Amen – Kim Ki-duk

AmenLa curiosita’ di vedere come Kim Ki-Duk reagi’ al trauma espresso in "Arirang" era enorme. Egli e’ uno dei registi coreani che amo di piu’, un artista che ha saputo andare oltre i citatissimi "Ferro 3" e "Primavera, Estate…" per quanto pregevoli e degni di moltissima attenzione.
"Amen" appartiene alla sua non breve lista di film minimali e sperimentali, opere girate col giusto indispensabile lasciando che siano estro ed improvvisazione a dirigere la storia ma soprattutto in questo caso, grido liberatorio dopo la rinascita umana e artistica.
Non si potrebbe chiedere materialmente di meno essendo stato girato dal regista in persona con attrezzatura minima e la sua protagonista, ragazza coreana giunta prima a Parigi in cerca di qualcuno che non trova, poi continuando il suo viaggio, spostatasi a Venezia. Proprio lungo i binari che separano le due citta’, viene anestetizzata, derubata e violentata, rendendo il suo smarrimento, la perdita e la solitudine totali.
In realta’ come si scoprira’ in breve, il legame tra il delinquente e la ragazza e’ molto piu’ stretto di quanto appaia e da ladro diverra’ addirittura benefattore e nell’inversione di ruoli, sara’ lei a rifiutare lui.
Dopo "Wild Animals" il nostro torna a Parigi e chissa’ perche’ tanto fascino per questa citta’ o come preannunciato nel film precedente, voler girare film per il mondo, dove i fan lo amano. Anche l’idea del low budget, autogestito, autocreato, autoprodotto non gli e’ nuova anzi sotto questo aspetto "Amen" non aggiunge nulla a "Arirang" ma soprattutto a "Real fiction" che ricordiamo fu l’esperimento di film girato quasi in tempo reale. Ad ogni modo nel gioco al levare, si punta davvero al ribasso limitando la troupe a sole due persone, lui e la protagonista.
Interessante? Un poco. Noioso? Molto. I due che giocano a nascondino, con lei che urla al vento il nome di lui come Bracardi con "Patroclo", non reggono oltre i 30 minuti e sino alla fine, si supera l’ora di poco, non s’inventa nulla di nuovo. E’ vero che esiste una mente da ricostruire come il regista ci spiega in "Arirang" anzi sono chiari i risvolti psicologici coinvolti nel processo,ovvero  trasposizione su schermo di un inseguimento che sa di recupero emozionale. L’esperimento evidenzia la bravura di Kim in presenza di pochi mezzi ma e’ chiaro lo si preferisca a dotazione completa.
Sappiamo anche che ad "Amen" e’ seguito il bel "Pieta’" ma insomma, sperimentare va bene, guarire e’ un obbligo e se questo e’ l’obiettivo, col senno del poi passino anche questi esperimenti nel concreto inutili.

Scheda IMDB

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