Memories of Matsuko – Tetsuya Nakashima

Memories of MatsukoShou vive solo e con la scusa di diventare musicista, ondeggia tra serate sballate e il dormire tutto il giorno fintantoche’ il padre che non vede da tempo, gli annuncia che sua zia 53enne e’ morta ammazzata e di andare a liberare il suo appartamento. Tra vicini strafatti, gangsters e sporcizia, Shou ricostruisce piano piano il passato della zia, la Matsuko protagonista, in passato insegnante che per eccessiva generosita’ perde il posto di lavoro e da li’ l’odissea tra uomini maneschi e suicidi, papponi, prostituzione e con tutto quello che potrebbe andare male che ci andra’.
Arrivo a Nakashima dopo l’incredibile "Confessions", film benedetto da un testo potente che il regista e’ riuscito persino a migliorare e sorpresa, sa ancora una volta a stupire. Non fosse che ormai il termine "shock" e’ strabusato ma certo ben si addice ad un inizio film velocissimo e traslucido, sogno lisergico da nuove droghe per tossicodipendenti dell’era digitale.
Colori saturi sino alla soglia del dolore, dipingono un mondo come soltanto un otaku in acido potrebbe desiderare. Serve qualche minuto per cominciare ad orientarsi o perlomeno sono necessari a chi non vive di solo MTV, anzi MTV declinato al jpop ninja piu’ estremo.
Fossero solo queste le soprese ci faremmo l’abitudine ma Nakashima imbastisce uno strano miscuglio di anime, videoclip, musical, storia sopra le righe quanto puo’ esserlo un manga in live action eppure durissimo nella parabola discendente di una donna che muore ben piu’ di una volta. In virtu’ di questo i toni man mano si incupiscono, la spensieratezza e l’ironia iniziale sfumano verso il dramma e la tristezza, seguendo in fondo l’atteggiamento del nipote che sempre piu’ arriva ad apprezzare ed amare quella zia oramai perduta.
In cio’ buona parte del merito va a Nakatani Miki la protagonista, giustamente strapremiata, incarna alla perfezione la forza di chi ha il coraggio di continuare a vivere malgrado l’essersi gia’ arresa.
Non posso dire sia un film rivoluzionario e tantomeno che abbia cambiato qualcosa nel mio modo d’intendere il cinema pero’ colpisce e di sicuro scrive una nuova pagina nella tecnica della settima arte. Se proprio ravvediamo un difetto e’ che la lingua usata appartiene ad una generazione che non e’ la mia e neppure di chi ha solo qualche anno meno di me e nel contempo v’e’ una profondita’ tale da dirsi adulta, rendendo difficile comprendere a chi veramente il film e’ rivolto

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