L’inverno del nostro scontento – John Steinbeck

L'inverno del nostro scontentoEthan Hawley e’ un commesso dal passato piu’ grande di lui.
Se i democratici Stati Uniti avessero conosciuto la nobilta’, egli avrebbe il sangue blu invece del rosso vivo di una ricca stirpe che seppe conquistare un posto al sole con la forza dei muscoli e del cervello, talvolta con la prepotenza perche’ il capitale per essere accumulato, a qualcuno va tolto e se con le buone o le cattive, dipende dal caso. Incolpevolmente Hawley conserva di tutto il patrimonio di famiglia solo la casa ed ogni giorno si sacrifica a lavorare nel negozio che un tempo gli appartenne, ora in mano ad un emigrato italiano, un personaggio burbero che mette il profitto al di sopra di tutto a cui comunque non manca un profondo senso di gratitudine e onesta’ morale.
Dietro Hawley c’e’ una bella famiglia, sana, due figli adolescenti, la voglia di dar loro tutto quanto possibile e anche oltre. Il paese e’ quello d’infanzia dove si conosce ogni persona e ognuno e’ legato ad un ricordo della propria giovinezza, in special modo l’amico fraterno Danny Taylor, alcolizzato e ridotto ad una larva d’uomo in cui pero’ resiste una forza anch’essa antica e potente, tanto potente da tenerlo ancora in vita.
E cosi’, in parte casualmente, in parte nel susseguirsi di eventi legati ad altri eventi, Hawley pretendera’ indietro la vita che avrebbe dovuto essere e cio’ che avrebbe dovuto avere.
Non che non ami Steinbeck, anzi, ma in queste settimane sto seguendo altro e solo per una serie di coincidenze ho iniziato il libro destinato ad un periodo futuro. Per dire dello stato d’animo poco ricettivo, eppure dopo pochissime pagine il monologo interiore del protagonista nella lucida analisi della propria esistenza, mi ha trascinato nel vortice di uno dei suoi romanzi piu’ appassionanti. I rimandi a Schnitzler sono ovvi ma meglio ancora e’ forte lo stile della Mansfield per via del cinismo e rassegnazione inesplosi che inevitabilmente trovano sfogo in devianze ben piu’ gravi. Il romanzo sa pero’ sganciarsi nella seconda parte e la terza persona s’intervalla alla prima per dare una visione a 360 gradi dei fatti e delle persone, sino all’epilogo finale che appassiona come un thriller. Nell’introspezione del personaggio v’e’ un’indubbia critica del sogno americano e delle fondamenta del capitalismo ma e’ decisamente piu’ appassionante vederla come la storia di un uomo, l’evoluzione del pensiero e come un’idea possa germogliare poco a poco sino a mutare completamente le sue prospettive e smantellare completante le fondamenta della propria etica.
Ultimo appunto: ho trovato la traduzione di Luciano Bianciardi, come dire, altalenante. Ho dato una scorsa al testo originale ma ancora meglio ricordo che dalle altre traduzioni emerge uno Steinbeck piu’ scorrevole, specie nei dialoghi dove qui invece arranca. Sarebbe interessante un raffronto con altra traduzione o il parere di un esperto in materia.

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