Suoni Astrali e Terrestri IV – Bologna, 30-10-2015

Suoni Astrali e Terrestri IVGrandi appuntamenti per il Bologna Festival 2015, non tutti accessibili per chi non abita in citta’ ed e’ la giusta punizione per chi evita la folla. Cio’ pero’ non mi ha impedito di seguire almeno un appuntamento, peraltro uno dei piu’ interessanti stando ai miei gusti e ancora una volta Bologna presta una delle sue favolose location, l’Oratorio San Filippo Neri, al quarto appuntamento de "Suoni Astrali e Terrestri" che vede al suo centro il confronto o il proseguo, l’abbinamento o il rapporto tra due grandi artisti del secolo scorso, Anton Webern e Franco Donatoni.
Due generazioni diverse, diverso il peso ma non la qualita’ del loro lavoro, uno Webern, il padre di una serialita’ estrema eppure mai arida, Donatoni padre e figlio di una avanguardia seminale che ancora oggi proietta tanti suoi ex allievi nella nuova musica e nel nuovo millennio.
Protagonista e’ l’Ensemble da Camera e Gruppo di Musica Contemporanea del Conservatorio “A. Boito” di Parma sotto la direzione di Pierpaolo Maurizzi e Danilo Grassi che si dividono tra i due autori con una disposizione dinamica degli orchestrali che data la diversa natura dei pezzi, e’ ricca e variegata. Innanzitutto, ed e’ uno dei meriti piu’ grandi dell’evento, la scelta filologica dei brani e la cura dell’esposizione, creano un percorso chiarissimo e per chi e’ li’ per imparare come il sottoscritto, riserva non poche soprese. Si pensa a Webern come l’erede piu’ puro della seconda scuola di Vienna ma prima ancora dell’atonalita’ il giovane Webern veleggiava nel tardo romanticismo con il poema sinfonico del "Langsamer Satz" per quartetto d’archi. Era il 1905 e solo cinque anni dopo tutto era cambiato attraverso la dottrina di Schoenberg, con i "Sei pezzi op. 6". Lo stacco e’ abissale ma serve per capire quanto quegli anni trasformarono il mondo intero intero, non solo in arte e musica.
Malgrado le apparenze, Webern fu uomo di tradizione e cio’ si evidenzia nei "Quattro Leider op. 13" e ancor piu’ nella "Fuga ricercata n.2" di Bach, riarrangiata per orchestra. Ecco perche’ dopo un Webern ascoltato a 360 gradi, il Donatoni degli anni ’80 raccoglie il testimone con "Arpege" opera intensa immersa nello spettralismo di un periodo di sperimentazioni che attraverso la dilatazione o la contrazione del tempo in canone, costruiscono nuove armonie mediante le risonanze, in uno sforzo moltiplicato per sganciarsi dalla sola serialita’. uscire dalla gabbia delle note e liberarsi nel dominio delle frequenze. Percio’ "Hot" il brano che conclude la serata, vuole essere un omaggio al free jazz, estremizzando il discorso e conducendolo in un ambito diverso, almeno per cio’ che riguarda la strumentazione.
Gran concerto, con l’iniziale dubbio sulle reali capacita’ dei ragazzi del conservatorio, dubbi fugati al primo ascolto grazie anche alla direzione energica ma precisa di Maurizzi e l’estro di Grassi. Un bel segnale di speranza in quest’Italia lontana dall’eccellenza che ha ancora un po’ di fuoco vivo tra tutta la cenere che ci soffoca.

Pagina dell’evento

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