Uomini e topi – John Steinbeck (estratto)

Fuori era ormai quasi buio. Entrò il vecchio Candy, lo scopino, e si diresse alla sua cuccetta: dietro gli faticava il vecchio cane. «Salute, Slim. Salute, George. Non avete giocato, nessuno, ai ferri?»
«Non mi piace giocare ogni sera,» rispose Slim.
Candy continuò: «Qualcuno ha un sorso di whisky? Mi fa male la pancia.»
«Non ne ho,» disse Slim. «Ne berrei anch’io se ne avessi, anche senza il mal di pancia.»
«Un brutto male di pancia,» disse Candy. «Me l’han dato quelle rape del boia. Pensare che lo sapevo, prima ancora di mangiarle.»
Entrò, venendo dal cortile fosco, l’atticciato Carlson. Andò diritto in fondo alla baracca e accese la seconda lampadina. «Buio come l’inferno qui,» disse «Accidenti, come getta i ferri quel negro.»
«È molto bravo,» disse Slim.
«Se lo è,» disse Carlson. «Non lascia mettere un colpo a nessuno…» S’arrestò e fiutò l’aria, e sempre fiutando, abbassò gli occhi sul vecchio cane. «Dio onnipotente, come puzza. Portatelo fuori, Candy. Non c’è niente che puzzi peggio di un cane vecchio. Bisogna assolutamente che lo mettiate fuori.»
Candy si rivoltolò sulla sponda della cuccetta. Allungò la mano e batté leggermente sulla testa del cane decrepito; poi, in tono di scusa: «Gli sono stato tanto insieme che non mi accorgo se puzza.»
«Insomma, io qui non ce lo voglio più,» disse Carlson. «Si sente il puzzo anche quando se n’è già andato.» Andò a quella volta coi suoi passi pesanti e abbassò gli occhi sul cane. «Non ha denti,» disse. «È tutto duro dai reumi. Non fa più nessun bene a voi, Candy. E non ne fa a se stesso. Perché non gli tirate un colpo, Candy?»
Il vecchio diede un guizzo di disagio. «Ma… diavolo. È con me da tanto tempo. L’ho avuto ch’era appena nato. Mi aiutava a guardare le pecore.» Disse con orgoglio: «Non lo credereste a vederlo ora, ma era il miglior cane da pastore che ho mai conosciuto.»
Disse George: «Conoscevo un tale a Weed che aveva un Airedale, buono da pastore. Aveva imparato dagli altri cani.»
Non era facile distogliere Carlson. «Sentite, Candy. Per questo cane la vita non è più un piacere. Se lo conduceste fuori e gli sparaste dritto dentro,» si chinò e mostrò il punto, «proprio qui, non vedete? non saprebbe mai chi sia stato.»
Candy si guardò intorno angosciato. «No,» disse sommesso. «No. Non ne avrei la forza. È con me da tanto tempo.»

«Per il gusto che trova ancora a vivere,» incalzò Carlson. «E poi puzza che fa venir male. Sentite, allora. Gli sparerò io per voi. Così voi non ne saprete nulla.»
Candy buttò le gambe dalla cuccetta. Si grattò nervosamente la stoppia biancastra della gota. «Sono così abituato a stare con lui,» disse sommesso. «L’avevo ch’era appena nato.»
«Però non avete buon cuore se lo lasciate ancora vivere,» disse Carlson. «Pensate, la cagna di Slim ha partorito ieri. Scommetto che Slim ve lo darebbe uno dei suoi cagnolini da tirar su, vero Slim?»
Il capo-cavallante era assorto a studiare il vecchio cane coi suoi occhi pacati. «Certo,» disse. «Se lo volete, ce n’è uno anche per voi.» Sembrò si liberasse da qualcosa per parlare. «Carlson ha ragione, Candy. Quel cane non fa più nessun bene neanche a sé. Se diventassi vecchio e storpio, vorrei che ci fosse uno a spararmi.»
Candy gli volse un’occhiata disperata, poiché le opinioni di Slim erano legge. «E se dovesse soffrire?», azzardò. «Non mi dà nessun disturbo tenerlo.»
Carlson disse: «Nel modo come gli sparerei, non sentirebbe niente. Punterei la pistola qui.» Mostrò la nuca con la punta della scarpa. «Dritto dentro la testa. Non darebbe nemmeno un brivido.»
Candy trascorse, cercando aiuto, da un viso all’altro. Fuori era ormai completamente buio. Entrò un giovane bracciante. Le sue spalle ricurve si piegavano innanzi e calcava pesantemente il passo, come se portasse un invisibile sacco. Andò alla sua cuccetta e depose il cappello nello scaffale. Poi prese dallo scaffale una rivista e la portò in luce sul tavolo. «Avete già veduto, Slim?», chiese.
«Veduto cosa?»
Il giovanotto sfogliò la rivista all’ultima pagina, la posò sul tavolo e indicò col dito.» «Qui. Leggete.» Slim si piegò innanzi. «Avanti,» disse il giovanotto.» «Leggete forte.»
«Egregio Direttore,» Slim lesse lentamente, «Da sei anni leggo la vostra rivista e penso che sia la migliore in commercio. Mi piacciono i racconti di Peter Rand. Penso che è un grand’uomo. Io non scrivo molte lettere. Ho però creduto di dirvi che la vostra rivista è la spesa migliore che ho mai fatto»
Slim levò gli occhi interrogativamente. «E perché vuoi che legga?»
Whit disse: «Andate avanti. Leggete la firma.»
Slim lesse: «Vostro per il successo; William Tenner.»
Levò di nuovo gli occhi in faccia a Whit. «Perché debbo leggere questo?»
Whit chiuse la rivista solennemente. «Non ve lo ricordate Bill Tenner? Lavorava qui un tre mesi fa.»
Slim pensava. «… Uno piccolotto?», chiese. «Manovrava l’erpice?»
«Lui,» gridò Whit. «Proprio lui!»
«Credi sia lui che abbia scritto la lettera?»
«Sono certo. Io e Bill eravamo qui un giorno. Aveva uno di quei libri, arrivato allora. Cerca dentro e dice: ‘Ho scritto una lettera. Chi sa se l’hanno messa nel libro’. Ma non c’era. Dice Bill: ‘Magari la tengono per un’altra volta’. Hanno proprio fatto così. È questa.»
«Hai ragione,» disse Slim. «L’hanno messa nel libro.»
George tese la mano verso la rivista. «Si può vedere?»
Whit ritrovò la pagina, ma non volle cederla in mano d’altri. Additò la lettera con l’indice. Poi andò allo scaffale e vi depose accuratamente la rivista. «Chi sa se Bill l’ha veduto,» disse. «Lavoravamo tutti e due nel seminato dei piselli laggiù. All’erpice, tutti e due. Era un ragazzo come si deve, Bill.»
Durante questa conversazione Carlson non s’era lasciato distogliere. Guardava sempre, occhi bassi, il vecchio cane. Candy, sulle spine, lo sorvegliava. Alla fine Carlson disse: Se siete d’accordo, levo da soffrire questa bestiaccia stasera subito e la faccio finita. Che cosa gli resta, tanto? Non mangia, non ci vede, non può nemmeno camminare senza farsi male.»
Candy disse con un filo di speranza: «Non avete la pistola.»
«Cribbio se ce l’ho. Una Luger. Non lo farà soffrire affatto.»
Candy disse: «Domani, magari. Aspettiamo domani.»
«Non ne vedo il motivo,» riprese Carlson. Andò alla sua cuccetta, cavò di là sotto il suo sacco, e ne estrasse una pistola Luger. «Facciamola finita,» disse. «Non possiamo più dormire col puzzo di questa bestia.» Si ficcò la pistola nella tasca posteriore dei pantaloni.
Candy guardò a lungo in direzione di Slim, sperando un pentimento. E Slim non ne ebbe. Alla fine Candy mormorò disperato: «Va bene… prendilo.» Non abbassò gli occhi sul cane. Si adagiò nella cuccetta, incrociandosi le braccia dietro il capo e fissando il soffitto.
Carlson trasse di tasca una correggetta di cuoio. Si chinò e la legò al collo del vecchio cane. Tutti i presenti, salvo Candy, osservavano. «Andiamo bello, su bello,» disse con dolcezza. Poi si rivolse in tono di difesa a Candy: «Non sentirà nemmeno.» Candy non si mosse né gli diede risposta. Carlson tirò a sé il guinzaglio. «Su bello, andiamo.» Il vecchio cane si mise adagio e con pena in piedi e il guinzaglio che lo tirava leggero.
Disse Slim: «Carlson.»
«Ehi?»
«Sapete come fare?»
«In che senso, Slim?»
«Prendete una pala,» disse Slim brevemente.
«Oh, certo, ho capito.» Condusse il cane fuori al buio.
George li seguì fino alla porta, che chiuse rimettendo dolcemente a posto il paletto. Candy era steso rigido sul letto e fissava il soffitto.
Slim disse ad alta voce: «Una delle mie mule di guida ha lo zoccolo rotto. Dovrò dargli del catrame. Le parole morirono adagio. Fuori, tutto taceva. Anche le pedate di Carlson si dileguarono. Tutto tacque anche nella baracca. E il silenzio persisteva.
George se la ridacchiò. «Scommetto che Lennie è nel fienile col suo cagnolino. Non vorrà più saperne di stare qui, adesso che ha un cagnolino.»
Disse Slim: «Candy, prenderete quale vorrete di quei cani.»
Candy non rispose. Ricadde nella baracca il silenzio. Usciva dalla notte e invadeva la stanza. George disse: «Nessuno vuol giocare un po’ d’euchre?»
«Qualche mano la faccio io,» disse Whit.
Presero posto l’uno di fronte all’altro al tavolo sotto la lampada, ma George non mescolò le carte. Fece nervosamente crepitare di taglio il mazzo e quel piccolo secco rumore fece volgere gli occhi a tutti i presenti, sicché smise quel gesto. Ricadde nella baracca il silenzio. Un minuto passò, e poi un altro. Candy giaceva immobile fissando il soffitto. Slim gli posò un attimo gli occhi addosso e poi si considerò le mani; ne mise una sotto l’altra e ve le tenne giù. Venne un rodìo leggero da sotto il pavimento e tutti abbassarono gli occhi in quella direzione con sollievo. Soltanto Candy non distolse gli occhi dal soffitto.
«Mi dà l’aria che qui sotto ci sia un topo,» disse George. «Bisognerebbe appostarci una trappola.»
Whit non ne poté più: «Per che cribbio ci mette tutto questo tempo? E voi, date qualche carta almeno. A questo modo, non si gioca più.»
George restrinse insieme le carte e ne studiò il rovescio. Era tornato nella baracca il silenzio.
Scoppiò in distanza uno sparo. Tutti i presenti levarono gli occhi sul vecchio. Tutte le teste si volsero.
Quello per un istante continuò a fissare il soffitto. Poi si rivoltolò adagio, fronteggiò la parete e giacque muto.

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