La vita agra – Luciano Bianciardi (estratto)

Succede sempre, in tempi di guerre e di rivoluzioni, che un uomo e una donna si amino subito, senza le usuali trafile del corteggiamento, della parte in casa e delle nozze col velo. Perciò quella sera, dopo la dimostrazione, Anna rimase con me, e prese sonno all’alba nel letto di Carlone, che per l’appunto era andato a Terontola a fare un servizio sull’appoderamento della val di Chiana e sul museo etrusco di Cortona. E come succede in tempo di guerre e di rivoluzioni, tutti e due avevamo ansia di sapere e di fare tutto in fretta, quasi che fra un mese, una settimana, domani, non ci fosse più tempo.
Al mattino non ebbe cuore di riprendere il treno, e mangiammo insieme alla latteria sotto casa, e poi mi sembrava che via della Braida fosse soltanto nostra. Anche se poi dovette partire, eravamo certi tutti e due che presto sarebbe ritornata, e da allora non facevo che aspettarla, contando i giorni e le ore che ci separavano: andavo alla stazione col cuore in tumulto, e me la portavo subito a casa, finché un giorno concludemmo che non poteva più partire, e che Carlone invece poteva benissimo sistemarsi nell’altra camera con Ugo e Mario, lasciando a noi due la più grande.
Ora, io sono certo di avere avuto in sorte, durante la mia vita, un privilegio che è toccato a ben pochi: che io sappia ad Abelardo – mutilazione finale a parte – al Molinari Enrico di New York e alla mezzala sudamericana Cherubino, pare, da quello che ne dicono gli sportivi la sera al caffè, astiosi contro di lui per cecità e per invìdia. Ed ecco perché io non sento il bisogno di intervenire nei dibattiti sull’erotismo, in letteratura e dove che si sia, scomodando la Sìnngebung e l’epoche.
Non ricorremmo mai, Anna ed io, alle macchine orgoniche. Non ci chiedemmo mai se al momento della ricreazione, l’interno della presentificazione si presentifìcasse in una nuova presenza, che fosse a sua volta ripresentificabile non nella memoria, ma soltanto in un nuovo atto creativo.

O se nell’atto sessuale ciascuno di noi si conoscesse come nascita del mondo in sé e ritrovamento dell’altro in sé e di sé nell’altro.
Infatti oggi parlano così gli esperti. Altri numerosi tecnici del ramo vanno dicendo che la nostra civiltà d’oggi vive all’insegna del sesso. L’insegna, sì, il segno, l’ideogramma, il paradigma, il facsimile.
Dicono: guardate come oggi per vendere un’aranciata la si accoppia a un simbolo sessuale, e così un’auto, un libro, un trattore persino. A un simbolo, certo, ma non al sesso reale. Un simbolo che funziona in vista di qualche altra cosa. Tu, dicono in sostanza, desidererai il coito per arrivare a. Mai il tuo desiderio, dioneliberi, sia per il coito in sé. Deriva da qui l’attivismo ateleologico della civiltà moderna, da qui deriva, aggiungiamo pure, lo scadimento della professione meretricia.
Come il tornio e la macchina da (per, anzi, se vogliamo accettare la correzione dei venditori d’ogni livello al soldo del marchese d’Ivrea, pallidi ed efficienti come tanti valvassini) come il tornio, dicevo, come la macchina da (per) scrivere non sono beni in sé, ma mezzi e strumenti per arrivare al denaro, così il prostituirsi non è mestiere, che si ama e si pratica perché bello, ma daccapo un mezzo e uno strumento per procurarsi denaro.
Quindi il metallurgico odia il tornio, io odio la macchina, forse più dei valvassini del marchese d’Ivrea, e la prostituta odia il coito.
La riduzione di fine a mezzo, qui e altrove, aliena, integra, disintegra, spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l’incomunicabilità, e così viene fuori l’uomo-massa e la prostituta moderna, nelle sue varie sottospecie di cortigiana, mondana, amante, ganza, mignotta, zoccola, druda, ragazza-squillo, passeggiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverona e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine negli stradoni bui di periferia, a notte.
Mai puttana però, secondo vorrebbe la parola antica che indicava, quando c’era, il mestiere. Non a caso la donna innamorata, accaldata, linfante, si glorierà di quest’antica parola corporativa e ti dirà, nel momento supremo, fastigioso, quando si allentano i nessi del vivere secondo paradigma – e allora i simboli svaniscono lasciando soltanto la realtà reale – ti dirà di sentirsi puttana.
Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell’evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all’attivismo vacuo.
Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.
Un simbolo sempre ritrovato, nelle apparenze, e che la gente accetta senza discutere: altrimenti come spieghereste le fortune delle diete dimagranti, del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la donna arrivista, attivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante e negata quindi al coito verace? E infatti essa già mira alla fecondazione artificiale e magari alla gravidanza in vitro, ove vaghezza la punga di maternità, e insieme mira a ridurre il maschio un pecchione inutile.
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l’incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne. Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
Provate questa sorta di predicazione (evitando tuttavia di chiamarla educazione sessuale, altrimenti addio i miei limoni e buonanotte al secchio) e avrete ogni anno un certo numero di coppie estinte per consunzione da eccesso di coito. Lo so bene. Ma i casi mortali sarebbero pur sempre meno d’un decimo di quelli oggi provocati dai doppi sorpassi in terza corsia, o dallo smog, o dalle malattie cardiocircolatorie.
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna.
E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe il suo bel prato, e lì s’intratterrebbero, da stelle a stelle, due trecento coppie di copulanti, sullo sfondo del cielo terso, durando lo strillare delle cicale, ma senza ventilazione di ninfe biancovelate, con accompagnamento dei cori che vanno eterni dalla terra al cielo, e in un angolo, gialla, ferma, inattiva, una macchina trebbiatrice della premiata ditta Cosimini di Grosseto.
Lo so, finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l’unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l’insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l’auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmeno giocare a biliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l’uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramammillare, subascellare, praticare l’irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilingo e il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo della costa adriatica, abbandonati al ritmo delle onde e delle correnti, anche a rischio di toccare l’orgasmo già in acque territoriali jugoslave; negli scompartimenti di seconda sulla linea di Sarzana, al cinema dietro le tende delle uscite di sicurezza, per le scale di casa (coi piedi su due gradini diversi, ove trattisi di donne zoppe, neanche esse escluse dai festeggiamenti), dentro le cabine degli ascensori, nei capanni della spiaggia di Rimini, in acque salse poco oltre la battigia e frammezzo ai bagnanti, sul piedistallo delle statue di Pomona, nei palchetti della Scala recubando sulla pelliccia pagata dal Bubù; nei vomitoria dell’arena di Verona, fra le rovine della cittadella di Pisa, e finalmente sulla poltrona padronale del padrone Timber Jack, lasciandovi a dispetto e a prova i segni d’una eiaculazione ritardatissima.
Poche persone, ripeto, hanno sinora inteso queste cose: Abelardo, ripeto, il Molinari Enrico di New York, la mezzala Cherubino e io.
Non D. H. Lawrence, che stravide tutto tirando a indovinare, non Ovidio, che ci diede soltanto una galleria di positure da bordello, non il povero Fausto Coppi, troppo tafanato com’era dalla sfortuna e dal gran bisogn di dané.
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene.
Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società: fittacamere, portinaie, camerieri di albergo, segretarie di redazione, colleghi di ufficio, vigili urbani, questurini, preti, sociologi, radicali, comunisti, levatrici, banche, fornitori, enti nazionali, tutti li avrà contro.
Son cose queste che soltanto adesso, io, e con visibile sforzo, riesco a mettere sulla carta ed esprimere a parole, ma le scoprimmo vivendole, Anna e io, in quelle due prime settimane o così di continuo intercorso sessuale, con l’eccezione del tempo dedicato all’alimentazione, al sonno ed eventualmente al lavoro.
Ma subito, come ho detto, ce li trovammo tutti contro, e primo il dottor Fernaspe, che infatti mi licenziò.

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