The Cure, Casalecchio (Bologna) 29-10-2016

Cure live 29-10-2016Trentuno anni fa il primo concerto a Bologna, due anni dopo a Modena, l’anno scorso l’acquisto del biglietto e oggi rivederli ancora una volta dal vivo. Queste le date, prima, dopo e in mezzo la loro musica che fu amore adolescenziale, attaccamento morboso come si puo’ essere morbosi in un’eta’ confusa nella quale i sentimenti s’amplificano fino a non farti capire piu’ nulla. Si cresce, s’invecchia e le fissazioni giovanili si perdono ma le grandi passioni no, percio’ sono tornato a vederli.
Vero che non lo ritenevo un appuntamento obbligatorio, per certi versi avrei pure saltato accontentandomi di riascoltarli ancora e ancora, poi senza alcuna nostalgia, si cerca comunque un’emozione lontana mai dimenticata. Non solo.
In queste circostanze il dubbio di trovarsi innanzi un tour di fasti passati senza nulla di nuovo da dire e’ forte e odio i ritorni fine a se stessi ma guardando i live rubati su YouTube, e’ facile rendersi conto che oltre le motivazioni, suonano ancora benissimo e allora si va.
Diciottomila anime stipate in un palazzetto, sold-out non soltanto bolognese ma italiano nei quattro live previsti, con un sospiro di sollievo vedo che non c’e’ la temuta mascherata di nostalgici dark che talvolta prende gli ex-giovani e anzi l’abbigliamento generale e’ stato decisamente casual. Pubblico piu’ sui 40 che sui 50, percio’ in gran parte legato alla seconda o terza ora della carriera dei Cure ma lo si capiva dal maggiore entusiasmo per “Friday I’m in love” che “The walk” o l’indifferenza verso “M” o “Shake dog shake”.
Aprono le danze "The Twilight Sad", orgogliosamente scozzesi come tengono a ribadire, perfetti nel loro indierock che sa tanto decennio 80 rimasticato ai giorni nostri. Un bellissimo ascolto, da proseguire a concerto concluso.
E dopo tutto, loro. Come detto era facile aspettarsi un tour di arrotondamento della pensione. Senza album recenti, dichiarazioni di Smith di non voler proseguire a suonare per sempre, poteva essere un concerto per vecchi nostalgici e invece no. Due ore e quaranta di musica al netto di pause, scaletta variabile di data in data, volonta’ dell’andare oltre i branettini imparati a memoria. Grandi professionisti, puntualissimi, esecuzioni con quel tanto di riarrangiamento e amore per la tradizione. Certo, non sono pezzi tecnicamente impressionanti ma li suonano benissimo e comunque dove serve polso e manico, l’hanno tirato fuori. Smith pare uno sprovveduto ma non lo e’. La voce e’ quella di sempre e con tanto mestiere. Alla fine non ne aveva piu’ ma se l’e’ giocata con la tecnica, non con la qualita’. Tutto il loro repertorio e’ stato tirato fuori poi certo, si privilegiano i momenti meno oscuri e il pozzo di disperazione in alcuni brani viene sfumato col ritmo piu’ sostenuto e uno spostamento su tastiere piu’ brillanti. Come detto quello e’ il pubblico e chi a 50 anni voleva riassaggiare il gusto amaro della depressione non ha capito molto. Dell’esistenza intendo. Ad ogni modo lo confesso, mi hanno emozionato e poco importa se nasce tutto da un valore effettivo o affettivo, l’importante e’ stato esserci e loro pure d’altronde se i Cure sono ancora qui c’e’ un perche’ e stasera lo abbiamo capito.

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