James Holden (roBOt Festival, Bologna 20-09-2014)

James Holden - 1Le eccellenze si riconoscono in mezzo a mille. Tempo fa ascoltavo un podcast dedicato alle nuove uscite discografiche, elettronica, IDM e declinazioni varie di techno. In mezzo ad un panorama di massima piacevole ad un certo punto "The Inheritors" si staglia potente in mezzo al mucchio e come un colpo di timpano nel piu’ assoluto silenzio, ha concentrato tutta la mia attenzione. Album alla mano, non ho potuto fare a meno di constatare la qualita’ eccellente del suono, una cura della produzione straordinaria ed una potente originalita’ che nasce dall’equilibrio di sonorita’ sparse nel tempo, esperienze di decenni di musica elettronica che insieme esaltano le nuove tecnologie di supporto all’odierna concezione di trance.
Holden nasce come DJ e producer e non c’era dubbio considerando la misura e la cura dei brani, i suoni essenziali eppure necessari, nessuna ridondanza in un muro di frequenze compatto ma leggero, talvolta impalpabile ma sempre presente e costante.
Fatto e’ che ancora  una volta roBOt Festival coglie nel segno e apre le danze dell’edizione 2014 proprio con Holden, nella sempre importante cornice del Teatro Comunale di Bologna.
Ebbene l’artista inglese si rivela sensazionale ben oltre i meriti sin qui attribuiti e accresciuti dalla performance dal vivo. Curioso come sempre, avevo gia’ avuto modo di guardare diversi video su YouTube, scoprendo non senza sorpresa che live sapeva essere ancora migliore che da studio. strano a dirsi pensando ad un artista che del suono elettronico fa la sua cifra stilistica, laddove la registrazione e’ la summa di infinite elaborazioni controllate e calibrate, eppure e qui la vera novita’, Holden trasforma l’esperienza elettronica che al di fuori della sperimentazione solitamente e’ avulsa al live, in un connubio di suoni inedito e antico.
Per certi versi stupisce la presenza dell’ottimo Tom Page alla batteria ma in realta’ il suo ruolo e’ fondamentale nel delineare le diverse anime dalla musica dell’artista inglese senza parlare di quanto mi sia mancato il sax di Etienne Jaumet. Elettronica digitale e analogica, altro elemento inedito perlomeno a questi livelli qualitativi. Pochi possono vantare una tale mescolanza di suoni, il saper padroneggiare l’analogico in modo non esclusivo cosi’ come riesce lui nell’unire due mondi non sono certo separati ma raramente in simile in equilibrio.
Egli inventa un’ucronia sonora come se l’inventiva teutonica degli anni ’70 fosse stata prodotta con gli strumenti odierni e a tutto questo se si aggiunge il battito della batteria tradizionale, non e’ sacrilego tornare con la memoria ai primi Pink Floyd post Barrett. Strutture minimal evolvono come onde di alta marea in un crescendo ipnotico e nel contempo esaltante. Spesso si parla di "nuovo", di neotribalita’ ma Holden e’ realmente inedito, egli e’ realmente tribale come sottolineano i segni sul fondo noise che fungono da sfondo al concerto ed evitando tutti i post, diviene rappresentante fenomenale di un neominimalismo che fara’ scuola.
Drizzare le orecchie, aprire gli occhi, ascoltare con attenzione, Holden e’ una bomba multisensoriale

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Scheda evento roBOt 07

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