Lelio Luttazzi, lo swing nell’anima – Marco Rinaldi

Lelio Luttazzi, lo swing nell'animaUno dei primi ricordi della mia vita e’ un grande frigorifero, bianco, altissimo con in cima una radio e dalla radio una voce: "Lelio Luttazzi ha presentato Hiiiiit Parade". Stranamente non c’e’ altra traccia di lui nei ricordi televisivi ma ci volle qualche altro anno per scoprire che in realta’ fu mattatore e protagonista assoluto del piccolo e anche del grande schermo ma prima che io nascessi e solo attraverso la tv storica, quella da repertorio e recuperi estivi ho consociuto la sua storia e perche’ ad un certo punto la sua carriera s’interruppe.
Luttazzi fu uno dei simboli della rinascita italiana del dopoguerra con la rivista prima, la radio poi e infine la televisione e il cinema. Presenza costante su rotocalchi e passerelle, legava la sua figura elegante, disinvolta ma estremamente garbata al suo talento di musicista, leggero ma colto, amante del jazz e dello swing, portavoce nostrano della musica d’oltreoceano in anni in cui, specie sulla radio e tv pubblica, non era cosi’ facile uscire. Popolare nel senso nobile del termine, suoi sono alcuni dei successi passati alla storia e tante furono le collaborazioni con musicisti e cantanti dell’epoca, basti dire Mina su tutti. Poi nel 1970 fu coinvolto in uno scandalo legato alla droga , una telefonata intercettata, quasi un mese di carcere e la scarcerazione immediata perche’ non sussisteva alcun fatto. Si stava inaugurando la stagione dei giudici da rotocalco, quelli che intanto finiscono sui giornali, poi poco importa se qualcuno muore o si ritrova la vita disintegrata, tanto loro non pagano, non pagano mai, neppure di fronte alla loro coscienza. Luttazzi non ebbe la forza di combattere come Tortora e si arrese rinunciando a tutto e ritirandosi a vita privata. Qualche comparsata e giusto negli ultimi anni di vita, un ritorno importante ai concerti e in televisione. Leggere di Luttazzi quindi e’ leggere la parabola di una nazione, la gloria, la felicita’, poi giustiziata dalla giustizia, braccio armato di chi oggi al potere sta banchettando col nostro cadavere. Nessuna nostalgia, pura cronaca riletta attraverso gli occhi di uno dei suoi protagonisti. Questa e’ una delle poche biografie su Luttazzi, forse l’unica e se da un lato c’e’ da ringraziare Rinaldi, dall’altro mi ha lasciato a tratti sconcertato. In molti punti il suo racconto si fa confuso, vi sono spessissimo salti temporali legati ad una strana idea di aggregare le informazioni. Certi ricordi li troviamo piu’ e piu’ volte magari da stralci di interviste diverse e non si capisce perche’ ripeterle, a volte una appresso all’altra. Rinaldi ha una visione tutta sua del mondo, deve infilarci dentro per forza la politica, anche a costo di sembrare ridicolo ma vabbe’, sono problemi suoi. Poi certo, quando la colpa dell’arresto di Luttazzi e’ da attribuire allo Stato e alla Chiesa (?), guai a parlare di giustizia infame e s’e’ gia detto tutto. Nondimeno Rinaldi e’ uno che deve intervistare Luttazzi l’altro, quello che dice lui di aver preso il nome dal maestro scomparso e cio’ basta per dargli occasione d’affliggerci pure qui e a dirlo "mente illuminata" e ce ne vuole. Sarebbe niente, dico sui serio, ben piu’ grave la cattiva organizzazione del materiale e i buchi temporali che con un po’ di sforzo si sarebbero potuti colmare ed e’ un peccato perche’ tutto sommato Rinaldi non scrive male e parlando di musica e’ pure competente, del resto e’ il suo vero mestiere e si vede.
Attendiamo la prossima biografia scritta magari da qualcuno un po’ piu’ libero, libero da se stesso s’intende,
Poi magari provvedete lo stesso a procuravi questa, e’ libro da remainders, non a caso venduto a peso.

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