Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall’Est Europa – Bologna 15-02-2014

Il piedistallo vuoto-2Come non vedere, sentire, immaginare il vuoto lasciato in Russia da settant’anni di comunismo? Non e’ una questione politica, non soltanto certo e neppure una considerazione di merito ma un regime oligarchico che ha retto le corde del mondo per tutto questo tempo, e’ restato dentro le cose come nelle persone, nei libri ma ancor piu’ nei ricordi, nei gesti, nelle abitudini, nel modo di pensare e vedere.
Come la Russia sia cambiata in questi ultimi venti anni dopo la caduta del muro, e’ davanti agli occhi di tutti ma e’ piu’ difficile vedere cio’ che ora manca, perche’ meno visibile e percepibile a primo acchito ma non meno importante e significativo.
Ecco, la mostra si prefigge proprio questo, mostrare cioe’ il vuoto di un sistema politico venuto improvvisamente a mancare ma soprattutto mostrare che questo vuoto non si limita alla struttura sociale ma al modo d’intendere ogni aspetto della vita, dalla politica, all’arte, in un continuo tentativo di colmare l’assenza attraverso rielaborazioni o nuove implementazioni.
Confesso che leggendo le varie schede informative in preparazione della visita, questa idea di separare la mostra in due sezioni, Teatro dei Gesti e Archeologia delle Cose, non mi e’ stata chiara fino al momento in cui, una volta entrato e a contatto con le opere, tutto quanto si e’ rivelato in un lampo.
Il piedistallo vuoto-1Se da un lato esiste una fisicita’ dell’assenza che i piedistalli coi simboli del passato regime rimossi o sostituiti sono il miglior esempio possibile, dall’altro c’e’ il tempo che passa e le giovani famiglie ritratte un tempo sotto quegli stesso monumenti, ora sono anziane coppie con figli piu’ vecchi dei loro genitori quando fecero le foto. Non e’ soltanto tempo che scorre, e’ vita che cambia, un adattarsi continuo che riflette l’istinto di conservazione della specie, l’animale sociale che muta per sopravvivere alle sue stesse regole.
Tutta la sezione Teatro dei Gesti, altro non e’ che la ricerca di un metodo per colmare vuoti e distanze, sistemi diversi che prevedono il riempire posti vacanti come ci accoglie all’ingresso la sedia vuota con abito pronto da indossare di Ondak, recupero e ricontestualizzazione, la ricerca di nuovi gesti per comunicare del video di Jaan Toomik, nel futuro anteriore di Kusmirowski, la reinvenzione dell’arte di Oganyan o la celebre stella a cinque punte autoinflitta dalla Abramvic sul proprio ventre che cristianamente carica su di se le colpe del proprio mondo mostrando l’essenza dei suoi simboli.
L’Archeologia delle Cose vuole recuperare la materia mutandola per i nuovi bisogni come i caldi tappeti di Djordjadze inseriti in un mondo freddo e scomodo, le immagini della Feriancova che scivolano in un oblio da spezzare col ricordo o i simboli di nazione che bruciano e si ricreano in un loop infinto che Cantor insegue con la forza inusuale che un proiettore in 16mm possiede in questa epoca elettronica.
Complimenti quindi a Marco Scotini il curatore per una mostra che racconta di terre e di uomini in un modo diverso e intelligente, piu’ efficace di tante inutili analisi che imperversano su libri e quotidiani.
Il solo appunto che mi sento di rivolgere, piu’ una piccola delusione che altro, e’ stata l’impossibilita’ di entrare nella sala video per via di una programmazione non sempre attuabile durante lo svolgersi della mostra, scelta che per i non residenti, puo’ essere penalizzante.
Consiglio comunque l’acquisto del catalogo. Ben realizzato e documentato, al quale manca solo il colore per essere perfetto.

Scheda Artefiera

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