Luce d’Agosto – William Faulkner (estratto)

1.
Seduta sul ciglio della strada Lena guarda il carretto salire verso di lei, e pensa: "Vengo dall’Alabama.
Quanta strada! Tutto a piedi dall’Alabama, un bel pezzo di strada!".
Pensando al tempo stesso: "e sono già nel Mississippi dopo neanche un mese che cammino, più lontano da casa di quanto non sia mai stata, più lontano dalla segheria di Doane di quanto, dopo che ho fatto i dodici anni, non sia mai stata." Essa non sapeva nulla della segheria di Doane finché suo padre e sua madre non morirono, sebbene qualche volta il sabato, sei o sette volte in un anno, andasse col carretto in città vestita d’un vestitino da "Magazzini Generali", coi piedi nudi spiaccicati contro il fondo del carretto e le scarpe, avvolte in un pezzo di carta, posate sul sedile accanto a lei.
Metteva le scarpe al momento preciso che il carretto entrava in città.
E quando cominciò ad essere una ragazza grande chiedeva al padre di fermare il carretto, scendeva e continuava a piedi.
A suo padre non diceva per quale ragione volesse andare a piedi una volta entrata in città.
Egli pensava fosse per via delle strade lisce e dei marciapiedi.
Ma era per l’idea che, vedendola passare a piedi, la gente l’avrebbe creduta una della città anche lei.
Come ebbe dodici anni, suo padre e sua madre morirono, la stessa estate, in una casa di tronchi con tre vani e un ingresso senza imposte alle finestre né usci, in una stanza rischiarata da un lume a petrolio intorno al quale turbinavano gli insetti, il nudo impiantito reso liscio come vecchio argento dall’andare e venire dei piedi nudi.
Essa era la più giovane dei figli rimasti vivi.
Sua madre morì per la prima.
Prendi cura del vecchio disse.
Lena lo fece.
Quindi un giorno il padre le disse: Tu andrai alla segheria di Doane, con McKinley.
Tieniti pronta per quando viene.
Poi morì.

McKinley, il fratello, arrivò.
Il padre fu seppellito di pomeriggio, dietro una chiesa campestre in un bosco, ed ebbe un’asse di pino per lapide.
La mattina dopo essa partì, e magari non sapeva che fosse per sempre in quel momento; partì alla volta della segheria Doane, con McKinley, nel carretto.
Il carretto era stato preso a prestito, e il fratello aveva promesso di restituirlo al cadere della notte, quel giorno stesso.
Il fratello lavorava nella segheria.
Tutti gli uomini del posto lavoravano nella segheria o per essa.
Vi segavano assi di pino.
La segheria era lì da sette anni e fra altri sette anni non vi sarebbe più stato bosco da distruggere intorno.
Allora parte del macchinario e il più degli uomini che lo facevano andare e che esistevano per esso e per via di esso, sarebbero stati caricati sui camion e portati altrove.
Ma qualcosa sarebbe rimasto perché si poteva sempre comprare dei pezzi nuovi in pagamento rateale – logore ruote immobili che guardavano con una specie di stupore profondo tra macerie di mattoni ed erbacce, caldaie sventrate i cui arrugginiti camini che non fumavano più si alzavano in balorda e delusa ostinazione su da un accidentato panorama di desolata quiete, ceppaia incolta che a poco a poco si rompeva in rossi crepacci ingorgati sotto il lungo piovere piano dell’autunno e il galoppante furore degli equinozi di primavera.
Infine la località, che nemmeno nei suoi giorni migliori era figurata sugli annuari delle Poste, sarebbe stata dimenticata anche dai pidocchiosi eredi d’occasione dopo che avessero abbattuto le baracche per farne fuoco nelle loro cucine e, l’inverno, nei loro caminetti.
Vi erano sì e no cinque famiglie quando Lena arrivò.
Vi era un binario di ferrovia e una stazione, e una volta al giorno un treno misto passava urlando.
Poteva darsi che con una bandiera rossa il treno venisse fermato, ma di solito il convoglio spuntava fuori dalle saccheggiate colline, subitaneo come un’apparizione, e, levando gemiti d’anima dannata, attraversava quel meno-d’un-villaggio, perduto grano di una collana rotta.
Ella si ricordava appena del fratello quando andò ad abitare con lui.
C’erano vent’anni di differenza tra loro.
Egli abitava in una casa di legno greggio, a quattro locali, con una moglie sfinita dal lavoro e dalle gravidanze.
Una buona metà di ogni anno la donna era o a letto o convalescente.
Allora era Lena che badava alla casa e aveva cura degli altri bambini.
Più tardi ella si disse: "Suppongo ch’è per questo se ne ho preso uno così subito anch’io." Essa dormiva in un ridotto sul dietro della casa.
Vi era una finestra che Lena imparò ad aprire e chiudere nell’oscurità senza far rumore, per quanto dividesse la stanza prima con uno, poi con due, poi con tre nipoti più grandi.
Passarono otto anni prima che aprisse la finestra per la prima volta.
E non l’aveva aperta ancora una dozzina di volte che comprese come avrebbe fatto meglio a non aprirla mai. "Sono proprio fortunata" si disse.
La cognata informò il fratello.
Egli allora si accorse che il corpo di Lena aveva cambiato forma, e che avrebbe dovuto accorgersene un pezzo prima.
Era un uomo duro.
Gentilezza, dolcezza e gioventù (egli aveva quarant’anni) e quasi tutto il resto se ne erano andati in sudore non lasciandogli altro che una specie di ostinata, disperata energia e l’arido orgoglio ereditario del sangue.
La chiamò cagna.
Capì chi fosse il colpevole, perché i giovani scapoli o Casanova della segheria erano ancora meno numerosi delle famiglie; insomma accusò giusto, ma lei non volle ammetterlo sebbene l’uomo fosse partito già da sei mesi.
Essa si limitava a ripetere con ostinazione: Mi manderà a chiamare.
Mi ha detto che mi avrebbe mandato a chiamare.
Ed era irremovibile, cocciuta come una pecora, essendosi appigliata a quella riserva di pazienza e di ferma fedeltà sulla quale fanno conto i Lucas Burch, anche se non hanno nessuna intenzione di esser presenti il giorno ch’essa diventa necessaria.
Un paio di settimane dopo uscì ancora una volta dalla finestra.
Le fu un po’ difficile, stavolta. "Se mi fosse stato così difficile anche prima, suppongo che ora non avrei nessun bisogno di farlo" pensò.
Avrebbe invero potuto andarsene dalla porta di pieno giorno.
Nessuno l’avrebbe trattenuta.
Ed essa forse lo sapeva.
Pure preferì andarsene di notte, per la finestra.
Portava seco un ventaglio di palma intrecciata e un fagotto di cose accuratamente annodato in un fazzoletto da negri.
Il fagotto conteneva tra l’altro trentacinque cents in nichelini e decini.
Le scarpe ch’essa calzava erano vecchie scarpe di suo fratello, datele da lui.
Ed erano poco consumate, dacché tanto lei che suo fratello andavano per solito a piedi nudi.
Quand’essa infatti sentì la polvere della strada sotto le suole si tolse le scarpe e le portò in mano.
Erano già quattro settimane che ora camminava.
Le quattro settimane dietro a lei, evocatrici di lontananza, sono un piano corridoio lastricato di ferma, mai vacillante fede, popolato di facce benevole e voci senza nome: "Lucas Burch? Non lo conosco.
Non conosco nessuno che si chiami così qua intorno.
Questa strada? Va a Pocahontas.
Può darsi che sia là.
E’ possibile.
C’è un carretto che va da quella parte.
Può portarvi fin dove va." E dietro a lei si svolge una lunga successione monotona di tranquilli, puntuali cambiamenti dal giorno alla notte, e dalla notte al giorno, successione per la quale essa è venuta avanti in anonimi carretti l’uno identico all’altro, come attraverso incarnazioni e reincarnazioni di ruote cigolanti e orecchie basse, qualcosa sempre in moto senza mai progresso in una specie di urna.
Il carretto continua a salire, si avvicina a lei che lo aveva sorpassato un miglio più giù.
Era fermo sul lato della strada, i muli dormivano tra le stanghe con la testa puntata nella direzione per la quale lei procedeva.
Essa lo vide e vide i due uomini accoccolati davanti a un granaio, di là dalla palizzata.
Gettò un’occhiata al carretto e agli uomini, un’occhiata sola che abbracciò tutto, rapida, innocente e profonda.
Non si fermò; e probabilmente gli uomini di là dalla palizzata non si accorsero ch’essa li aveva guardati, il carretto e loro.
Né si voltò indietro.
Continuò sino a scomparire col suo passo lento, le scarpe slacciate sul collo del piede, e raggiunse il sommo della salita a un miglio di là.
Allora si è seduta sulla sponda del fosso, coi piedi nella scarsa profondità del fosso, e si è tolta le scarpe.
Dopo un po’ ha cominciato a sentire il carro.
L’ha sentito per un pezzo.
Finalmente lo ha visto comparire, lo vede venir su per la salita.
L’acuto eppur fragile cigolio-brontolio del legno e del metallo che hanno ricevuto pioggia e sole, e olio mai, è terribile nella sua lentezza; è una serie di secche, pigre detonazioni che si odono a mezzo miglio di distanza nel caldo, tranquillo silenzio che odora di pini, quel pomeriggio d’agosto.
Per quanto i muli si affannino in una perseverante, inflessibile specie di ipnosi, sembra che il veicolo non avanzi.
Così poco, comunque, viene avanti che sembra sospeso per sempre e per sempre a metà della distanza come un misero grano di collana sul filo rossiccio della strada.
Così vero è questo che pur nel sorvegliarlo l’occhio lo perde, come vista e sensi sonnacchiosamente si avvolgono e sommergono, in uno con la strada, nel tranquillo mutare monotono dal giorno alla notte e dalla notte ai giorno, alla stregua d’un filo già misurato che venga riavvolto su un rocchetto.
Tanto che alla fine il suono sembra arrivare, come da una banale e insignificante regione situata di là da ogni distanza, lento, terribile e privo di significato quale un’ombra che preceda di mezzo miglio il proprio corpo.
"E’ un bel pezzo prima di vederlo che lo sento" pensa Lena.
E già si pensa in cammino su quel carretto, pensando "sarà come se ci fossi sopra mezzo miglio prima di esserci montata, prima ancora che il carretto sia arrivato dove io mi trovo, e quando poi ne sarò discesa continuerà per ancora mezzo miglio con me sopra." Ella aspetta, senza neanche guardare più il carretto, mentre pigro rapido, liscio il suo pensare si svolge pieno di benevole facce e voci senza nome: "Lucas Burch? Dite che lo avete cercato a Pocahontas? Questa strada? Porta a Springvale.
Aspettate…
Presto passerà qualche carretto che vi pigli su e vi porti fin dove va…" E pensa: "E se va sino a Jefferson, arriverò alle orecchie di Lucas Burch prima che ai suoi occhi.
Egli sentirà il carretto ma non lo saprà.
E così vi sarà qualcuno nelle sue orecchie prima di essere nei suoi occhi.
Allora egli mi vedrà e sarà in agitazione.
E magari vi saranno due nei suoi occhi prima ch’egli si sia ricordato."

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