Lancillotto e Ginevra – Robert Bresson

Lancillotto e GinevraMalgrado le molte trasposizioni cinematografiche e letterarie, la leggenda di Artu’ e dei cavalieri della tavola rotonda, offre molti margini di manovra e una quantita’ smisurata di declinazioni. In qualche modo Bresson e’ il regista giusto per portare sul grande schermo una storia che ha al centro idee fondamentali come Dio e l’Uomo ma ancor meglio l’Amore, nelle tante possibili visioni e versioni.
E’ il ritorno mesto dei pochi cavalieri sopravvissuti alla ricerca del Graal, calice sacro per la cristianita’ ma da molti ambito soprattutto per i poteri magici conferiti a chi ne viene in possesso. Nella ricerca i cavalieri non solo hanno perso la vita ma soprattutto l’anima, tra violenza e sopraffazione, presagi di una fine imminente che non riguarda solo un regno, quello di Artu’ ma di un sistema che attraverso la democrazia della tavola rotonda, ha cercato di essere illuminato.
Il campione Lancillotto e’ uno dei pochi a tornare vivo, forte anche dell’amore della regina Ginevra, rispettata da tutti ma altrettanto bramata e neppure tanto segretamente. Lancilloto e’ cambiato. Egli ha visto il Graal e ha giurato davanti a Dio che quello sarebbe stato il suo obiettivo, rinunciando anche all’amore di Ginevra, la quale pero’ non si rassegna e lui. Intanto pero’ Mordred trama alle sue spalle e a quelle di Artu’, cercando nel vuoto di potere di accaparrarsi il regno e nel fare cio’ portandosi dietro alcuni dei cavalieri sopravvissuti, creando di fatto una scissione all’interno del regno. Come leggenda vuole, non finira’ bene.
Straordinario, senza mezzi termini. Bresson sottrae dal racconto ogni pathos e ogni presupposto emotivo percio’ interpretativo. Dimentichiamo l’epica wagneriana di Boorman, dimentichiamo proprio ogni estetica cavalleresca e non e’ una scelta politica o filosofica ma narrativa, forse storica nel ricreare un passato meno da favola e piu’ coerente coi tempi descritti. Sottraendo epica ed etica, resta l’essenza di amore, fedelta’ e i loro opposti, odio e tradimento. Con la medesima tecnica che contraddistingue la sua poesia, uso questo termine al posto di stile, i protagonisti paiono assenti ma qui piu’ che in passato l’apparente indifferenza sottolinea il tormento interiore, amplificando l’introiezione delo spettatore.
Favoloso da affiancare per contrasto ad "Excalibur", due meraviglie che nelle differenze convivono benissimo.

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