Mofokeng, Moriyama, Zemoz – Fondazione Fotografia Modena, 7-5-2016

Ho corso davvero il rischio di perderla questa mostra e seppur le ultime non abbiano certo brillato, ormai sono un frequentatore fisso e affezionato e mi sarebbe dispiaciuto. A maggior ragione perdere questa occasione avrebbe significato mancare a tre artisti della fotografia internazionale.
MofokengSi inizia con Santu Mofokeng. Nato nel 1956 in Sudafrica, ha vissuto in prima persona l’apartheid e ne fu testimone. cio’ e’ ovviamente presente nel suo lavoro ma e’ una parte, uno dei suoi racconti raccolti nelle tante serie presenti in mostra. Confesso che in un primo tempo temevo la solita banale carrellata di poliziotti e manganelli, invece Mofokeng non dedica tutto il suo tempo a ritrarre il disagio, semmai cerca di raccontare la sua gente e la sua terra, la contrapposizione del mercato globale contro una realta’ fatta spesso di miseria e stenti. Se ne trae un’analisi politica e’ ovvio ma resta marginale al discorso, una delle tante derive possibili che si possono dedurre. Tecnicamente non e’ impressionante ma ha una sua efficacia, specie in alcune serie dove la cronaca si interseca con la ricerca di una forma atipica ed espressionista. Ripeto, e’ raro vedere testimonianze di certe realta’, che non siano schiacciate dalla retorica ma il fotografo sudafricano riesce in questa impresa da considerarsi difficile anche se non dovrebbe esserlo.
MoriyamaSi cambia letteralmente mondo con Daido Moriyama. Giapponese classe 1938. Fotografo urbano come nuova jungla, cronista in presa diretta e senza mediazioni che no si significa mancanza di punto di vista o affermazione, semmai al contrario e’ l’occhio dell’artista che isola i particolari esaltandoli nel singolo scatto. Artista da bianco e nero, lo troviamo con 130 scatti a colori e con essi la Tokyo che va dalla seconda meta’ degli anni ’60 al ventennio successivo. In una intervista egli dichiara di ricercare col suo colore una realta’ sbriciolata, a bassa risoluzione, il fuori fuoco che non e’ tecnico ma mentale. Citta’ e modelle entrambe messe a nudo, straight photography da fine del mondo perche’ il mondo, e’ finito davvero nelle camere d’albergo, nei vicoli, in quelle strade dove il progresso esonda nel disagio. Malgrado cio’ permane il desiderio di poesia, il Zemozcolore ammorbidisce le forme come il bianco e nero non riesce, percio’ ia dolcezza dei contorni sfumati racconta uno stato d’animo anzi e’ lo stato d’animo che invero colora la pellicola e le luci della notte altro non sono che pensieri ed emozioni. Alcune cose facili, altre meno, un gran bel vedere comunque.
Alessio Zemoz, valdostano, artista a me sconosciuto, vincitore del Premio Fotografia Under 40 2016, ricerca nel territorio la sua gente, umanita’ a colmare il vuoto dal titolo della sua mostra. Territorio segnato da strade ed acquedotti, l’artificiale che si mescola col naturale e c’e’ denuncia eppure non manca una forma di equilibrio, integrazione forse per qualcuno oscena, per me non esente da un suo fascino.
Umanita’ che esce anche dai vecchi ritratti che nel contempo raffrontano le comunita’ di un tempo con quella attuale, una triangolazione tra spazio-tempo-uomo che vortica senza soluzione di continuita’. Comprendo lo spirito critico di Zemoz, eppure ne ho apprezzato la poesie non trovando affatto da ridire su una cementificazione che puo’ anche sposarsi col verde e i monti. Interessante anche se purtroppo la mostra e’ terminata. Che resti come punto di partenza.

Sito ufficiale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: