Mein Kampf – Adolf Hitler

Mein KampfVorrei dire che leggo "Mein Kampf" sull’onda indignata della ripubblicazione.
L’idiozia di chi vorrebbe impedire di stampare i libri nel 2016 e’ molto superiore all’idiozia del bruciarli nel 1933, per non parlare dell’atteggiamento mentale di chi giudica, identico a coloro che vengono giudicati.
In realta’ lessi il "Mein Kampf" una ventina e oltre di anni fa e mi lascio’ piuttosto indifferente, deluso perche’ poco o nulla aggiungeva a quanto la storia ha dato a sapere. La storia, ecco il punto.
La consapevolezza che ho maturato in questi anni e’ molto cambiata, ho letto altro da cio’ che viene consigliato, ho scavato negli anfratti dei testi fuori indice, tra quelli che le scuole non impongono, pagine lontane dalla "Grande Cultura di Massa" e le cose cambiano, cambiano parecchio, per questo ho trovato giusto rileggere quello che puo’ considerarsi a buon diritto il diario spirituale di Hitler.
Poi vuoi mettere l’incazzo dei democratici figuri? Senza prezzo.
Non e’ che adesso in poche righe si possa inventare chissa’ cosa sulla psicologia di uno dei tanti dittatori sanguinari del XX secolo, anzi mi si conceda di tagliare con l’accetta la questione e semplificare dicendo che in fondo, lette le motivazioni di un regime, sono lette tutte. Non e’ qualunquismo se intenti, metodi e regole portano al medesimo risultato: il controllo brutale di pochi sulle masse. Hitler, Lenin-Marx, Mao e limitiamoci ad essi, dietro l’autoincensarsi pongono guide e disposizioni, nuovi vangeli per nuovi fedelissimi. O nuovi servi.
Poi Mao e Lenin restano per qualcuno un modello, poco importa dei morti a decine di milioni dimenticati.
Di massima resta pero’ il giudizio blando della prima lettura. Funzionale all’esproprio tutta la questione razziale, riletta oggi piu’ che mai falsa anche se e’ ovvio, non alleggerisce la tragedia della shoah, semmai dovrebbe spingere a raccontare la verita’ proprio nel rispetto dei molti che persero la vita. Piu’ interessante la storia o contro-storia sulla nascita del partito, i morti e soprusi che non dimentichiamo, furono da entrambe le parti e tra le righe le vere ragioni che permisero l’ascesa di Hitler, ovvero le tragiche condizioni che i vincitori della prima guerra mondiale imposero alla Germania e lo spregio di chi seppe nascondersi e sfuggire al conflitto per accumulare dopo di esso denaro e potere. Che gran parte di questi fossero ebrei, col senno del poi non deve stupire. C’e’ la cronaca di quegli anni, tra propaganda e storia, cronaca di una vittoria contro i metodi violenti dei marxisti, gli stessi di oggi a ben vedere, con la differenza che i nazional-socialisti non stettero li’ e prenderle ma reagirono con altrettanta violenza. Hitler in fondo seppe raccontare alle folle cio’ che volevano sentirsi dire, supero’ l’indolenza della borghesia portandola dalla sua invece che tentare di distruggerla. Raccolse attorno a se’ quei reduci battuti dal nemico che non vollero sentirsi sconfiggere anche dagli amici, situazione non molto diversa in Italia col fascismo e gioco’ la carta dell’orgoglio nazionale, punto d’onore dei popoli germanici. Si passa anche per curiosita’ come la genesi della croce uncinata, la valenza dei simboli e delle bandiere. Storia a parte, la prosa di Hitler e’ noiosa e poco appassionante, l’autocelebrazione non diventa epica, il pragmatismo non supera la soglia della leggenda.
Mao e’ un’altra cosa. Qui non e’ questione di credere o non credere, c’e’ da leggere anche cio’ che altri ci dicono di non fare, anzi proprio per quello.

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