Il Novecento nell’Europa orientale e negli Stati Uniti – Gianfranco Vinay

Il Novecento nell’Europa orientale e negli Stati UnitiCompleto la triade di volumi EDT sulla "Storia della Musica", quella cioe’ iniziata col volume 10, che ho proseguito col volume 12 lasciando da parte l’11 in quanto capitolo a se’ con Europa dell’Est, Unione Sovietica e Stati Uniti trattati a parte. In effetti ci sta che i due grandi blocchi siano analizzati staccandoli dal resto della Storia e ricordiamoci che la prima uscita dell’enciclopedia risale agli anni ’70 percio’ in piena guerra fredda, con le sorti del mondo in apparenza ancora da decidersi e la contrapposizione stimolante anche dal punto di vista storico e letterario.
Dell’Europa dell’Est non c’e’ molto da dire e ci si concentra su Janacek e Bartok ma a quanto pare neppure sull’Unione Sovietica perche’ dal lungo elenco di musicisti schiacciati dal regime su posizioni propagandistiche, le piu’ importanti innovazioni vengono da Shostakovich e Prokofiev, in fondo tra i pochi ad emergere grazie all’indiscussa grandezza.
Diverso e’ il discorso statunitense e se poco e nulla ha dato al panorama classico, col jazz pote’ reinventare un proprio classicismo, pensiamo a Gershwin ma soprattutto pose le basi per la rivoluzione post weberiana della seconda meta’ del secolo, dando i natali ai due grandi precursori dell’avanguardia cageiana, Charles Ives e Edgard Varese, quest’ultimo nato francese ma naturalizzato statunitense. Diciamo che gli USA furono agevolati dall’emigrazione di musicisti e artisti che fuggirono dalla Germania nazista ma anche dalla Russia comunista, beneficiando percio’ dell’influsso di grandi personalita’ che tanto fecero per la cultura nordamericana.
Ora, Vinay e’ un eminente musicologo ma in linea con quanto gia’ visto negli altri volumi, finche’ si parla di musica in senso stretto tutto funziona molto bene ma appena ci si spinge a contestualizzare in ambito geopolitico, l’ideologia frana nel piu’ bieco revisionismo, laddove l’invasione sovietica di nazione sovrane diviene "annessione di stati satelliti" mentre quello statunitense e’ barbaro imperialismo capitalista. Mentalita’ di questo tipo mettono in ridicolo l’intelligenza di chi scrive, non certo di chi legge a patto di essere attrezzati con un minimo senso della storia. Piu’ grave e’ tacere deliberatamente dei fatti e il revisionismo, scrivendo un testo che dovrebbe istruire e non disinformare come ad esempio avviene con Shostakovich, il cui eroico dissenso viene venduto come blando dissapore con le istituzioni, tacendo su fatti clamorosi come la prima della Nona Sinfonia e tutte le terribili censure che dovette subire nel corso della sua vita. Tutto cio’ fa di Vinay un pessimo, pessimo, pessimo divulgatore, uno che non si limita a porre accenti ma piega la verita’ alla sua visione distorta del mondo.
Ancora una volta la barca resta a galla grazie con la sezione finale con testi di Ives, Shostakovich,  Boulez passando per Bernstein sino Glass, decisamente la parte piu’ interessante.
Peccato. Comunque il peggiore dei tre volumi.

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