Il sale della terra – Wim Wenders

Il sale della TerraAccade cosi’ di finire al cinema a veder Wenders. Lo so, lo so, solo la settimana scorsa ho scritto di non andare mai al cinema e improvvisamente rieccomi una settimana dopo l’altra. Vero ma mica posso stare qui a spiegare la dinamica delle mie giornate, o no?
Non mi va neppure di scrivere di Wenders perche’ da almeno 15 anni, lo seguo e non lo seguo e come canterebbe qualcuno, gli preferisco l’uva passa che mi da’ piu’ calorie. Per cio’ che mi concerne Wenders e’ una meteora che ha imbroccato poco ma quel poco e’ stato bellissimo. Ancor meno mi piace il Wenders documentarista, forse e’ paradossale dal momento in cui "Tokyo-Ga" e’ uno dei film che amo di piu’ in assoluto ma da allora sono trascorsi trent’anni e in tutto questo tempo il film si e’ rivelato per cio’ che e’, una meravigliosa congiuntura sostenuta dalla grandezza di Ozu, l’indiretto protagonista.
Poi diciamocelo, parlando di documentario come espressione d’arte, se penso ad Herzog, il nome di Wenders si svuota di ogni valenza e pretesa confronto impossibile ed umiliante per lui sotto tutti i punti di vista. Di Salgado invece, il protagonista del documentario, non posso dirmi un suo fan. Apprezzo il suo lavoro s’intende ma non e’ in cima alla lista delle preferenze, non tutto almeno. Se in generale prediligo la fotografia industriale o la tecnica che trasforma la natura in forma e lo scambio tra soggetto e oggetto, operazioni in levare o se vogliamo la separazione tra "significato" e "significante" e se natura deve essere che sia rappresentata dall’occhio dell’artista non dalla verita’ del luogo ed ecco che Salgado il cui stile tende a drammatizzare il soggetto, non puo’ rientrare nelle mie corde. D’altro canto e’ sul medesimo intendere per cui Herzog o Sokurov eccellono e Wenders e’ poco piu’ che un mestierante.
Wender ripercorre vita e carriera del fotografo brasiliano fin dagli inizi e assieme a lui, al figlio coregista e alla moglie, ricorda e ripropone il meglio o quanto di piu’ rappresentativo egli ritenga di aver prodotto in vita sua e qui un’altra differenza di vedute. Di Salgado apprezzo la fase naturalistica piu’ che quella umana e degli intenti sociali o antropologici non m’importa granche’. Neppure da dirsi che e’ li invece che regista e fotografo vanno a parare ma va bene, ancora una volta e’ questione di punti di vista.
Tecnicamente di Wenders non c’e’ nulla, piaccia o non piaccia, Salgado e le sue foto sono il tutto percio’ Wenders o no, questo documentario poteva realizzarlo cosi’ o forse meglio chiunque. Il regista tedesco si limita ad un osanna perpetuo, facendo in fondo il torto di non collocare artisticamente il lavoro del regista che resta sospeso nel suo paradiso disegnato ad arte e in cio’ la regia fallisce.
Documentario modesto, meglio i portfolio del fotografo, tutto e’ gia’ li.

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