Un mondo di marionette – Ingmar Bergman

Un mondo di marionetteE’ un omicidio in piena regola quello al quale assistiamo. Conosciamo la vittima, conosciamo l’assassino e con un salto temporale assistiamo all’interrogatorio dello psichiatra dell’uomo che a quanto pare non aveva alcun motivo per compiere l’insano gesto. Percio’ il fulcro della storia diviene il perche’ di tanta efferatezza.
In poco tempo scopriamo che l’assassino ha un rapporto morboso con la moglie, odi et amo direbbe Catullo, ingiurie, tradimenti, violenze verbali e fisiche ma il legame e’ inscindibile, l’amore piu’ forte di ogni altra cosa ma allo stesso tempo sale potente il desiderio di ucciderla per quanto la vittima non sara’ lei. E’ cosi’ che Bergman salta nel tempo avanti e indietro, prima e dopo l’omicidio e ricostruisce fatti e antefatti, delineando nel contempo la psiche dei protagonisti.
Film del 1980, l’inizio di una nuova era e fine della precedente fatta di introspezioni esasperate e bulimica dissezione antropologica dell’universo borghese.
Fosse un altro autore, si potrebbe liquidare il testo, il testo badate bene, come ennesimo e ormai esausto attacco marxista alla coppia precostituita ma non e’ cosi’. Bergman e’ realmente interessato ad esplorare le dinamiche tra uomo e donna e qualcuno non a caso vede "Un mondo di marionette" come iperbole di "Scene da un matrimonio", il che per certi versi puo’ anche essere corretto se si introduce nel ménage la perdita del raziocinio o l’incontrollata esasperazione dei sentimenti.
Quanto c’e’ dell’uomo Bergman in questa storia? Non e’ facile dirlo per quanto la spinta omicida, a livelli controllati e ordinari, puo’ essere un pensiero che razionalizzato e’ comune a molti, specie per chi vive le storie d’amore con estrema passione e di contraltare con altrettanto livore. Credo altresi’ che Bergman in questo caso preferisca la sfida intellettuale dello spingere il soggetto ad estreme conseguenze ma e’ anche vero che la semplice e chiara caratterizzazione che spinge la protagonista ad identificare nell’immaturita’ in entrambi la causa prima dei dissidi e dell’incapacita’ nel gestire un rapporto sano.
Come Jacques Brel cantava "c’e’ voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti", Bergman ne sviluppa le conseguenze. e il finale wellesiano rimanda alla conclusione e soluzione di una vicenda umana che come spesso accade, si giustifica all’alba del vivere. E’ un Bergman sessantenne quello del film, un uomo arrabbiato in anni difficili per lui, forse spaventato e in cerca di una soluzione analitica o un tentativo di ritorno all’utero o al contrario verso la morte come supremo compimento dell’individuo.
Tecnicamente c’e’ invece un ritorno al bianco e nero o meglio a differenti viraggi dove e’ la luce e non il colore a donare espressivita’ alle situazioni e bollarle narrativamente e filologicamente.
Film troppo trascurato ma per molti versi superiore persino al gia’ citato "Scene da un matrimonio", col difetto forse di essere troppo diretto e troppo doloroso, come uno specchio che restituisce una immagine che non vogliamo vedere. Imperdibile.

Scheda IMDB

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