Passaggio in India – Edward Morgan Forster (estratto)

CAPITOLO 6.
Aziz non era andato al “ponte”. Subito dopo il suo incontro con la signora Moore fu preso da altre cose. Si presentarono parecchi interventi chirurgici che lo tennero occupato. Cessò di essere sia un fuori casta che un poeta, e ridiventò lo studente di medicina molto allegro, una miniera di aneddoti chirurgici che riversava nelle riluttanti orecchie degli amici. A volte si sentiva affascinato dalla propria professione, ma esigeva che fosse esaltante: aveva la mano più che la mentalità dello scienziato. Amava il bisturi e lo usava con destrezza, e gli piaceva anche iniettare i sieri più recenti. Ma la seccatura dei regimi e dell’igiene gli riusciva odiosa, e dopo aver inoculato un vaccino contro l’enterite se ne andava a bere l’acqua senza filtrarla. «Cosa volete aspettarvi da un tipo così?» diceva acidamente il maggiore Callendar. «Non c’è carattere, non c’è sostanza.» Ma in cuor suo sapeva che se l’anno prima fosse stato Aziz e non lui a operare di appendicite la signora Graysford, la vecchia signora probabilmente sarebbe stata ancora viva. E questo non lo rendeva certo più tenero verso il dipendente. La mattina dopo la moschea ebbero un battibecco –
non avevano che battibecchi. Il maggiore, che era rimasto in piedi metà della notte, voleva proprio sapere perché diavolo Aziz non fosse accorso immediatamente quando l’aveva chiamato. «Prego, signore, ma così ho fatto. Ho inforcato la bicicletta, ma davanti all’ospedale Cow mi è scoppiata una gomma. Così ho dovuto cercare una tonga.»
«Scoppiata davanti all’ospedale Cow, eh? E come avete fatto a trovarvi là?»
«Come dite?»

«Oh, Signore Iddio! Se io abito qui», e diede un calcio alla ghiaia «e voi abitate qua, a meno di dieci minuti da me, e l’ospedale Cow è lontanissimo dalla parte opposta, come diamine avete fatto a trovarvi davanti all’ospedale Cow per venire da me? Su, su, fate qualcosa, tanto per cambiare.» Se ne andò a gran passi, infuriato, senza aspettare la giustificazione, che tutto sommato era ottima: l’ospedale Cow si trovava proprio sulla strada tra la casa di Hamidullah e la sua, sicché era naturale che Aziz ci fosse passato davanti. Non si era ancora reso conto che gli indiani istruiti si facevano continue visite e, per quanto a fatica, stavano tessendo una nuova struttura sociale. La casta “o qualcosa del genere” avrebbe dovuto impedirglielo. Sebbene fosse nel paese da vent’anni, lui sapeva soltanto che nessuno gli diceva la verità. Aziz, divertito, lo guardò allontanarsi. Quando era su di morale sentiva che gli inglesi erano un’istituzione comica, e gli faceva piacere che lo fraintendessero. Ma era un divertimento dei centri emotivi e dei nervi, che un caso o il passar del tempo poteva distruggere; non aveva nulla di comune con la fondamentale allegrezza che egli raggiungeva quand’era con le persone di cui si fidava. Una poco riguardosa fantasia che concerneva la signora Callendar gli si affacciò alla mente. “Devo raccontarlo a Mahmoud Ali, si farà due risate” pensò.
Poi si mise al lavoro. Era competente e indispensabile, e lo sapeva. E
mentre metteva in pratica la sua professionale bravura si dimenticò di quella fantasia. Durante quei giorni piacevoli e indaffarati, ebbe sentore che l’intendente dava un ricevimento e che il Nawab Bahadur sosteneva l’opportunità che ci andassero tutti. Quella prospettiva mandava ai sette cieli il suo collega dottor Panna Lal, che insistette perché vi si recassero insieme nel suo tumtum (veicolo leggero a due ruote con due sedili schiena contro schiena). Era una combinazione che andava bene per tutti e due: evitava ad Aziz l’obbrobrio della bicicletta o la spesa del noleggio, mentre il dottor Panna Lal, che era timido e attempato, si procurava uno che guidasse il suo cavallo. Lui riusciva a guidarlo, ma a malapena, e aveva paura delle macchine e della svolta ignota per entrare nel parco del Circolo. «Un incidente può sempre succedere» disse con riguardo «ma dobbiamo arrivare sani e salvi ad ogni costo, anche se non dovessimo più tornare indietro.» E con più logica: «Credo che farà buona impressione che due dottori arrivino insieme». Ma venuto il momento, Aziz fu preso da un senso di ripugnanza e decise di non andarci. Prima di tutto il turno in ospedale, appena finito, l’aveva lasciato libero e pieno di vigore. E poi proprio quel giorno cadeva l’anniversario della morte di sua moglie. Quand’era morta, egli aveva appena cominciato ad amarla: perché non l’aveva amata subito.
Contagiato dalla sensibilità occidentale, gli era dispiaciuto di unirsi con una donna che non aveva mai vista; e quando poi l’aveva vista ne era stato deluso, e aveva messo al mondo il suo primo figlio per mera animalità. Il cambiamento era cominciato dopo quella nascita. Egli era stato vinto dall’amore della moglie, da quella fedeltà che esprimeva qualcosa di più della sottomissione, e dal suo sforzo per prepararsi a eliminare il purdah, come sarebbe toccato alla prossima generazione, se non alla loro. Era intelligente, e tuttavia d’una grazia antiquata. E a poco a poco si dileguò in lui il sentimento che i genitori avessero fatto una cattiva scelta. Il piacere sensuale… be’, anche ammesso che ci fosse, si sarebbe affievolito in un anno, e in cambio lui aveva ottenuto qualcosa che pareva accrescersi via via che vivevano insieme.
Lei divenne madre di un maschio… ed era morta nel dargliene un secondo. Allora lui capì quello che aveva perduto, e che nessuna donna avrebbe potuto prendere quel posto: un amico gli sarebbe parso meno dissimile da lei che qualunque altra donna. Se n’era andata, come lei non ce n’era nessuna, ma che è quest’unicità se non amore? Lui si divertiva, talvolta la dimenticava; ma altre volte sentiva che con lei tutta la bellezza e la gioia del mondo se n’erano andate in paradiso, e allora meditava il suicidio. L’avrebbe ritrovata, oltre la tomba? Esiste un simile luogo di ritrovamento? Per quanto credente, non lo sapeva.
L’unità di Dio era indubitabile e rivelata al di là di ogni dubbio, ma su tutti gli altri punti Aziz oscillava come la media dei cristiani: la sua fede nella vita a venire si estenuava in una speranza, svaniva, ricom pariva, e tutto questo in una sola frase, o in qualche battito del cuore, sicché pareva che fossero le cellule del suo sangue più che lui medesimo a decidere quale idea dovesse abbracciare, e per quanto tempo.
Lo stesso accadeva per tutte le altre sue idee. Niente durava, niente passava che non tornasse: era un circolo incessante, lo manteneva giovane, e lui piangeva la moglie più sinceramente quanto più di rado la piangeva. Sarebbe stato più semplice dire al dottor Lal che su quel ricevimento aveva cambiato parere, ma fino all’ultimo non aveva saputo di aver cambiato parere: non era stato lui a cambiarlo, si era cambiato da sé. Era insorta una ripugnanza invincibile. Le signore Callendar, le signore Lesley… no non poteva sopportarle, nel suo dolore: quelle l’avrebbero indovinato – perché lui attribuiva alle dame inglesi uno strano intuito – e si sarebbero divertite a torturarlo, a farsi gioco di lui con i loro mariti. Nel momento in cui doveva essere pronto, si trovava all’ufficio postale per fare un telegramma ai figli; al suo ritorno seppe che il dottor Lal aveva cercato di lui e se n’era andato.
Bene, andasse pure, la cosa si attagliava alla sua rozza indole. Per parte sua, se ne sarebbe stato con la morta. E aperto un cassetto ne trasse la fotografia della moglie. La fissava, e dagli occhi gli sgorgavano le lacrime. Pensava: “Come sono infelice!”. Ma siccome era veramente infelice, un altro sentimento non tardò a mescolarsi con la commiserazione di se stesso: voleva ricordare la moglie e non ci riusciva. Perché riusciva a ricordare le persone che non amava? Gli si presentavano sempre così vivide, mentre quella fotografia, più la guardava e meno la vedeva. E così lei gli era sempre sfuggita dal giorno che l’aveva accompagnata alla sua tomba. Aveva capito che lei si sarebbe dileguata dalle sue mani e dai suoi occhi, ma pensava che sarebbe sopravvissuta nella sua memoria, senza rendersi conto che proprio il fatto d’averli amati rende i morti ancora più irreali, e che quanto più appassionatamente li invochiamo, tanto più loro si allontanano. Un cartoncino bruno e tre figli – ecco quanto gli restava della sua sposa.
Era una cosa intollerabile, ed egli tornò a pensare: “Come sono infelice!”, e subito si sentì più felice. Aveva respirato per un attimo l’aria di morte che circonda gli orientali e tutti gli uomini, e poiché era giovane, se ne ritrasse col fiato ansante. “Non riuscirò mai a riprendermi, mai” si disse. “La mia carriera sarà certamente un disastro, e i miei figli verranno su malissimo.” Poiché la cosa era certa, si sforzò di non pensarci e si mise a guardare alcuni appunti che aveva preso su un caso capitato in ospedale. Chi sa che un giorno qualche ricco non avesse bisogno di quella speciale operazione e lui avrebbe guadagnato parecchio. Trovando interessanti gli appunti di per se stessi, tornò a riporre la fotografia. Era passato il momento, e Aziz non pensò più alla moglie. Dopo il tè si sentì più sollevato e si recò da Hamidullah. Hamidullah era andato al ricevimento ma il suo puledro no, sicché Aziz se lo prese per qualche ora insieme coi calzoni da cavallerizzo e il bastone da polo dell’amico. Si rifugiò nel maidan. Non c’era nessuno, all’infuori di alcuni giovani del bazar che si stavano allenando lungo il bordo. Allenando a che cosa? Difficile dirlo anche per loro, ma la parola circolava nell’aria. Correvano tutt’in giro, macilenti e con le gambe magre – la gioventù del luogo non aveva certo un gran fisico – e sulla faccia non tanto un’espressione decísa, quanto la decisione di essere decisi. «Maharajà, salaam» gridò Aziz per scherzo. I giovani si fermarono e risero. Lui li consigliò di non stancarsi troppo. Quelli promisero e continuarono a correre. Spinto il cavallo nel centro, egli si mise a fare un po’ di palleggio. E poiché lui non conosceva il gioco, ma il suo puledro sì, si mise a imparare, libero da tutte le preoccupazioni umane. E mentre scalpitava sulla bruna pista del maidan, col vento della sera che gli batteva sulla fronte e gli alberi tutt’intorno che gli carezzavano la vista, dimenticò tutta la maledetta fatica di vivere. La palla si sviò verso un ufficialetto di fuorivia che stava anche lui allenandosi: quello la respinse ad Aziz e gridò: «Rimandatemela!»
«D’accordo.» Il nuovo venuto aveva un’idea di quello che bisognava fare, ma il suo cavallo nessuna, e le forze erano uguali. Tutti attenti alla palla, sentirono in certo qual modo una simpatia vicendevole, e quando fermarono i cavalli per riposare si sorrisero. Ad Aziz piacevano i militari – quelli o ti accettano o ti mandano all’inferno, che è sempre preferibile all’alterigia dei borghesi – e all’ufficialetto piaceva chiunque sapesse cavalcare. «Giocate spesso?» domandò. «Mai.»
Mentre il giovane cercava di battersi, il cavallo fece uno scarto e lui cadde, gridò: «Oh, Dio!» e fu di nuovo in sella. «Voi non cadete mai?»
«Spessissimo.»
«Macché.» Tornarono a fermarsi, con una fiamma di cordiale cameratismo negli occhi. Ma questa si raffreddò coi loro corpi, perché l’atletica non può suscitare che un ardore momentaneo. Il senso della nazionalità stava riprendendo il sopravvento, ma prima che potesse secernere il proprio veleno i due si separarono salutandosi. “Fossero tutti così!”
pensarono ambedue. Era il tramonto. Alcuni suoi correligionari erano venuti nel maidan e stavano pregando col viso rivolto alla Mecca. Un Toro Braminico si dirigeva verso di loro e Aziz, quantunque personalmente poco incline a pregare, si domandò perché mai quel goffo animale idolatrico dovesse disturbarli. Gli diede un colpetto col bastone da polo. E in quel momento una voce lo chiamò dalla strada: era il dottor Panna Lal, che tornava molto afflitto dal ricevimento dell’intendente. «Dottor Aziz, dottor Aziz, dove eravate? Vi ho aspettato per ben dieci minuti a casa vostra, poi me ne sono andato.»
«Scusatemi tanto… sono dovuto andare all’ufficio postale.» A uno della sua cerchia, sarebbe bastato per capire che aveva cambiato idea, cosa troppo comune per essere disapprovata. Ma il dottor Lal, essendo di bassa condizione, non era sicuro che non ci fosse intenzione di offenderlo, e per di più lo irritava che Aziz avesse stuzzicato il Toro Braminico. «All’ufficio postale? Non ci mandate i vostri servi?» disse.
«Ne ho così pochi… vivo molto modestamente.»
«Il vostro servo mi ha parlato. L’ho visto, il vostro servo.»
«Ma, dottor Lal, abbiate pazienza. Come potevo mandare il mio servo, se dovevate venire voi? Voi venite, ce ne andiamo, la casa resta vuoa, forse il mio servo torna, e nel frattempo qualche brutto tipo si è rubato tutto quello che si può portar via. Andrebbe a voi una cosa simile? Il cuoco è sordo, non posso mai contare sul mio cuoco, e il ragazzo non è che un bambino. Io e Hassan non usciamo mai di casa contemporaneamente, mai. Per me è una regola inderogabile.»
Hassan non usciamo mai di casa contemporaneamente, mai. Per me è una regola inderogabile.» Disse questo e altro per pura cortesia, per salvare la faccia del dottor Lal. Queste cose non erano spacciate come verità, e non andavano criticate come tali. Ma l’altro le demolì come facile e indegna cosa. «Ma anche ammesso, cosa vi impedisce di lasciare un biglietto per dire dove andate?» e via su questo tono. Aziz detestava la maleducazione, e fece caracollare il suo puledro. «Fatevi in là, che per simpatia non cominci anche il mio» si lamentò l’altro, rivelando il vero motivo della sua irritazione. «è stato ombroso e intrattabile tutto il pomeriggio. Nel giardino del Circolo ha distrutto dei fiori di gran pregio, e ci sono voluti quattro uomini per tirarlo via. Sotto gli occhi di tutte quelle signore e quei gentiluomini inglesi, e con l’intendente Sahib che se la legava al dito. Ma non voglio portarvi via del tempo prezioso, dottor Aziz. Voi avete tanti impegni e telegrammi che tutto questo non può interessarvi. Io non sono che un povero vecchio dottore che ha creduto giusto presentare i propri ossequi dove e quando era invitato. La vostra assenza, devo farvelo rilevare, ha provocato commenti.»
«Commentino quanto diavolo gli pare.»
«Che bella cosa essere giovani. Diavolo! Oh, molto bello. Diavolo a chi?»
«Io sono libero di andare o di non andare.»
«Ma me l’avevate promesso, e poi avete inventato questa storia del telegramma. Andiamo, Dapple.» Si allontanarono, e Aziz fu preso dall’irrefrenabile desiderio di farsi un nemico mortale. Era facile: bastava che galoppasse vicino a lui. Così fece. Dapple prese la mano, e Aziz se ne tornò di gran trotto fino al maidan. La gloria della sua partita con l’ufficiale si prolungò ancora un poco: galoppò e balzò finché fu tutto in sudore, e sino al momento di riportare il puledro nella scuderia di Hamidullah si sentì l’uguale di qualunque altro uomo.
Ma una volta a piedi, fu preso da mille timori. Si era messo in cattiva luce con le autorità? Aveva offeso l’intendente, con la sua assenza? Il dottor Panna Lal contava meno che zero, ma era stato saggio litigare con lui? Il corso dei suoi pensieri si spostò dal piano umano a quello politico. Respirando il miasma predominante, non pensò più: “Posso andare d’accordo con gli altri?”, ma: “Sono più forti di me?”. A casa lo aspettava un biglietto col timbro governativo. Era posato sul suo tavolo come un potente esplosivo, che al minimo tocco poteva ridurre in briciole il suo bungalow malandato. Di certo lo licenziavano perché non si era fatto vedere al ricevimento. Quando aprì il biglietto, scoprì che si trattava di tutt’altro: era del signor Fielding, il direttore dell’Istituto, che lo invitava al tè per posdomani. Il suo entusiasmo si riaccese con fuoco. Si sarebbe riacceso comunque, perché egli possedeva un’anima capace di sopportare ma non di soffocare, e dietro la sua incostanza conduceva una vita uniforme. Ma quel biglietto lo rallegrò particolarmente, perché Fielding lo aveva già invitato al tè un mese prima e lui se n’era dimenticato – non aveva risposto, non si era fatto vedere, se n’era proprio dimenticato. Ed ecco un secondo invito, senza un rimprovero, senza la minima allusione alla sua scorrettezza. Questa era vera cortesia – il tratto signorile che rivela il buon cuore – e afferrata la penna Aziz scrisse una risposta affettuosa e si precipitò da Hamidullah per avere informazioni. Perché non aveva mai conosciuto il direttore, ed era convinto che l’unica grave lacuna nella sua vita ormai sarebbe stata colmata. Voleva sapere tutto di quell’uomo meraviglioso – stipendio, gusti, passato, e come fare a piacergli. Ma Hamidullah era ancora fuori, e Mahmoud Ali, che si trovava lì non seppe far altro che una stupida canzonatura del ricevimento.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: