L’ultimo teorema – Arthur C. Clarke, Frederik Pohl

L'ultimo teoremaRecupero questo Urania uscito esattamente un anno fa, per tantissime ragioni.
Rileggere ancora Clarke e’ ovvio, nel dolore e nell’emozione del suo ultimo romanzo che approvo’ nella stesura definitiva solo pochi giorni prima di morire nel Marzo del 2008. Eccezionalmente causa motivi di salute, collaboro’ con l’amico e collega Pohl che sviluppo’ la cinquantina di pagine gia’ scritte e aiuto’ a completarlo.
Anche Pohl e’ scomparso nei primi giorni dei Settembre di quest’anno e inevitabilmente cio’ accresce il senso di smarrimento nel vedere giorno per giorno sgretolarsi sotto il peso del tempo, le basi stesse sulle quali si e’ fondato il proprio sapere e il proprio piacere.
Con questo numero inoltre, la collana si e’ riconfigurata nella nuova bellissima veste celebrando i 60 anni di vita e insomma, un libro speciale davvero.
Storia di Ranjit Subramanian, giovane e dotatissimo ragazzo dello Sri Lanka, che trovando una dimostrazione al Teorema di Fermat, possibile negli anni della sua formulazione, dopo una serie di vicissitudini e divenuto una star mediatica mondiale, sposa la ragazza che ha sempre amato, genera due figli meravigliosi e diversamente dotati in un mondo che con metodi non troppo ortodossi, sta avvicinandosi ad un era senza guerre e conflitti.
Tutto questo sullo sfondo di una minaccia aliena intenzionata a spazzare il genere umano dalla faccia dell’universo. La conclusione sara’ comunque idilliaca. Terminati antefatto e sinossi, le note dolenti.
Come raramente mi e’ capitato, sono negativamente colpito praticamente su ogni aspetto del romanzo.
Sulla carta nulla poteva andare male con due ammiragli come Clarke e Pohl al comando.
L’esperienza, l’arte di due decani del genere, la realizzazione ultima che poteva essere summa e celebrazione per entrambi eppure qualcosa s’e’ clamorosamente abissato.
Come due fluidi che non si mescolano, il prodotto e’ disomogeneo e disordinato, perdendo le peculiarita’ tecniche di entrambi ma c’e’ molto altro che non funziona. A tratti pare una biografia inventata ma il respiro si allarga inutilmente a definire una saga dell’umanita’ o forse del cosmo tutto, fallendo comunque in ogni direzione ci si sposti e non si sa bene quale sia lo scopo finale, ottenendo al massimo un ripetersi di situazioni gia’ lette e oramai depotenziate.
Si trovano nel libro i temi cari ad entrambi, alieni padri e padroni, utopie di un mondo migliore attraverso la tecnologia per Clarke, scienza e matematica per Pohl, un insieme fenomenale che pero’ non funziona. Stile inutilmente didascalico per un libro che non vuole essere didattico per ragazzi eppure pesante nell’inutile spiegazione di tecnica e matematica, superflui ai fini del racconto.
Protagonisti e situazioni non hanno nulla a che fare con la realta’, da un lato con un susseguirsi di fatti spesso slegati, idealizzati e improponibili in una novella per lettori adulti, oltre a caratterizzazioni da cartone animato buonista. Temo purtroppo che per due scienziati novantenni e occidentali, cercare di dare un volto ed un pensiero ad un adolescente orientale, sia stata una impresa impossibile. Ranjit e comprimari sono irreali nel momento in cui vengono costruiti dal ricordo troppo lontano nel tempo di due uomini che dell’adolescenza e delle scoperte e difficolta’ ad essa legata, possono solo avere un vago sentore molto idealizzato.
Umani e non umani si muovono sullo sfondo come macchiette, una specie di pessima imitazione o estrema razionalizzazione, non di cio’ che potrebbe accadere ma di quanto si vorrebbe che fosse.
Alla fine una potenziale grande epopea si riduce ad un polpettone di luoghi comuni in stile sussidiario scolastico.
Nulla si toglie alla grandezza dei due scrittori, la loro firma nella storia l’hanno gia’ lasciata.
Questo resta un saluto dolce a chi ci ha dato tanto e non c’era gia’ piu’, col libro ancora da terminare.

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