Splendido visto da qui – Walter Fontana

Splendido visto da quiA occhio direi che "Non ho problemi di comunicazione" sia stato il libro che ho regalato di piu’ in assoluto o almeno se la gioca di strettissima misura con pochissimi altri. Fontana diverte senza essere banale, ficcante come pochi, abbatte una montagna a colpi di scalpellino, sa usare la penna con la letale leggiadria di un samurai armato di katana. Non nasce scrittore e prima di approdare ai libri e ai testi televisivi, lavoro’ nel marketing, trascorsi che gli hanno lasciato dentro profonde cicatrici non tutte piacevoli, ben visibili nei primi due libri e grazie al quale manifesta un pragmatismo che lo distingue dagli scribacchini che in vita loro non hanno mai fatto nulla oltre a scrivere.
Questo e’ cio’ che mi piace di Fontana oltre all’intelligenza insita nel suo umorismo e alla ferocia inaudita stilettata con sadica grazia.
Non so per lui ma purtroppo per noi non e’ un autore prolifico, percio’ ogni sua nuova pubblicazione e’ bramata a lungo e l’uscita sempre un evento.
Da poche settimane torna nelle librerie con "Splendido visto da qui" e immancabilmente rispondo all’appello.
L’assunto e’ semplice: il futuro fa paura, aboliamolo. In un periodo non troppo distante da noi, esistono zone temporali divise in decenni, dai sessanta ai primi due lustri del 2000 entro le quali la vita scorre esattamente come scorreva a quel tempo. Stesso cibo, stessi abiti, stesse abitudini, persino le stesse notizie ripetute per radio, giornali e televisione e quando i decenni finiscono si resetta tutto e squadre di "spazzini" provvedono a ripulire le strade e le case di fine periodo e ripartire daccapo. Leo il protagonista e’ uno di questi spazzini, dal compito si di ripulire la citta’ ma anche scoprire crimini sul contrabbando di merce da una zona all’altra, per capirci e’ proibito ascoltare cd negli anni ’70. Un giorno Leo incontrera’  Maia, ribelle per amore prima e per passione poi e anche la routine della sua vita sara’ destinata ad interrompersi.
Fontana sorprende ma non troppo. Pensarlo scrittore distopico – ma e’ veramente cosi’? – ad abbracciare tematiche legate a realta’ reiterate alla Matrix o spazzini che come i pompieri di Bradbury fanno l’opposto di quanto tradizione vuole, magari un saluto a "THX 1138", parrebbe fuori dal suo cerchio, ma questo e’ il pretesto per raccontare come siamo cambiati e non solo in virtu’ di moda e tecnologia ma soprattutto nel modo di pensare dove in pochi decenni i valori dentro ognuno hanno ruotato sino a negarsi. Nomi, fatti e circostanze ed e’ un viaggio nella memoria per molti di noi con abbastanza anni per ricordare gran parte di quei decenni ma lo scopo non e’ la nostalgia ma l’evidenza di una mutazione interiore non giustificata dal solo tempo che passa. Immersi come siamo nei ritorni, nelle repliche, nei reboot, nelle cover e nelle nostalgie, anche oggi viviamo un perenne ritorno, pensare e ripensare al passato indubbiamente piu’ tranquillizzante del futuro che evitiamo accuratamente di affrontare e non e’ peregrino supporre che qualcuno possa decidere di togliercelo del tutto. Fontana racconta tutto questo col divertimento e l’arguzia con la quale lo conosciamo. I paragrafi sono brevi, fulminanti, quasi autoconclusivi, sketch televisivi di un’epoca frammentata come la nostra nella quale l’attenzione si smarrisce entro pochi istanti. Cio’ che Fontana pensa e’ lampante ma ha l’intelligenza di non imporre, di non puntare dita e piedi, non urla e non sbraccia, semmai invita a seguirlo con lo sguardo, godersi il racconto e farne cio’ che si vuole. E’ un po’ la sua caratteristica che anche stavolta non smentisce. Si ride meno dei libri precedenti ma si ride meglio attraverso un’essenzialita’ quasi minimalista che sorprende, propria piu’ della letteratura americana che di casa nostra.
Non direi sia un Fontana totalmente diverso, piu’ preciso quello si, piu’ ragionatore e direi ragioniere se sapessi che cio’ non lo offende.
Ad ogni modo il libro e’ bellissimo, di quelli che vorresti non finissero mai o che almeno Fontana decidesse di farsi vivo un po’ piu’ spesso.

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