Anche se volessi lavorare, che faccio? – Flavio Mogherini

Anche se volessi lavorare, che faccioRoma primi anni ’70. Quattro nullafacenti, nullatenenti, nullavolenti, nullita’ insomma, vivono di espedienti specializzandosi nel mestiere di tombaroli, battendo quindi le campagne laziali alla ricerca di reperti etruschi da rifilare a grossisti del contrabbando. La battaglia quotidiana e’ si contro polizia e guardia di finanza che controllano il territorio, molto blandamente invero e costantemente in conflitto tra loro ma soprattutto con la concorrenza tombarola e una umanita’ che in genere cerca di fregarsi a vicenda.
Quattro orfani, figli del destino e della societa’ come sui vuole far intendere percio’ agli occhi di chi dirige, innocenti e persino invidiabili nella franca liberta’ che contraddistingue le loro giornate.
Mogherini mette in scena una rappresentazione imperfetta che non osa e resta in bilico tra diverse anime del cinema di genere, ambendo forse ad un ruolo autoriale con troppa serieta’ per essere commedia. Si percorre la strada della denuncia sociale ma si spompa sotto il peso di una sceneggiatura facilona al limite del grottesco.
Che Pasolini sia presente nel passato del regista, nella memoria e negli intenti, non v’e’ alcun dubbio ma e’ proprio il tentativo di imitazione che l’allontana da esso, anticipando semmai e cio’ e’ un gran pregio s’intendo, quel fenomenale "Brutti, sporchi e cattivi" che qualche anno dopo sapra’ regalarci un Manfredi da urlo e la regia di Scola che vale un’intera carriera. Del resto e’ evidente che la societa’, ieri ancora piu’ di oggi colpevole di ogni male, qui non puo’ essere tirata in ballo dal momento in cui i giovinastri sono disposti a tutto fuorche’ lavorare, come del resto gia’ il titolo ci anticipa.
La scelta dei protagonisti e’ di per se’ programmatica con in testa il pasoliniano Ninetto Davoli, simbolo ed emblema del sub proletariato tanto di moda allora, a seguire il bravo e purtroppo dimenticato Enzo Cerusico, vera istituzione mediatica del periodo e un team di collaborazioni ed interventi, da Salce a Caprioli, da Adriana Asti a Maurizio Arena fino alle musiche dirette e composte da Ennio Morricone, segno insomma che Mogherini avesse alle spalle il team di amici giusti, amici a cui versare l’obolo di un finale grottesco e patetico a base di anticlericalismo e sfotto’ alle forze armate nonche’ frettoloso ed inutilmente triste.
Malgrado cio’ i potenti amici non gli sono bastati per realizzare un film degno di nota e che invita  ad essere rivisto solo per curiosita’ e completezza di un discorso relativo al cinema italiano di quegli anni.
Giustamente ed inevitabilmente dimenticato.

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