Arirang – Kim Ki-duk

ArirangKim Ki-duk, regista, artista, poeta, scrittore ma prima di tutto uomo.
Durante le riprese di "Dream" venne sfiorata la tragedia.
La protagonista corse il rischio di morire soffocata e malgrado lo scampato pericolo, cio’ colpi’ nel profondo il regista al punto da fargli abbandonare il cinema e mettere in discussione la passione e la carriera di una vita.
Qualche anno dopo lo vediamo solo in esilio volontario, una forma di espiazione e di ricerca di equilibrio, di pace, di perdono forse. C’e’ un problema pero’, come egli si confessa, puo’ essere felice soltanto col cinema e ad esso non puo’ rinunciare ma nel contempo non riesce a riprendere il suo mestiere di un tempo, percio’ azzera tutto, ricomincia dal proprio punto zero e in quel punto altro non trova se non se stesso.
Il suo intento e’ chiaro, le ferite da sanare sono scritte nello sguardo spaventato eppure deciso. Si potrebbe pensare ad una sorta di "8 e 1/2" spinto all’estremo ma qui non siamo di fronte a una crisi creativa bensi’ ad una crisi umana quando essere uomini ed artisti e’ la medesima cosa.
Kim, come un pianista che ha perso le mani, le sente nella mente e solo la mente puo’ restituirgliele.
"E’ la confessione e non il sacerdote che ci da’ l’assoluzione" diceva Oscar Wilde, percio’ Kim si confessa, mette sul piatto paure e dolori, lacrime e perplessita’, beve innanzi a tutti l’amaro calice e s’immola al pubblico ludibrio sperando nella salvezza dell’anima attraverso il riappropriarsi del proprio lavoro.
Piange come un bambino nel riguardare il protagonista di "Primavera, estate…" e il trascinare il peso della pietra e del Buddha in cima alla collina, c’e’ il dolore  e l’espiazione che egli ora prova ed improvvisamente esplode liberandolo da tutte le paure.
Normalmente diffido di queste operazioni ma e’ impossibile non credere alla sua sincerita’, allo smarrimento e alla preghiera che invoca per ritrovare la forza per sconfiggere i propri demoni. Tre anni d’esilio non sono uno scherzo e lo strappo emotivo e’ sin troppo evidente quando Kim inizia a sdoppiarsi, triplicarsi, esce da se stesso e si parla, s’intervista, chiama la propria ombra, si sprona in un tentativo di transfert con cio’ che era e cio’ che dovrebbe essere, prendere forza dai suoi personaggi che della debolezza hanno fatto scudo e spada e non fosse sufficiente eccolo a guardarsi, spettatore terzo tra vittima e carnefice e col ghigno di chi ha superato una prova importante, mostra la vittoria sul volto finalmente libero.
Confessioni di un regista, confessioni di un uomo, interludio per i soli suoi estimatori ma una lezione per tutti.

Scheda IMDB

3 Responses to Arirang – Kim Ki-duk

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