Tanto per cambiare – Jay McInerney

Tanto per cambiareAlison ha 20 anni e va per i 21 o ventunomila se contiamo quelli che si sente addosso. A New York non fa niente, non realizza niente se escludiamo l’illusione di diventare attrice ed e’ il desiderio di una bambina, non di un adulto che cerca un proprio ruolo e un proprio spazio. Sono gli anni ’80 ancora travolti dal denaro facile e dalla vita che non contempla altro che droga, sesso e soldi per comprare tutto questo. Ogni cosa e’ confusa, anche l’amore che ammesso esista, non puo’ competere con la totale dissolutezza di chi non sapendo come vivere, e’ gia’ morto in partenza. Finira’ male ma la protagonista non lo sa.
Terzo libro di McInerney che dopo il botto de "Le mille luci di New York", tenta la fuga letteraria con "Ransom" ma ci ricasca con "Tanto per cambiare" tornando all’ovile tematico e geografico che lo contraddistingue, continuando a raccontare e raccontarsi anche se a parlare e’ una ragazza e lo fa in prima persona in un perenne qui e ora, una cronaca in tempo reale su cio’ che le accade, mediata dalla percezione soggettiva.
E’ un testo non fiacco ma stantio, nemmeno riconosciamo piu’ un McInerney che pure in seguito sapra’ esprimersi molto meglio ma nel 1988 poteva anche sembrare crisi da ispirazione esaurita. Non graffia, nessuna frase rimane memorabile, in fondo non c’e’ neppure una vera progressione dei fatti. Anche la tematica dei belli e sfasciati era gia’ conclusa sotto il peso delle opere del "Brat pack" con  un Bret Eston Ellis che in fondo gia’ aveva detto tutto.
Certo, stavolta i protagonisti hanno qualche problema in piu’, sono ricchi ma non ricchissimi, possono ancora perdere ma c’e’ sempre un papa’ indifferente, una mamma svaporata, una citta’ tentacolare, insomma, gli ingredienti non cambiano. Eppure con quella scrittura in prima persona restera’ un eco sino a Palahniuk ma temo si tratti piu’ di una fortunata coincidenza che un caso di proselitismo. Deludente ma non pessimo.

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