Il riso – Henri Bergson

Il risoAncora una volta devo dire grazie a Deleuze se mi decido ad affrontare Bergson. Citato e stracitato nei suoi saggi, scatta inevitabilmente la curiosita’ di approfondire gli scritti del grande filosofo.
Ammetto di conoscerlo molto poco, per opportunita’ e per scelta, giusto qualche saggio ed estratti vari e quando "il riso" mi capita sottomano, decido puo’ essere un buon argomento da approfondire.
Il riso. E’ difficile pensare di codificare e formalizzare un’attivita’ tanto comune, assieme al pianto la piu’ comune in assoluto, un meccanismo innato da prima che la coscienza ne regoli il flusso.
Percio’ il troppo ovvio e’ cosi’ difficile da descrivere e inscrivere in una definizione, eppure Bergson riesce con eleganza e semplicita’ nel compito.
Non affronta per primo l’argomento ma nel suo trattato accenna appena a lavori che l’hanno preceduto, una presa di posizione forte a suffragio delle proprie tesi.
Egli divide l’analisi in tre parti, La prima legata alle forme e ai movimenti, ovvero quale forma scatena il riso, qual’e’ l’elemento  in un oggetto inanimato capace di far ridere e perche’ di certi oggetti si ride e con altri no. La seconda tratta situazioni e parola e ancora una volta si cerca di trovare la chiave di lettura delle azioni comiche, forse e’ quanto e’ piu’ facile per noi riconoscere le valenze nel quotidiano o almeno nelle esperienze che si esprimono con la banale constatazione che la banale scivolata sulla buccia di banana e’ comica. Infine il carattere comico.
Bergson ha un solo e unico punto al centro di tutto: l’uomo. Con questo s’intende che l’uomo ride della propria umanita’ e di cio’ che riconosce umano. Un oggetto, un animale non fanno mai ridere se non nel momento in cui riconosciamo in essi elementi che ci appartengono. Anche un gesto, un’imperfezione op una anomalia fanno ridere nella misura in cui sono inimitabili, ecco percio’ che alcune deformita’ divertono e altre no, certi handicap suscitano ilarità’ altri rammarico.
Allo stesso tempo si esplicano le logiche dietro la ripetizione, dell’effetto domino o valanga, i quiproquo e i fraintendimenti, meccanismi del vaudeville ai tempi di Bergson e del cabaret poi. 
Gran bel testo, da leggere in un lampo. Per niente complicato, intuitivo anche per i comuni mortali, serve constatare che la prefazione della mia edizione curata da Franco Stella e’ totalmente incomprensibile mentre la chiarezza di Bergson e’ cristallina. Anche questo fa molto ridere.

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