Riccardo III (teatro) – Carmelo Bene

Riccardo III (teatro) - Carmelo BeneBene e Shakespeare, ancora una volta un connubio vincente e come sempre una una reinvenzione che crea non contrapposizione bensi’ un nuovo punto di partenza declinato al pensiero del grande artista pugliese.
Adattamento televisivo della versione teatrale, molto dura, molto cruda quindi riarrangiata per il piccolo schermo e non significa ridotta o menomata anzi al contrario Bene, dei limiti imposti dal mezzo e dalla politica televisiva, crea qualcosa di nuovo e peculiare ed e’ nuovo veramente, un’opera dall’opera.
Bene e’ li’, volto tagliato dalla luce, luce uniforme, compatta, colore desaturato e immediatamente il contrasto col Bene cinematografico salta all’occhio.
Brillante e psichedelico sul grande schermo, la differenza televisiva e’ persino traumatica ma come sottolinea Deleuze sul saggio "Un manifesto di meno", il Bene televisivo non e’ quello cinematografico per via del mezzo certo ma ancor piu’ nel bisogno di raccontare una storia molto diversa le cui immagini sono parte integrante del testo.
Il punto centrale dell’analisi deleuziana e di conseguenza del dramma, e’ la sottrazione, sintesi ottenuta eliminando dall’opera originale ogni altro personaggio che non siano le donne e al centro Riccardo, duca di Gloucester.
Bene come detto elimina il colore, poi dimezza le luci che a stento delineano il suo profilo, oscurita’ nella quale sprofonda, ovvia metafora di un’anima che niente piu’ ormai puo’ salvare dall’abisso. In tutto questo gli specchi, riflessi dell’onirico che diviene protagonista e nel contempo ego che si ammira e riflette su se stesso, altre prospettive che nulla possono oltre il sottolineare la tragedia di un uomo assetato di potere e che per questo e’ disposto a perdere tutto e a sua volta perdersi. Le donne, vedove, madri ed amanti girano nel suo cerchio, vittime rancorose eppure consce di un ruolo importante nella distruzione di colui che ha calpestato loro la vita.
Passive ma non arrese, rassegnate forse ma indomite come solo le donne sanno essere.
Silenziose, dialoghi immaginati ma non immaginari, parlano attraverso il corpo, frenetico svestirsi e vestirsi, nude per confondere, non per confondersi e lui Riccardo si crede padrone ma ottiene soltanto cio’ che loro sono disposte a concedere. E in mezzo a tutto questo, egli muta, si trasforma, il mostro dentro all’anima che prende possesso del corpo e con questo gesto, una possibile espiazione, sincerita’ manifesta che non giustifica ma quantomeno non si nasconde. L’espediente della deformita’ fu di Shakespeare ma l’attore spinge oltremodo sull’anima corrotta del protagonista e la mutazione e’ progressiva quanto lo fu nel Dorian Gray di Wilde. 
C’e’ tanto di Carmelo Bene, tantissimo. Siamo alla fine degli anni ’70, quarant’anni e piu’ di vita, la meta’ dei quali spesi sul palcoscenico e purtroppo non altrettanti ancora da vivere con la consapevolezza che il meglio fosse gia’ alle spalle o almeno gran parte di esso. Tanti segreti, poche rinunce, un harem di donne sul palco molto simili a coloro che lo circondavano nella realta’. La Mancinelli ad esempio. Nel ruolo di madre, la Duchessa di York, forte equivalenza con la verita’ del loro rapporto ma indicatore di una condizione che da li’ a pochi anni vedra’ la separazione artistica e umana. Bene che si vanta e si condanna, senza cessare di compiacersi e del resto ne ha ben donde.
Egli un mostro? Certo, lo abbiamo amato per quello e lui lo sapeva, ecco percio’ il mostrarsi senza troppe remore e con un ghigno beffardo. Come sempre accade, con Bene si discute, si litiga perfino, scuote i luoghi comuni ma non si puo’ fare a meno di restare incantati ed ammirati, una gloriosa declinazione al sublime.

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