Il funesto demiurgo – Emil M. Cioran (estratto)

Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l’uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe?
E’ costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male. Quando vi riesce, ogni volta egli pro­voca, umilia il suo creatore. E se gli succede d’es­sere buono non più per calcolo o sforzo, bensì per natura, lo deve a una inavvertenza dall’alto : va a situarsi fuori dall’ordine universale, nessun progetto divino lo aveva previsto. Non si capisce che posto occupi fra gli esseri, e nemmeno se ne sia uno. Sarà un fantasma?
Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è. Pa­rassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo igno­ra, se lo appropria soltanto quando è scomparso.
Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande forza irreale, è il principio che abortì sul nasce­re: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si ope­rò lo slittamento verso la vita, qualcosa di inno­minabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l’esistenza sia stata viziata alla sorgente, in­sieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a con­siderare questa ipotesi, come minimo una volta; il giorno, avrà vissuto da sonnambulo.
È difficile, è impossibile, credere che il dio buo­no, il « Padre », sia implicato nello scandalo del­la creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio sen­za scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca d’immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un’opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile.
Manifestamente, il dio buono non era attrezzato per creare: possiede tutto, fuorché l’onnipotenza. Grande per le sue deficienze (bontà e anemia vanno di pari passo), è il prototipo dell’ineffica­cia: non può aiutare nessuno… Del resto, ci si aggrappa a lui solo quando ci siamo spogliati della nostra dimensione storica; se la reintegria­mo ci è subito estraneo, incomprensibile: non ha niente che affascini, niente di un mostro. È a questo punto che ci volgiamo al creatore, dio in­feriore e indaffarato, istigatore d’eventi. Per comprendere come abbia potuto creare dobbia­mo figurarcelo preda del male, che è innovazio­ne, e del bene, che è inerzia. Questa lotta fu pro­babilmente nefasta al male, che dovette subire in essa il contagio del bene: ciò spiega come mai la creazione non riesca a essere interamente cattiva.

Poiché il male presiede a tutto ciò che è corrutti­bile, ossia a tutto ciò che è vivente, è ridicolo il tentativo di voler dimostrare come, rispetto al bene, contenga meno essere, o addirittura non ne contenga affatto. Coloro che lo assimilano al nulla si figurano di salvare con ciò quel povero dio buono. Non è possibile salvarlo se non avendo il coraggio di disgiungere la sua causa da quella del demiurgo. Per esservisi rifiutato, il cristianesimo fu costretto durante tutta la sua carriera, a inge­gnarsi per imporre l’inevidenza d’un creatore misericordioso: impresa disperata, che ha esau­rito il cristianesimo e compromesso il dio che voleva preservare.
Non possiamo impedirci di pensare che la crea­zione, rimasta allo stadio d’abbozzo, non poteva compiersi, né lo meritava, e che nel suo insieme essa è una colpa: il misfatto famoso commesso dall’uomo appare quindi come la versione minore d’un misfatto di ben altra gravità. Di che sia­mo colpevoli, se non di avere seguito più o meno servilmente l’esempio del creatore? La fatalità che fu la sua, ben la riconosciamo in noi: non per nulla siamo venuti fuori dalle mani di un dio infelice e cattivo, un dio maledetto.
Predestinati alcuni a credere nel dio supremo ma impotente, altri nel demiurgo, altri infine nel demonio, noi non scegliamo le nostre venera­zioni, né le nostre blasfemie. Il demonio è il rappresentante, il delegato del demiurgo, di cui quaggiù gestisce gli affari. A dispetto del suo prestigio e del terrore inerente al suo nome, non è che un amministratore, un angelo preposto a un lavoro di basso rango, la storia.
Diversa è la portata del demiurgo: come affronte­remmo, lui assente, le nostre prove? Se ne fossimo all’altezza, o semplicemente un poco degni di esse, potremmo astenerci dall’invocarlo. Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrap­piamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbe­ro l’avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgra­varci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore del­le nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo uni­verso mancato, assaporiamo un po’ di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell’insolu­bile, fuori dall’incubo della promessa. Il suo me­rito è, in verità, impareggiabile: ci dispensa an­che dai rimpianti, poiché ha preso su di sé l’ini­ziativa dei nostri insuccessi. Nella divinità è più importante ritrovare i nostri vizi che le nostre virtù. Alle nostre qualità sia­mo rassegnati, mentre i nostri difetti ci persegui­tano e tormentano. Poterli proiettare in un dio suscettibile di cadere in basso come noi, e non confinato nella insulsaggine degli attributi co­munemente ammessi, questo ci dà sollievo e ci conforta. Il dio cattivo è il più utile che sia mai esistito. Se non lo avessimo a portata di mano, verso dove scorrerebbe la nostra bile? Qualsiasi forma di odio si dirige, in ultimo, contro di lui. Poiché tutti noi crediamo che i nostri meriti sia­no disconosciuti o derisi, come ammettere che una tanto generale iniquità sia dovuta soltanto all’uomo? Deve risalire più in su, confondersi con qualche antico raggiro, con l’atto stesso della creazione. Sappiamo dunque con chi dobbiamo prendercela, sappiamo chi vilipendere: niente ci lusinga di più e ci sostiene quanto il poter situare la fonte delle nostre indegnità il più lonta­no possibile da noi.
Quanto poi al dio propriamente detto, buono e debole, siamo d’accordo con lui ogni volta che in noi non rimane più traccia di un mondo esterno, nei momenti che lo postulano, quelli che fissati immediatamente a lui lo suscitano, lo creano, e durante i quali egli risale dal nostro profondo a maggior umiliazione dei nostri sarcasmi. Dio è il lutto dell’ironia. Eppure basta ch’essa si ripren­da e abbia la meglio, perché i nostri rapporti con lui si confondano e s’interrompano. Allora ne abbiamo abbastanza d’interrogarci su di lui, vo­gliamo scacciarlo dalle nostre preoccupazioni e dai nostri furori, perfino dal nostro disprezzo. Tanti altri prima di noi hanno infierito su di lui, che ora ci sembra ozioso accanirci sopra un cadavere. Ma conta ancora, non foss’altro per il rammarico di non essere stati noi ad abbatterlo.

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