Una semplice domanda – Ernest Hemingway (racconto completo)

Fuori, la neve era più alta della finestra. La luce dei sole entrava dalla finestra e faceva risplendere una carta geografica appesa alle tavole di pino che formavano la parete della baracca. Il sole era alto e la luce entrava scavalcando il banco di neve. Lungo il lato aperto della baracca si era formata una trincea, e ogni giorno di bel tempo il sole, battendo sul mu¬ro, rifletteva il calore sulla neve e allargava la trincea. Era marzo inoltrato. Il maggiore sedeva a un tavolo contro la parete. Il suo aiutante sedeva a un altro tavolo.
Intorno agli occhi del maggiore c’erano due cerchi bianchi dove gli occhiali da neve gli avevano riparato il viso dal riflesso del sole sulla neve. Il resto del suo viso si era scottato e poi abbronzato e poi scottato sotto l’abbronzatura. Il suo naso era gonfio, e dove si erano formate le vesciche restavano dei lembi di pelle staccata. Mentre passava le sue carte il maggiore metteva le dita della mano sinistra in un piattino d’olio e poi si spalmava l’olio sulla faccia, toccandola molto delicatamente con la punta delle dita. Stava molto attento a pulirsi le dita sull’orlo del piattino in modo da lasciarvi solo un velo d’olio, e dopo essersi massaggiato la fronte e le guance si massaggiò molto delicatamente il naso tra le dita. Quand’ebbe finito si alzò, prese il piattino d’olio e andò nella stanzetta della baracca dove dormiva. «Vado a fare un sonnellino» disse all’aiutante. In quell’esercito l’aiutante non è un ufficiale. «Finisci tu.»
«Sì, signor maggiore» rispose l’aiutante. Si appoggiò alla  spalliera e sbadigliò. Tirò fuori dalla tasca della giubba un libro coperto di carta e lo apri; poi lo depose sul tavolo e si accese la pipa. Si sporse sopra il tavolo per leggere e tirò qual¬che boccata di fumo dalla pipa. Poi chiuse il libro e lo rimise in tasca. Aveva troppe scartoffie da passare. Non poteva godersi la lettura finché non avesse finito. Fuori, il sole si nascose dietro una montagna e la luce spari dalla parete della baracca. Un soldato entrò e mise dei rami di pino, tagliati in pezzi di diversa lunghezza, nella stufa. «Fa’ piano, Pinin» gli disse l’aiutante. «Il maggiore sta dormendo.»

Pinin era l’attendente del maggiore. Era un ragazzo dal volto olivastro, e caricò la stufa, introducendovi delicatamente la legna, chiuse la porta, e tornò in fondo alla baracca. L’aiutante continuò con le sue scartoffie.
«Tonani» chiamò il maggiore.
«Signor maggiore?»
«Mandami Pinin.»
«Pinin!» chiamò l’aiutante. Pinin entrò nella stanza. «Ti vuole il maggiore» disse l’aiutante.
Pinin attraversò lo stanzone della baracca e si diresse verso la porta del maggiore. Bussò all’uscio socchiuso. «Signor maggiore?»
«Entra» l’aiutante senti dire il maggiore «e chiudi la porta.»
Dentro la stanza il maggiore giaceva sulla branda. Pinin restò in piedi accanto alla branda. Il maggiore giaceva con la testa sullo zaino che aveva imbottito d’indumenti di ricambio per trasformarlo in un cuscino. La sua faccia lunga, scottata e unta guardò Pinin. Le sue mani giacevano sulle coperte.
«Hai diciannove anni?» domandò.
«Si, signor maggiore.»
«Sei mai stato innamorato?»
«Cosa intende dire, signor maggiore?»
«Innamorato: di una ragazza.»
«Ci sono stato, con le ragazze.»
«Non ho chiesto questo. Ti ho chiesto se sei stato innamorato: di una ragazza.»
«Si, signor maggiore.»
«Sei innamorato di questa ragazza, adesso? Non le scrivi. Leggo tutte le tue lettere.»
«Sono innamorato di lei» disse Pinin «ma non le scrivo.»
«Ne sei sicuro?»
«Ne sono sicuro.»
«Tonani» disse il maggiore nello stesso tono di voce «mi senti?»
Dall’altra stanza non venne nessuna risposta.
«Non mi sente» disse il maggiore. «E tu sei proprio sicuro di amare una ragazza?»
«Ne sono sicuro.»
«E» disse il maggiore scoccandogli un’occhiata fulminea, «di non essere corrotto?»
«Non so cosa vuoi dire, corrotto.»
«Va bene» disse il maggiore. «Non è il caso di darsi tante arie.»
Pinin guardava il pavimento. Il maggiore guardò la sua faccia olivastra, poi lui, da capo a piedi, e le sue mani.
Poi riprese, senza sorridere: «E davvero tu non vuoi…». Il maggiore fece una pausa. Pinin guardava il pavimento. «Che il tuo grande desiderio non è proprio…» Pinin guardava il pavimento. Il maggiore riappoggiò la testa allo zaino e sorrise. Si sentiva veramente sollevato: la vita sotto le armi era troppo complicata. «Sei un bravo ragazzo» disse. «Sei un bravo ragazzo, Pinin. Ma non darti troppe arie e bada che non arrivi qualcun altro e ti porti via.»
Pinin era immobile accanto alla branda.
«Non temere» disse il maggiore. Le sue mani erano giunte sopra le coperte. «Non ti toccherò. Puoi tornare al tuo plotone, se vuoi. Ma faresti meglio a rimanere il mio attendente. Corri meno rischi di lasciarci la pelle.»
«Ha bisogno di qualcosa, signor maggiore?»
«No» disse il maggiore. «Va’ pure e continua a fare quello che stavi facendo. Lascia la porta aperta, quando esci.»
Pinin uscì, lasciando la porta aperta. L’aiutante lo guardò mentre attraversava goffamente la stanza e usciva dalla porta. Pinin era rosso in faccia e si muoveva diversamente da come si era mosso quando aveva portato la legna per il fuoco. L’aiutante lo seguì con lo sguardo e sorrise. Pinin entrò con un’altra bracciata di legna per la stufa. Il maggiore, disteso sulla branda, guardando il suo elmetto rivestito di tela e gli occhiali da neve appesi a un chiodo piantato nel muro, sentì i suoi passi pesanti sul pavimento. Il piccolo demonio, pensava, chissà se mi ha detto una bugia.

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