Il richiamo della foresta – Jack London (estratto 2)

Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra impresa, non altrettanto eroica, forse, ma tale da porre il suo nome di parecchie tacche più sù sul palo della fama in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente utile per i tre uomini perché fornì loro l’equipaggiamento di cui avevano bisogno; essi poterono così compiere una spedizione a lungo desiderata nel vergine Est, dove non erano ancora apparsi i minatori. La cosa nacque da una conversazione nell’Eldorado Saloon, dove i minatori vantavano i meriti dei loro cani favoriti. Buck, conosciuto come era, veniva preso di mira da quegli uomini che cercavano di esaltare i loro favoriti, e Thornton lo difendeva strenuamente. Dopo una mezz’ora, un uomo affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta carica di cinquecento libbre e tirarla; un secondo vantò seicento libbre per il suo cane; un terzo settecento.
«Poh!» disse John Thornton. «Buck può smuovere mille libbre.»
«E liberarle dal ghiaccio? E trascinarle per cento iarde?» domandò Matthewson, un re della miniera, lo stesso che aveva vantato settecento libbre.
«E liberarle, e trascinarle per cento iarde,» disse freddamente John Thornton.
«Bene,» disse Matthewson lentamente e decisamente in modo che tutti potessero sentire, «ho mille dollari che dicono che non ce la fa. Eccoli qui.» E così dicendo gettò sul banco un sacchetto di polvere d’oro grande come una salsiccia.
Nessuno aprì bocca. Qualcuno aveva risposto "vedo" al bluff di Thornton, seppure era un bluff. Egli sentì un’onda di sangue caldo salirgli al volto. La lingua lo aveva tradito: in realtà non sapeva se Buck poteva muovere mille libbre, mezza tonnellata!

L’enormità della cosa lo sbigottì. Aveva molta fiducia nella forza di Buck e spesso lo aveva pensato capace di trascinare un tale carico; ma mai come adesso aveva affrontato questa possibilità, con gli occhi di una dozzina di uomini fissi su di lui aspettando in silenzio. Inoltre non aveva mille dollari né li avevano Hans e Pete.
«Ho qui fuori una slitta che aspetta con venti sacchi di farina da cinquanta libbre,» riprese Matthewson con rude decisione; «puoi dunque approfittarne.»
Thornton non rispose. Non sapeva che dire e volgeva lo sguardo da faccia a faccia con l’aria assente di chi ha perduto la facoltà di pensare e cerca in qualche parte qualche cosa che gli rischiari le idee. La faccia di Jim O’Brien, un altro re della miniera e antico camerata si presentò al suo sguardo. Fu per lui un suggerimento che parve spingerlo a quello che mai si sarebbe sognato di fare.
«Puoi prestarmi mille dollari?» domandò quasi sussurrando.
«Sicuro,» rispose O’Brien gettando un grosso sacchetto accanto a quello di Matthewson. «Sebbene creda assai poco, caro John, che il tuo cane possa fare il colpo.»
L’Eldorado rovesciò nella strada i suoi clienti che andavano a vedere la prova. I tavoli rimasero deserti, e quelli che scommettevano e quelli che tenevano banco uscirono a vedere la conclusione della sfida e a puntare. Alcune centinaia di uomini impellicciati e con le mani coperte da mezzi guanti si raccolsero intorno alla slitta tenendosene un po’ discosti. La slitta di Matthewson, carica di mille libbre di farina, era rimasta ferma per un paio di ore e, nel freddo intenso di oltre quaranta sotto zero, i pattini avevano fatto blocco, gelando, con la neve battuta. Si scommetteva a due contro uno che Buck non avrebbe smosso la slitta. Sorse una discussione sulla parola "liberare": O’Brien sosteneva che Thornton doveva avere il diritto di liberare i pattini battendoli e lasciando poi a Buck di "liberare" la slitta dalla sua immobilità. Matthewson insisteva che l’espressione significava liberare i pattini dalla gelata morsa della neve. La maggioranza di coloro che erano stati testimoni della scommessa decise in suo favore. E allora le scommesse giunsero a tre contro uno a svantaggio di Buck.
Nessuno scommetteva per lui, nessuno lo credeva capace di tanto.
Thornton era stato trascinato nella scommessa pieno di dubbi; e adesso che vedeva la slitta concreta e solida davanti a sé, con il suo regolare tiro di dieci cani accovacciati nella neve, l’impresa gli sembrò ancora più impossibile. Matthewson raggiava giubilante.
«Tre contro uno!» proclamò. «Metto altri mille dollari a tre contro uno. Che ne dici, Thornton?»
Thornton aveva il dubbio impresso sul volto, ma il suo spirito combattivo era stato eccitato: quello spirito di lotta che aleggia sulle scommesse, non vuol riconoscere l’impossibile, ed è sordo a tutto eccetto che al richiamo a combattere. Chiamò Hans e Pete. I loro sacchi erano flosci e i tre soci poterono mettere insieme solo duecento dollari. In quel momento di magra questa somma era tutto il loro capitale, tuttavia l’arrischiarono senza esitare contro i seicento dollari di Matthewson.
I dieci cani furono staccati e Buck con i propri finimenti fu messo alla slitta. Era stato preso dal contagio dell’eccitazione e sentiva in qualche modo che doveva compiere qualche cosa di grande per John Thornton. Davanti al suo splendido aspetto si udirono mormorii di ammirazione.
Era in perfette condizioni, senza un briciolo di carne superflua: le sue centocinquanta libbre erano altrettante libbre di energia e di fierezza. La sua pelliccia aveva riflessi di seta. Lungo il collo e sulle spalle la sua criniera, sebbene in riposo, era a metà sollevata e sembrava ergersi ogni momento come se l’eccesso del suo vigore rendesse ogni crine vivo e attivo. Il largo petto e le forti gambe anteriori erano proporzionate al resto del corpo; i muscoli apparivano sotto la pelle in fasci compatti. Gli uomini palparono quei muscoli e dichiararono che erano duri come acciaio, le scommesse scesero a due contro uno.
«Signore Iddio, Signore Iddio!» balbettò un membro della più recente dinastia, un re delle Skookum Benches. «Vi offro ottocento dollari per lui, signore, prima della prova, signore; ottocento dollari così com’è.»
Thornton scosse il capo e si avvicinò a Buck. «Devi star lontano da lui,» protestò Matthewson. «Gioco libero e spazio.»
La folla si fece silenziosa; si potevano udire solo le voci dei giocatori che offrivano invano a due contro uno. Tutti riconoscevano che Buck era un magnifico animale, ma venti sacchi di farina da cinquanta libbre apparivano loro troppo pesanti per indurli ad allentare i cordoni della borsa.
Thornton s’inginocchiò al fianco di Buck. Gli prese la testa fra le mani e rimase con la gota appoggiata alla sua. Non lo scosse scherzosamente come era solito, né gli mormorò affettuose maledizioni; ma gli sussurrò all’orecchio «Se mi vuoi bene, Buck, se mi vuoi bene! …» Sussurrava così. Buck diede un guaito di zelo represso.
La folla guardava curiosamente. La faccenda diveniva misteriosa, sembrava quasi un rito magico. Quando Thornton si rialzò, Buck gli afferrò fra i denti la mano coperta dal mezzo guanto, stringendola un po’ e lasciandola poi lentamente, quasi a malincuore. Era la risposta, in termini non di linguaggio ma di amore. Thornton si trasse risolutamente indietro.
«Sù, Buck,» disse.
Buck tese le tirelle, poi le allentò per alcuni pollici. Aveva imparato a fare così.
«Va’!» risuonò la voce di Thornton, tagliente nel silenzio assoluto.
Buck si gettò verso destra concludendo il movimento con uno slancio che tese le tirelle allentate e arrestò, con una scossa improvvisa, le sue centocinquanta libbre. Il carico tremò, e disotto ai pattini si udì un leggero scricchiolio.
«Forza!» comandò Thornton.
Buck ripeté la manovra, questa volta a sinistra. Lo scricchiolio divenne rumore di ghiaccio frantumato, la slitta girò un poco su di sé e i pattini scivolarono di fianco per qualche pollice. La slitta era liberata. Gli uomini trattenevano il respiro senza accorgersene.
«E adesso, mush!»
Il comando di Thornton scoppiò come un colpo di pistola. Buck si spinse in avanti tendendo le tirelle con un rude strappo. Tutto il suo corpo era raccolto e compatto nel tremendo sforzo, i muscoli si torcevano e si annodavano come esseri vivi sotto la pelliccia di seta. Il suo largo petto toccava quasi la terra, la testa era tesa in avanti e in basso, le zampe si muovevano impetuose, le unghie scavavano la neve indurita in lunghi solchi paralleli. La slitta tremò e ondeggiò quasi, cominciando ad avanzare. Una zampa di Buck scivolò e un uomo diede un alto gemito. Poi la slitta si mosse avanzando come in una rapida successione di scosse sebbene in realtà non si arrestasse mai… mezzo pollice… un pollice… due pollici… Le scosse diminuirono sensibilmente; via via che la slitta acquistava velocità, Buck le attenuava, finché il movimento divenne continuo.
Gli uomini trassero il fiato e ripresero a respirare senza immaginare che per un momento avevano smesso. Thornton correva dietro la slitta incoraggiando Buck con brevi e gioiose parole.
La distanza era stata già misurata, e quando la slitta si avvicinò alla catasta di legna che indicava la fine delle cento iarde cominciò a levarsi un applauso che divenne sempre più forte e che si trasformò in un’acclamazione quando la slitta superò la catasta e si fermò al comando. Tutti si abbandonavano all’entusiasmo, perfino Matthewson. I cappelli e i mezzi guanti volavano nell’aria. Gli uomini si scambiarono strette di mano senza badare con chi e traboccavano di allegria in una confusione generale.
Thornton cadde in ginocchio accanto a Buck; aveva la sua testa contro la testa di lui e lo scuoteva avanti e indietro. Quelli che erano accorsi lo udirono maledire Buck, e lo maledisse a lungo, con fervore, dolcemente e amorosamente.
«Signore Iddio, Signore Iddio!» cincischiò il re di Skookum Benches. «Vi dò mille dollari per lui, mille dollari, signore… mille e duecento, signore.»
Thornton si alzò in piedi; aveva gli occhi bagnati e le lacrime scorrevano liberamente lungo le sue gote. «Signore,» disse al re di Skookum Benches, «no, signore. Potete andare all’inferno, signore. È tutto quello che posso fare per voi, signore.»
Buck prese fra i denti una mano di Thornton. Thornton lo scosse avanti e indietro. Come animati da un comune impulso, gli spettatori si trassero a rispettosa distanza; e non furono più tanto indiscreti da turbarli.

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