Così vicino, così lontano. La storia di Ian Curtis e dei Joy Division – Deborah Curtis

Così vicino, così lontanoNon fosse stato un regalo di cari amici, non avrei mai comprato questo libro. E avrei sbagliato.
L’ex moglie che quindici anni dopo la scomparsa del celebre marito scrive un memoriale, puzza troppo di espediente per raccattare un po’ di soldi sfruttando il ricordo di chi non ha piu’ modo di difendersi e controbattere, senza considerare poi che e’ incredibile a quanti emeriti sconosciuti si lasci fare letteratura col solo titolo di avere un passato.
Il ghostwriter e’ sempre in agguato e trovo che usarlo sia un’infamia alla pari delle menzogna.  Non penso che le cose siano andate cosi’ ma pur non escludendo affatto l’utilizzo di un soggetto esterno, almeno devo dire che e’ qualcuno che conosce bene il suo mestiere.
Debbie Curtis, moglie di Ian Curtis, suicida nel 1980 appena ventiquattrenne e per quei pochi che non lo sapessero, frontman dei Joy Division, gruppo seminale che con la loro musica seppero tra i primi traghettare punk, industrial e sonorita’ elettroniche verso i lidi new wave e dark del decennio successivo.
La loro importanza nell’imporre uno stile sonoro e non di meno letterario ed immaginifico grazie ai testi dello stesso Curtis, e’ innegabile e riconosciuta al punto che la memoria resta vigile ed intatta anzi rinvigorita da nuove pubblicazioni e celebrazioni quale fu "Control" lo straordinario film di Anton Corbjin.
Parliamo quindi di un personaggio che deve comunque destare interesse, perche’ senza alcun dubbio ebbe una vita che merita di essere ricordata e raccontata. Chi meglio quindi della moglie, sua coetanea e giovane sposa appena diciannovenne, puo’ raccontare quale furono i trascorsi della loro storia che inevitabilmente si intreccia con gli esordi della band e l’evoluzione di una persona che troppo presto decise di togliersi la vita.
L’aspetto piu’ curioso e peculiare della vita di Curtis, e’ appunto una sorta di predestinazione al suicidio o meglio una ricerca della morte che fin da ragazzo si manifestava nelle sue scelte letterarie e nell’ammirazione nei confronti di giovani rockstar che a loro volta persero la vita molto presto. Annuncio’ con largo anticipo l’intenzione di non volere andare oltre i vent’anni, come del resto fu determinato a raggiungere il successo, una luminosa visione del futuro che lo attendeva. Fu un ragazzo fragile, insicuro eppure dotato e deciso, minato purtroppo da gravi problemi di salute, l’epilessia, che ebbe un peso importante per il gesto che in seguito ando’ a compiere.
La moglie lo racconta con straordinaria lucidita’ scevra da ogni retorica celebrativa anzi evidenziando idiosincrasie e manie che danno uno speciale spessore al personaggio complesso che fu.
Il difetto o meglio dire la mancanza piu’ evidente e’ proprio in quell’ultimo anno di vita di Curtis che coincise col veloce ascendere la scala del successo. In questo periodo il cantante di fatto escluse la moglie dalla propria vita, anche per via della bambina piccola ma in special modo per l’intensificarsi del rapporto con Annik Honoré, nuovo e ultimo tormentato amore.
Alla fine si resta con ottimo libro per quanto incompleto e angolato nella visione. Aiutano molto i testi con traduzione e come accade in queste occasioni, fare luce sulla propria storia serve a fare luce anche su se stessi, ovviamente per chi c’era.

6 Responses to Così vicino, così lontano. La storia di Ian Curtis e dei Joy Division – Deborah Curtis

  1. Pingback: Control – Anton Corbijn | Ultima Visione

  2. skunkyli scrive:

    Ce l’ho lì sullo scaffale da tempo immemore! Prima o poi mi cimento anche io!

  3. Midnightsun scrive:

    a me è sembrato il memoriale del fallimento di una ragazzina che giocava a fare la donna idolatrando un uomo che non ha mai capito e di conseguenza il suo amore morboso resta intrappolato in una bolla di sapone esule dalla realtà della loro vita stessa.
    Non ho trovato alcun equilibrio emozionale nel suo racconto perchè passa appunto dall’esposizione della sua devozione verso il marito al denigrante disprezzo dei difetti dello stesso tornando poi seduta stante all’esaltazione dei suoi doveri di moglie.

    • C’e’ del vero in quanto dici ma serve considerare che al momento dei fatti, era a tutti gli effetti una ragazzina che una figlia ha costretto a crescere. Non vedo nel suo amore morbosita’ o meglio l’amore implica comunque un forte senso del possesso del partner e anzi trovo piu’ in lui un modo quantomeno anomalo di considerare il rapporto con la madre di sua figlia, ricordiamolo sempre, sintetizzabile in quel “ma tu ami lei”, “Si ma cosa centra” della sua risposta. All’opposto leggo invece neppure tanto tra le righe, un astio comprensibile per chi ti ha abbandonato appena ventenne con una bambina piccola.
      Se c’e’ accondiscendenza e’ nel conservare sul piedistallo una figura che in fin dei conti ti da’ ancora da mangiare a distanza di anni…

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