Il manichino della storia – Mata, Modena, 23-01-2016

Mata - cavallo PaladinoE alla fine sono andato al Mata. Di cio’ che e’ avvenuto prime, dopo, durante il Mata, i non modenesi nulla sanno e nulla possono sapere. Anche per gran parte dei miei concittadini a onor del vero, la questione resta irrilevante, eppure da dire ce n’e’ e ce ne sarebbe. Non staro’ a tediare con beghe politiche-economiche di una piccola provincia, piccola d’umanita’ e spessore, la faccenda ha risvolti anche complessi, il piu’ delle volte grotteschi per non dire avvilenti.
E’ l’incapacita’ di certe amministrazioni di evitare collusioni, l’impossibilita’ di agevolare gli amici e gli amici e deli amici, e’ il negare pochi spiccioli ad organizzazioni come il Node Festival, esautorare del proprio ruolo professionisti come Marco Pierini e affondare le poche strutture esistenti in una citta’ culturalmente azzerata, ripiegata sul cotechino e sui cuochi stellati che lo destrutturano, come se questo bastasse a portare in ciitta’ frotte di turisti che una volta satolli, si sarebbero dovuti immergere nella Grande Cultura che il territorio offre loro.
Cosi’ e’ stata venduta un’operazione quasi milionaria quando si piangono i soldi per riparare le strade. Le polemiche non sono mancate, le ironie neppure ma tanto a Modena abbiamo i zamponi, i cuochi, Pavarotti e la Ferrari percio’ che ci frega. Cio’ che da fastidio non e’ l’operazione in se’ che in una realta’ in cui la cultura museale e’ morta ammazzata, e’ come pioggia dopo la siccita’, quanto l’indorare di tanti bei propositi cio’ che in fondo e’: l’esposizione di quadri di amici in gran parte comprati da un solo gallerista, raggruppati alla bene meglio per inventare una tematica (il manichino della storia) impossibile. Insomma, il tanfo del clientelismo sovrasta il profumo delle buone intenzioni senza neppure degnarsi di aprire la finestra per dare aria.  
Mata - Mark InnerstPercio’ lasciamo stare i manichini, dimentichiamo le amicizie e la politica, limitiamoci a vedere una galleria di opere anche importanti ma slegate tra loro e sensate nella singolarita’ e non nella collezione. 
Molto appartiene agli ultimi 30 anni ed e’ un bell’aggiornamento per chi come me predilige i musei alle gallerie. I nomi sono in gran parte noti, tra gli italianissimi De Dominicis, Clemente, Paladino (il cocco del gallerista di cui sopra), Chia e Ontani e il resto del mondo del quale posso dire ci mi ha colpito di piu’. Il materico-non materico Peter Halley ad esempio ma anche un favoloso Mark Innerst  realista ed espressionista, l’intenso Robert Longo con piu’ di un’opera ma anche David Salle, Julian Schnabel e molti altri.  Non manca neppure la vera eccellenza del territorio, un bellissimo Vaccari che da solo vale un quinto della mostra. Molte le fotografie d’autore, qualche esempio di cio’ che  Angelo Crespi chiama "sgunz" come le lampadine di Gonzales-Torres e non fatemi parlare di Basquiat che a dir poco non mi piace, oppure dei fratelli Chapman che divertono, rendono denaro ma poco di piu’.
Alla fine che posso dire, mi aspettavo peggio ed e’ certo che anche i detrattori alla fine si sono sbilanciati criticando le singole opere quando e’ l’insieme che non funziona. Tolti i gusti personali, nessuno discute la qualita’ dell’esposizione, per quanto altalenante e non rappresentativa di nulla, Mostra piccola ma che sa far smarrire e impegnare, l’ambiente e’ nuovo e il cavallo di Paladino contestualizzato su un intorno dechirichiano stende un tappeto rosso all’arrivo del visitatore. Fosse stato pagato con fondi privati, un pochino avrei pure applaudito ma cosi’ come si fa. La mostra dura ancora una settimana, poi a detta da chi ci lavora, il vuoto assoluto su cio’ che ci sara’ e non so come mai ma la cosa non mi sorprende.

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