ruba.
Non rubano solo gli albanesi e i georgiani nelle ville…
rubano gli imprenditori, rubano gli amministratori, rubano le cooperative,
rubano i partiti di minoranza e quelli di maggioranza.

E poi scopri che nell’isola felice si fallisce.
Falliscono le aziende, falliscono gli agricoltori, gli artigiani e i negozianti.
Falliscono anche i cinesi. Le cooperative no, quelle non falliscono mai.

E ancora, scopri che crollano i capannoni, e uccidono gli operai al lavoro.
In Emilia, nel 2012, si muore al lavoro, sotto alle macerie di un capannone.
E scopri che allora, forse, non è il sistema Emilia che rende ricche e felici le persone.
Forse sono le persone, gli Emiliani, che arricchiscono il sistema e lo rendono felice.

E ti chiedi perchè, se all’Aquila crolla una palazzina è colpa degli amministratori locali,
dello stato, del sistema, dell’impresa che l’ha costruita…
e se a Medolla crolla un capannone invece, è colpa del padrone.

E ti aspetti che, anche questa volta, il crollo venga coperto da una mano di vernice
e da un paio di concerti di solidarietà… che ci vengono così bene a noi, in Emilia.

Ma è finita, l’isola non c’è.
C’è la gente. Ci sono le facce.
le grandezze e le miserie di un popolo di contadini, abituati al giogo, al lavoro e al silenzio.
Ma l’isola felice non c’è più.
Non c’è mai stata.

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