Manderlay – Lars von Trier

ManderlaySeconda puntata della saga che vede protagonista la Grace di "Dogville". Proseguendo il suo viaggio con papa’, boss della malavita quando negli anni ’30 significava mitra e scagnozzi, giunge questa volta a Mandarlay proprio quando la vecchia proprietaria, dispotica e schiavista muore e quale miglior occasione per la ragazza di mettere in pratica le sue idee di liberta’ e uguaglianza?
Paghera’ duramente le sue illusioni.
"Manderlay", secondo episodio della trilogia americana che il regista danese deve ancora portare a termine, e’ in realta’ uno strano prodotto.
Manca la Kidman sostituita dalla brava Bryce Dallas Howard ma e’ innegabile che gia’ questo basti a creare una sorta di sfasamento nello spettatore.
Anche il padre che nel primo episodio vede protagonista James Caan e’ ora interpretato da Willem Dafoe e lo stacco e’ piuttosto netto.
Stessa tecnica e stesso stile per una "Manderlay" simbolica e prototipizzata in un grande palco bidimensionale a sottolineare quanto sia forte il legame con l’idea di un film di idee e non di storie, eppure e’ difficile collegare i due film come un unico racconto. Tolte le differenze degli interpreti, avevamo lasciato Grace finalmente consapevole della miseria dell’animo umano e permesso che la sua delusione si trasformasse in una punizione divina ma arrivata a "Manderlay" non paga della lezione subita e impartita, torna a illudersi che vi sia verita’ nella stupidita’ liberal di fraternita’ tra gli uomini. Questa volta naufraghera’ sugli scogli dell’idea di uomo libero e di come un individuo lasciato in balia di se stesso, senza guida o controllo, finisca prima o dopo per disintegrarsi nell’anarchia. Liberare un animale quando non sa procacciarsi il cibo da solo o trovare un riparo, equivale ad ammazzarlo, che ne dicano coloro che la democrazia la leggono sui libri e la esportano come una scatoletta di tonno.
Percio’ diviene chiaro come Grace in realta’ sia un pretesto, un personaggio di comodo nato per un trattato raccolto in capitoli solo parzialmente legati tra loro, dove  von Trier smonta ontologicamente ed eticamente la parte molle del pensiero occidentale. Ha ragione Renato "Mercy" Carpaneto scrivendo che il problema non e’ sottostare ad un sovrano, semmai e’ avere qualcuno che sia degno del proprio ruolo. Come sempre lascio la morale a chi la vuole trovare e al contrario mi godo un von Trier sempre ai massimi livelli, tutt’altro che sottotono anzi ferocissimo nel testo, sempre suo. Bryce Dallas Howard e’ brava e coraggiosa, fa della espressivita’ il suo punto di forza compensando una fragilita’ esteriore che in parte depotenzia il personaggio. Molti attori statunitensi, specie i neri che si sono rifiutati di partecipare al film, vi hanno letto tematiche antiamericane quando se v’e’ polemica, e’ contro la democrazia da salotto o da piazza, che in fondo sono la stessa cosa.
Film scomodo che l’intellighenzia ben si guarda dal pubblicizzare. Fosse solo per questo, e’ da guardare.

Scheda IMDB

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