Cosmopolis – Don DeLillo (estratto 2)

Cosmopolis – Don DeLillo (estratto 1)
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Si stava divertendo. Adolescenti in skateboard ricoprivano di graffiti le insegne pubblicitarie sulle fiancate degli autobus. Il topo di polistirolo si era rovesciato e i poliziotti procedevano in file serrate dietro scudi di plastica, uomini in elmetto la cui risolutezza totalitaria strappò a Kinski qualcosa che parve un sospiro.
I dimostranti stavano scuotendo la macchina. Lui guardò Kinski e sorrise. La Tv mostrava primi piani di volti irritati dai gas urticanti. Lo zoom riprese un uomo che si gettava con il paracadute dalla cima di una torre li accanto. Paracadute e uomo erano anarchicamente rosso-neri, e l’uomo esibiva il pene dipinto con gli stessi colori. La macchina veniva sbatacchiata avanti e indietro. I fucili spararono candelotti lacrimogeni e i poliziotti si gettarono in mezzo alla folla, il volto coperto da maschere con doppia camera di filtraggio uscite da un fumetto letale.
– Tu sai cosa produce il capìtalismo. Secondo Marx e Engels.
– I suoi seppellitori, – disse lui.
– Ma questi non sono i seppellitori. Questo non è altro che il libero mercato. Questa gente è un’invenzione del libero mercato. Non esistono fuori dal mercato. Non possono starne fuori. Non esiste un fuori.
La telecamera seguì un poliziotto che rincorreva un giovane in mezzo alla folla, un’immagine che sembrava allontanarsi sempre più dal presente.
– La cultura del mercato è totale. Questi uomini e queste donne sono un suo prodotto. E sono necessari al sistema che disprezzano. Gli forniscono energia e definizione. Sono manovrati dal mercato. Vengono scambiati sui mercati mondiali. È per questo che esistono, per rinforzare e perpetuare il sistema.
Guardò la vodka oscillare nel bicchiere di Kinski mentre la macchina dondolava avanti e indietro. C’erano dimostranti che picchiavano contro il cofano e i finestrini. Vide Torval e le guardie del corpo spazzarli via dallo chassis. Pensò per un attimo al tramezzo dietro l’autista. Aveva un’intelaiatura di cedro in cui era inserito un frammento di scrittura cufica ornamentale su pergamena, tardo decimo secolo, Bagdad, inestimabile.
Lei strinse la cintura di sicurezza.
– Devi capire. Lui disse: – Cosa?
-  Più l’idea è visionaria, e più gente si lascia dietro. Questo è il succo della protesta. Visioni di tecnologia e ricchezza. La forza del cybercapìtale che manderà la gente a morire nelle fogne in mezzo al vomito. Sai qual è il difetto della razionalità umana ?
Lui disse: – Quale?
– Che finge di non vedere l’orrore e la morte con cui si concludono le sue macchinazioni. Questa è una protesta contro il futuro. Vogliono tenere a distanza il futuro.
Vogliono normalizzarlo, impedirgli di sommergere il presente.

C’erano macchine in fiamme lungo la strada, metallo sfrigolante e scoppiettante, e figure inebetite che vagavano al rallentatore, tra ondate di fumo, in mezzo alla massa di veicoli e corpi, e dappertutto altri che correvano, e un poliziotto a terra, genuflesso, davanti a un fast food.
– Il futuro è sempre qualcosa di integro e uniforme. Nel futuro saremo tutti alti e felici, – disse lei. – Ecco perché il futuro fallisce. Fallisce sempre. Non potrà mai essere il luogo crudele e felice in cui vogliamo trasformarlo.
Qualcuno scagliò un bidone dell’immondizia contro il lunotto posteriore. Kinski trasalì, ma in modo impercettibile. Poco più a ovest, sull’altro lato di Broadway, i dimostranti costruivano barricate con copertoni in fiamme. Sin dal principio era sembrato che avessero un piano, una meta prestabilita. I poliziotti sparavano proiettili di gomma in mezzo al fumo, che cominciava ad alzarsi fin sopra i cartelloni pubblicitari. Altri poliziotti si fermarono li accanto, per aiutare l’unità di sicurezza a proteggere la macchina. Eric non sapeva come si sentiva davanti a questo.
– Quando capiremo che l’era globale si è ufficialmente conclusa ?
Eric aspettò.
-  Quando le limousine allungate cominceranno a sparire dalle strade di Manhattan.
Alcuni uomini stavano orinando contro la macchina. Alcune donne lanciavano bottiglie piene di sabbia.
– Questa è rabbia controllata, direi. Ma cosa succederebbe se sapessero che dentro la macchina c’è il boss della Packer capìtal?
Kinski aveva parlato in tono maligno, con una luce negli occhi. Gli occhi dei dimostranti brillavano in mezzo alle bandane rosse e nere che portavano sul viso e sulla testa. Eric li invidiava? I finestrini antiproiettile erano segnati da crepe sottili, e forse pensava che gli sarebbe piaciuto essere là fuori, a fracassare e distruggere.
– Lavora con te, questa gente. Agisce in base alle tue premesse, – disse lei. – E se ti uccideranno sarà solo perché tu glielo permetterai, con la tua mite acquiescenza, per enfatizzare ancora di più l’idea che ci domina tutti.
– Quale idea ?
Il dondolio si fece più intenso, e lui la guardò seguire il bicchiere da una parte all’altra prima di riuscire a bere.
– Distruzione, – disse lei.
Su uno schermo vide alcune figure scendere lungo una superficie verticale. Ci mise un po’ a capire che si stavano calando giù per la facciata dell’edificio di fronte, dove scorrevano le notizie di borsa.
– Sai cosa hanno sempre sostenuto gli anarchici.
– Si.
– Dimmelo, – disse lei.
– L’impulso di distruzione è un impulso creativo.
– Questo è anche il marchio di fabbrica del pensiero capitalista. Distruzione forzata. Le vecchie industrie vanno rigorosamente eliminate. I nuovi mercati vanno rivendicati con la forza. I vecchi mercati vanno risfruttati.
Distruggere il passato, creare il futuro.
Il suo sorriso era impenetrabile, come al solito, e un piccolo muscolo le guizzava all’angolo della bocca. Non era solita manifestare simpatie o avversioni. Eric aveva sempre creduto che non ne fosse capace, ma adesso pensò che forse si era sbagliato.
Stavano ricoprendo la macchina di vernice spray mentre eseguivano piroette con lo skateboard. Sull’altro lato della avenue gli uomini appesi in cordata cercavano di sfondare le finestre con i
piedi. La torre portava il nome di una grossa banca d’affari, scritto a caratteri sobri sotto un’enorme mappa del mondo, e le quotazioni di borsa danzavano nella luce calante.
Ne avevano arrestati parecchi, gente di quaranta nazionalità diverse, teste insanguinate, passamontagna in mano. Non volevano mollare il passamontagna. Vide una donna togliersi il passamontagna, strapparselo via imprecando, mentre un poliziotto le pungolava le costole con il manganello, e farlo oscillare all’indietro, colpendo la visiera dell’elmetto mentre uscivano dal campo della telecamera, e tutti gli schermi sussultarono al sollevarsi dell’auto.
D’un tratto scorse la propria immagine trasmessa in diretta dallo schermo ovale sotto la spycam. Passarono alcuni secondi. Si vide sussultare spaventato. Passò altro tempo. Si sentiva sospeso, in attesa. Poi ci fu un’esplosione, cupa e fragorosa, abbastanza vicina da consumare tutte le informazioni intorno a lui. Un sussulto di spavento. Subito diffuso in tutta la folla. La frase faceva parte del gesto, l’espressione familiare, tradotta nel movimento della testa e degli arti. Un sussulto di spavento. La frase riecheggiava nel corpo.
La macchina smise di oscillare. C’era una diffusa sensazione di raccoglimento. Adesso tutti quanti là fuori erano vincolati a un secondo livello di scontro.

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