Laibach (Bologna 5-12-2014)

Laibach 1Introdurre i Laibach significa affrontare 35 anni di musica e arte ma anche storia, politica e intraprendere un viaggio nel cuore dell’Europa. Nati nella Jugoslavia  dominata dal criminale comunista Tito, trassero dal regime la forza opposta e imperiosa dell’estetica totalitaria, l’affermazione di un urlo da soffocare attraverso un urlo ancora piu’ potente. Si unirono ben presto al collettivo NSK del quale si e’ gia parlato e da allora fino ad oggi, la loro musica e’ transitata attraverso suoni industriali, la sperimentazione piu’ iconoclasta, sino all’elettronica piagata all’avanguardia cosi’ come alla dance. Cio’ che meglio li definisce e’ probabilmente il martial industrial ma invito all’ascolto per comprendere appieno la portata del loro lavoro. Lasciamo altrove l’apologia perche’ sono qui per raccontare di un concerto, un evento perche’ coi Laibach sempre di evento si tratta, a maggior ragione in Italia, nazione che non li conosce e non li ama e considerando l’egemonia della critica imperante, non e’ difficile comprendere le ragioni. Discreto lo spazio a loro disposizione, discreto anche il numero degli spettatori, irrisorio se pensiamo che all’estero riempiono palazzetti sino all’orlo ma tant’e’. Ad ogni modo loro non si limitano ne’ si moderano e concedono ai presenti la stessa forza riservata alle moltitudini, iniziando dall’impianto video e luci, curate all’eccesso, poca improvvisazione, altissima qualita’ e poi loro, rispettosi dei tempi e del pubblico, marziali nella forma, incredibili nella sostanza.
Lo Spectre Tour eredita il nome dal nuovo album uscito di recente dopo molti anni d’assenza (tolta la OST di "Iron Sky" peraltro citatissimo) non dalle scene ma dai negozi di dischi.
Laibach 2Ad esso e’ dedicata tutta la prima parte del concerto. Dieci minuti dieci di pausa scandita da un preciso countdown ed inizia la seconda parte con alcuni dei tanti, tanti pezzi che hanno fatto la storia della band. Ebbene che dire di una esibizione che mi ha esaltato e sorpreso quando dagli stadi alle piccole sale, qualcuno ho pur visto nella mia vita. Non e’ descrivibile la potenza scenica e sonora degli sloveni, cosi’ come e’ difficile comprendere senza vederlo, l’imperioso carisma di Milan Fras il cantante dal basso stentoreo e cadenzato come un richiamo all’ordine, interprete iconico che unisce forma e sostanza attraverso canto, mimica e immagine. Degna, degnissima controparte la regina Mina Spiler, voce potente e soave, bellissima e padrona della scena alla pari di Fras col quale si crea il perfetto amalgama bella/bestia per duetti di una nuova classicita’ sospesa su un’elettronica che abbraccia synthpop, electrodance, darkwave, rock alternativo e ovviamente porta avanti la tradizione industrial di suoni scanditi come lamiere che esplodono ed e’ esattamente questo l’effetto all’ascolto. Anni, sono anni che non vedevo nulla del genere, non sentivo quella forza che va oltre il piacere dell’ascolto e dell’evento ma e’ un plasma fluido che dal palco ti raggiunge e coinvolge sensi e pensieri, incantesimo che pochi, pochissimi live sanno evocare.
Ora che il tour in Italia e’ terminato, il minimo e’ comprare l’album che spiega tutto e contare i giorni al loro ritorno, senza dimentica di leggere attentamente testi e interviste. Servono, servono moltissimo.
Entusiasmante.

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