Grace di Monaco – Olivier Dahan

Grace di MonacoNon e’ che l’idea di un biopic su Grace di Monaco mi faccia impazzire ma Nicole Kidman e’ una mia antica passione e Olivier Dahan dopo "La vie en rose" e’ entrato immediatamente a far parte dei bersagli da tenere sotto tiro.
Biopic e’ una parola forte, persino inappropriata dal momento in cui ci si concentra su un periodo e un accadimento ben preciso, tolto il fatto che la storia si mescola in egual misura con la finzione.
Ricapitoliamo. Grace Kelly, star luminosissima di Hollywood, sposa un principe, uno vero, Ranieri di Monaco, sovrano dell’omonimo principato, un evento di respiro mondiale, una specie di sogno dentro un sogno.
Tempo pochi anni e arrivano i figli ma le favole hanno un rovescio della medaglia perche’ dentro la principessa resta l’attrice e la nostalgia di quell’America tanto lontana dalla nobilta’ monegasca e non solo in kilometri.
Davanti al sangue blu, la forza dei soldi desta solo disprezzo e la vita a corte non offre poi cosi’ tanto vantaggi rispetto la mondanita’ hollywoodiana. Se questi dubbi cascano poi nel bel mezzo di una grave crisi che investe il principato, con la Francia gollista alle porte che pretende il dazio per la sua sopravvivenza, allora la faccenda diventa complicata.
Con una mossa a sorpresa, Grace salvera’ la propria famiglia, il regno e se stessa.
Forse non un flop ma gli incassi come i giudizi sono stati decisamente freddi. Ripudiato da subito dai Grimaldi, vi furono gravi dissapori legati al montaggio, il regista ne voleva uno e la produzione un altro, un’uscita non brillante a Cannes, non e’ restato molto sul quale aggrapparsi. Folleggiare con la storia attraverso un pseudo-biopic e’ rischioso e fino ad oggi non ha dato grandi risultati, anzi.
Forse giusto "Callas forever" e’ riuscito a regalare qualcosa di buono solo perche’ la finzione e’ funzionale alla storia, in sostanza dove si cerca una forma alternativa di narrazione, il gioco riesce, altrimenti si casca nella farsa.
Il problema del film non e’ la Kidman, l’unica al mondo che per bravura, grazie e bellezza poteva incarnare la Kelly e non e’ neppure in Dahan che maneggia il 60 style cosi’ come lo sfarzo della nobilta’ con molto mestiere ma e’ proprio nello script, nel tentativo goffo di creare un momento epico dal nulla o almeno da poco.
Se poi a questo si cerca di inventare l’ennesima principessa triste, idea imbecille e irrispettosa verso tutte le lavoratrici sottopagate che non possono diventare principesse quando le principesse se proprio stanno male possono diventare lavoratrici sottopagate, allora il fallimento e’ alle porte.
Diciamo che la migliore analisi la fece la Kidman affermando che il film non e’ un documentario e nemmeno un biopic ma una ricerca sull’umanita’ della Kelly.
Non salva la situazione il bravissimo Tim Roth opportunamente ingrassato per quanto la fedelta’ a Ranieri sia tutta da dimostrare e il divino, e’ il caso di dirlo, Frank Langella eppure alla fine non mi sento di bocciare il film, arrivando semmai ad una sufficienza appena appena ampia, capendo altresi’ chi decidesse diversamente.

Scheda IMDB

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