Solchi Sperimentali Fest, Modena 28-01-2017

Solchi Sperimentali Fest, ModenaMalgrado i liguabuoi e i vaschirossi, se l’Emilia attrae per ben due volte un Solchi Sperimentali Fest, significa che c’e’ ancora speranza. Da Bologna s’e’ passati a Modena, quindi gioco in casa e devo dire che c’abbiamo guadagnato un po’ tutti. Io perche’ piu’ vicino, il Festival perche’ il pubblico presente in sala ha di gran lunga superato quello della serata bolognese.
Promotore sempre Antonello Cresti di "Solchi Sperimentali" e a lui il compito di presentare ed introdurre artisti e la filosofia di un Festival che della eterogeneita’ fa un proprio vanto e programma.
Il festival in questo caso ha anche un altro padrino, Marco Lucchi didatta e musicista che ho seguito e conosciuto nel corso degli anni sui social e dal quale ho imparato moltissimo. Diversi i lavori assieme ma solo ora c’e’ stata possibilita’ di salutarsi dal vivo ed e’ stato un vero onore. Ad ogni modo a lui e’ toccata la direzione creativa e la partecipazione in prima persona alla serata che si e’ aperta con i Perspektive Philidor. Duo molto discreto dal suono misterioso, elettronica fluida e suadente, ambient oscuro, atmosfere cariche di tensione, onirici alle soglie dell’incubo. A dare forma alla musica un teatrino di luce e ombre, proiezioni su piccolo schermo per burattini transdimensionali, volumi cangianti, pulsanti di un racconto che atterrisce, favola di un futuro alieno e gotico.
Molto bravi e molto suggestivi.
Seconda parte, la piu’ lunga e articolata, ha visto in realta’ sul palco quattro musicisti: Marco Lucchi, Dario Lucchi, Massimo Amato e Max Fuschetto. Ognuno porta in scena il proprio brano ma e’ meglio dire il proprio stile, l’essenza della propria arte. Percio’ i musicisti su alternano come protagonisti sul palco con gli altri ad accompagnarli in una performance definita nelle linee guida ma estemporanea nei fatti.
Solchi Sperimentali Fest, Modena - AtaraxiaSe Fuschetto e’ l’anello di congiunzione perfetto tra passato e presente,acustico ed elettronico allo stesso tempo, strutturato eppure grande interprete live, Massimo Amato reinterpreta l’elettronica in chiave acustica, lascia da parte l’algida padronanza dei suoni e si getta con passione su modulazioni energiche e caratterizzate. Furore e controllo e non e’ retorica ma stile. Marco Lucchi lo conosciamo non bene ma benissimo. Egli ama la musica e ad essa dona il suo sapere e la sua tecnica. Sulla letteratura e sui classici, nuovi o vecchi che siano, Lucchi edifica le sue composizioni, reinventa senza stravolgere, mantiene un’aderenza topologica che sa d’evoluzione e grande gesto d’amore.
Dario Lucchi, suo figlio ha ereditato dal padre certamente la passione ma ha portato avanti un discorso autonomo, tanta voglia di sperimentare ma i piedi ben piazzati sui fondamentali. Musicista preparato ma capace di grandi invenzioni. Da seguire.
Ultima parte, dedicata agli Ataraxia, storica band neofolk modenese alla quale comunque ogni definizione sta stretta. Certo, con queste sonorita’ li si identifica meglio ma allo stesso tempo il lavoro sui testi e tecniche musicali antiche declinate al presente, li portano piu’ vicini alla sperimentazione e all’invenzione di un cosmo nel quale rock, folk ed elettronica sono tutt’uno. Dal vivo la loro forza e’ palpabile, merito di un organico perfettamente affiatato e naturalmente dalla grande voce e grande presenza scenica di Francesca Nicoli, la cantante. Non c’e’ davvero da aggiungere altro.
Altra grande serata del Solchi Sperimentali Fest, manifestazione da seguire ovunque e comunque.

Playlist YouTube
Perspektive Philidor
Marco Lucchi set per il 28 Gennaio
Max Fuschetto
Massimo Amato
Dario Derek Lucchi
Ataraxia

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Art City 2017, Bologna 28-01-2017 (prima parte)

Art City 2017Credo mai come quest’anno s’e’ parlato male di Arte Fiera il cui problema di fondo che s’acuisce man mano con gli anni e’ l’esasperante accelerazione commerciale che viene venduta come arte e come tale viene fatta pagare ai visitatori. In sostanza c’e’ un biglietto per vedere chi vende e chi compra. La discussione e’ aperta e accesa, personalmente me ne tiro fuori non andandoci e altresi’ godendomi il vero evento, Art City dove Bologna diviene una grande galleria con tante stanze diverse grandi come palazzi. Se c’e’ un difetto in tutta l’operazione e’ la sovrabbondanza di eventi ma non ci lamentiamo per il brodo grasso e comunque con un’attenta programmazione, si puo’ vedere molto anche nelle settimane a seguire. Come gli anni precedenti mi limitero’ agli eventi piu’ importanti, non necessariamente i migliori e con molto ancora da vedere.
Tributo al Caccia. Grande architetto Luigi Caccia scomparso ultra centenario nel Novembre scorso, milanese e attivo in prevalenza in Lombardia ma lascio’ il suo segno pure a Bologna. Scopro proprio in questa occasione che la bellissima Piazza Santo Stefano inaugurata nel 1991 e che tante volte ho ammirato nel sublime equilibrio tra antico e moderno, e’ opera sua . Un tassello importante nella conoscenza della citta’.
Inside Brazil. Che poi iniziative come Art City confermano che il vero obiettivo della manifestazione e’ far conoscere la citta’ e ci riesce benissimo come nel caso della Basilica di Santo Stefano che scopro nella sua bellezza proprio con la mostra ospitata nei suoi chiostri. Cinque artisti brasiliani che raccontano la loro terra attraverso foto, sculture, video e dipinti. Ottima la scelta dei lavori esposti, forse manca quel tocco di unicita’ e originalita’ ma vi sono cose belle e cio’ basta.
Art City 2017 - Danila TkachenkoOmissis. Spazio off di Arte Fiera con sculture di Andrea Poggipollini e foto di Samuele Sodini nel pop del pop, anzi nel post del post, percio’ combinare a scelta e si ottiene la citazione del classico piu’ classico declinato al contemporaneo piu’ popolare del popolare. Discreto, certamente piacevole, disimpegna e diverte.
Paolo Ventura / Danila Tkachenko. Doppia presenza organizzata dalla Galleria del Cembalo. Non mi soffermero’ troppo su Paolo Ventura per quanto il suo lavoro sia originale e gradevolissimo nella ricostruzione scenica di un immaginario passato, fotografie di un mondo di finzione che riproduce la realta’, un cortocircuito carico di pathos che si fa voler bene al primo sguardo. Ancor meno parlero’ ora di Tkachenko perche’ vi sara’ una nuova occasione e in sede separata.
Giovanissimo fenomeno nato a Mosca nel 1989, sta conquistando il mondo della fotografia e di certo ha conquistato me con la serie "Restricted areas", foto rubate al gelo e alla storia, il cosmico sovietico che torna dalle zone proibite di un passato che a volte sembra immaginario. Immagini di una bellezza strepitosa ed entusiasmante. Semplicemente favoloso.

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Scharoun – Eberhard Syring, Jorg Kirschenmann

Scharoun TaschenEra da un po’ che non mi dilettavo con un Taschen, uno della serie Basic Architecture. Piccolo formato per grandi storie di grandi personaggi e non smettero’ mai di parlare bene di una casa editrice che ha trovato il modo di conciliare qualita’ a basso costo con testi competenti ed ottime fotografie. Parliamo di una monografia, Hans Scharoun, tedesco che ha attraversato il secolo scorso, due guerre e sappiamo bene cosa ha significato farlo in Germania. Personaggio che potremmo inquadrare in tanti modi, razionalista ad esempio ma con una sua idea forte e precisa sull’abitare e il vivere. Architettura funzionale, non un punto di arrivo ma di partenza con al centro sempre e comunque l’uomo e le sue esigenze. In questo lo identifichiamo con altri architetti del suo tempo, Le Corbusier certamente sotto l’impianto teorico e non di meno con contatti ad un Gropius.
Per Scharoun esiste un interno ed e’  dall’interno che l’edificio si sviluppa e cresce ed e’ sempre l’interno ad avere priorita’ rispetto ad ogni altra considerazione. Edifici pubblici come scuole, biblioteche, teatri nascono sempre in funzione del loro obiettivo e di chi lo frequenta. Fino al secondo conflitto mondiale seppe farsi notare per le sue soluzioni d’avanguardia mantenendo pero’ un profilo tendenzialmente basso e lavorando su singole case o piccoli edifici per non scontrarsi col regime nazista che non vedeva di buon occhio il modernismo. Molti sono i progetti che non andarono in porto ma non fuggi’ e quando la guerra fini’ fu uno degli architetti incaricati per la ricostruzione. E’ dagli anni ’50 in poi che troviamo gli edifici piu’ importanti che portano la sua firma, due su tutti la Philharmonie di Berlino e sempre di Berlino la Biblioteca di Stato, veri e proprio monumenti nazionali. Lavoro’ pochissimo all’estero e cio’ forse ha contribuito a frenare la sua fama ma quello che ha fatto e’ bastato a metterlo assieme ai grandi dell’architettura. Il piccolo Taschen racconta tutto questo molto bene, con le splendide foto a colori e il testo essenziale ma senza sbavature. Bello e interessante.

Upstream color – Shane Carruth

Upstream colorDopo "Primer" film convincente a meta, eccessivamente confuso e non poco pretenzioso, volevo vedere dove Carruth sarebbe andato a parare ecco percio’ "Upstream color".
Storia di un lombrico che se fatto ingerire ad un essere umano, lo lascia in balia del volere altrui. Questo e’ cio’ che capita ad Amy Seimetz che di colpo si ritrova col conto svuotato, beni personali trafugati e senza lavoro. Incontra Carruth che pare avere avuto lo stesso destino. Tutto converge verso un musicista / rumorista / allevatore di maiali che pare saperla lunga.
Posso dire che si capisce poco o niente? Non so, i giudizi entusiastici piu’ di critica che di pubblico, stanno ad indicare che non ci sono arrivato io, oppure trovo sia un’ipotesi tutt’altro che improbabile che vi sia chi bluffa clamorosamente per amor proprio . Il fatto stesso che il film si presti ad un’ampia gamma d’interpretazioni tutte ugualmente plausibili, lascia intendere che una trama vera e propria non c’e’ il che non e’ male se il tuo cinema e’ d’avanguardia e sperimentale, una tragedia invece se vuoi raccontare una storia. Il fatto stesso che Carruth abbia gia’ dato prova di un certo caos letterario o lo prendiamo come stile o vera e propria incapacita’ d’imbastire una storia sensata. Cosa mi stai dicendo caro regista, che e’ in corso un’invasione aliena? Forse un ritorno alla natura? Un salto evolutivo? E perche’ non un’epocale truffa dagli esiti imprevisti? Non so neppure dare una valutazione in senso generale. Regia da indipendente, fotografia da indipendente, recitazione da indipendente e cio’ suona un po’ troppo spesso stantio, come una scusa per chi non sa fare di meglio se non si sa inventare e proporre una propria visione di cinema.
Mr.Carruth se ha carte da giocare le mostri, la pazienza e’ quasi terminata.

Scheda IMDB

AMO Museo dell’opera, Davide Frisoni, Marco Gastini – Verona 21-01-2017

Giornata intensa quella di sabato che meriterebbe molto piu’ spazio ma il tempo e’ quello che e’ e nel contempo mi sembra giusto parlarne.
AMO VeronaInnanzitutto il Museo dell’Opera. Pur essendo ormai diverse le occasioni avute per visitare l’AMO, e’ la prima volta che resta un po’ di tempo per vedere la mostra permanente che invero e’ la mission del museo, ovvero raccogliere reperti e testimonianze sull’Arena di Verona e le sue rappresentazioni.
Ambiente nuovissimo, interni eleganti, moderni ma sobri per offrire il massimo dell’attenzione sul contenuto. Sale zeppe di memorabilia, locandine, costumi di scena e fotografie dei protagonisti che hanno fatto la storia dell’Arena di Verona quindi della lirica. Straordinari i bozzetti delle scenografie, specchio dell’arte di chi li ja elaborati ma pure del tempo in cui sono stati concepiti, piccoli gioielli grafici e stilistici. Spettacolare poi il piano interrato che mescolando antiche rovine con vetro e cemento, mostra foto d’epoca, specchio di una nazione, del pubblico e degli artisti che si sono succeduti nel tempo.
Davvero un piccolo gioiello, la ciliegia da gustarsi a fine temporanea.
Marco Gastini VeronaTotalmente imprevisto invece il giro alla Galleria dello Scudo. Situata nel cuore di Verona, basta alzare lo sguardo sulla principale Via Mazzini, per leggere che in questi giorni e fino al 31 Marzo, ospita Marco Gastini. Torinese classe 1938, artista d’avanguardia che nel decennio ’80, quello sul quale si focalizza la mostra, declino’ la materia in espressione e dimensione emotiva oltreche’ fisica. Multimaterico, splendida confusione tra pittura e scultura, la tridimensionalita’ dei materiali si apre verso nuovi spazi di pensiero, riprendendo un percorso informale gia’ da tempo tracciato ma con rinnovati orizzonti. Oltre l’informale appunto ma anche oltre il minimalismo, oltre lo spazialismo e l’arte povera, ritroviamo tutto questo dotato di nuovo slancio, opere davanti alle quali si riflette e ci si smarrisce. Notevole, davvero notevole.
Frisoni VeronaInvece prevista e pianificata la visita a Davide Frisoni presso Casa Mazzanti. Qualche mese fa a Riccione, Frisoni in persona anticipo’ questa esposizione e da allora si programma il ritorno a Verona anche in funzione di questo. Casa Mazzanti e’ un locale elegante e molto frequentato nel cuore di Piazza delle erbe, niente di piu’ facile quindi da trovare. Conviene concordare prima l’appuntamento, ringrazio ancora per il tempo che che ci e’ stato concesso malgrado l’orario difficile, per ritrovare le opere di Davide Frisoni, splendidi campioni tra le varie serie, le piu’ recenti come le Vedute, le carte, e i Ricordi, quadri nei quali il colore e’ materia e materia e’ energia. Con Frisoni l’ordinario fatto di asfalto bagnato e luci sospese, diviene uno stato della mente, un nuovo universo da esplorare. Emozionante e ancor piu’ emozionanti i dipinti che l’artista riminese ha dedicato a Norcia, purtroppo ancora attuali nel carico di dolore che recano con loro, di straziante bellezza vederli finalmente dal vivo. Tappa obbligatoria.

Pagina ufficiale AMO
Evento Frisoni a Casa Mazzanti
Marco Gastini presso Galleria dello Scudo

Picasso Figure (1906-1971) – AMO Verona, 21-01-2017

Picasso Figure VeronaPicasso non mi piace e ci puo’ pure stare, aggiungo pero’ di non pensare a lui come l’artista piu’ influente del XX Secolo e qui si aprono le discussioni, discussioni si badi bene, che non intendo neppure iniziare.
Non saro’ comunque io colui che puo’ negare l’importanza del suo ruolo storico e artistico e neppure la validita’ del suo lavoro che peraltro trovo straordinario nei periodo blu e rosa ma Picasso visse a lungo, ebbe la fortuna di essere l’uomo giusto nel posto giusto e di essere compreso da critica e mercato non certo senza merito, sin da subito. Difficile trovare qualcosa in cui non si e’ cimentato, del resto appunto, di anni ne ha avuto a disposizione parecchi e senza problemi economici seppe sperimentare con forme e materiali, potendo focalizzare l’attenzione su certi soggetti o tematiche, alcune delle quali, pensiamo al rapporto tra pittore e modella, lungo tutta la vita. All’AMO di Verona, ci si sofferma su un aspetto del lavoro di Picasso, quello che riguarda le figure. Figure intese come ritratti ma anche astrazioni metaforiche e metafisiche o pura espressione tecnica. Per qualche strana – si fa per dire – ragione i periodi blu e rosa vengono saltati a piu’ pari e s’inizia il percorso con quel Nudo seduto del 1906 che anticipa e mostra i prodromi del periodo cubista e africano con tutta l’importanza che essi rivestiranno. La mostra percorre in rigoroso ordine cronologico il lavoro di Picasso soprattutto negli anni 20 e 30 dove cubismo e surrealismo divengono una matassa inestricabile e certo unica nella storia dell’arte. E’ una manifestazione con tanti lavori esposti, che riesce a dare continuita’ ad un discorso unitario e si riconoscere l’influenza di Picasso sul suo tempo ma anche negli anni a venire, dai 50 in avanti dove l’artista seppur vivo e vegeto, non seppe piu’ inventare ma solo perfezionare quanto gia’ ebbe modo di fare. Le grandi tele offrono cio’ che nessun libro potra’ mai dare, la profondita’ e la vertigine, il particolare e la precisione, non di meno l’impressione e in questo la mostra trova compimento e successo.
Alla fine resto della mia idea su Picasso ma nasce un bel confronto. Sempre ben curate le mostre all’AMO, audioguida completa e interessante, ambienti ottimamente illuminati e contestualizzati. Divieto di fotografare ed e’ una battaglia che porto avanti ogni volta, ribadendo che un sistema permissivo anche se selettivo, oggigiorno aiuterebbe tantissimo nel diffondere occasioni ed opportunita’ . Si sottolinea purtroppo i controlli con metal detector all’ingresso dal momento in cui viviamo in stato di guerra e se cio’ avviene alle porte di un museo, significa la sconfitta di un sistema che sottrae all’arte anche la forza della salvezza. Il personale cortese attutisce in parte la tragedia nella quale ci hanno scaraventato.
Percio’ una mostra diviene oltremodo importante e questa di Picasso certamente lo e’ .

Pagina ufficiale

Urbanism 1.01 – Marco Citron

Urbanism 101Questo non e’ un libro come tutti gli altri e va trattato nella sua diversita’ Succede che gironzolando per il bookshop della Fondazione Fotografia di Modena, m’imbatta in questo strano volumetto. Hardcover, 15×20 cm, formato orizzontale, 92 pagine, 40 delle quali di splendide cartoline a colori. Quante volte ho scritto della stupefacente architettura brutalista e modernista sovietica, il senso del futuristico e del futuribile che ben si riassume nell’aggettivo "cosmico". Non sono certo l’unico affascinato da tutto questo ma Citron e’ andato oltre. In apparenza il suo parrebbe un lavoro di ricerca e archivio, poi non troviamo una data, un luogo, un riferimento, una spiegazione. Qualcosa non torna e allora serve osservare bene, leggere le poche ma importanti pagine del testo che segue le foto, per comprendere che nulla di cio’ che abbiamo visto e’ vero ma solo verosimile. Citron, fotografo di professione, raccoglie immagini dei giorni nostra, le mescola con altre d’epoca e attraverso la postproduzione digitale reinventa un paesaggio mitico, restituisce cio’ che era confondendolo con cio’ che avrebbe dovuto essere o che in taluni casi e’ stato.
Colori saturi che sanno di radioso futuro piu’ che deriva tecnica, un mondo che a guardarlo non sai se vero o presunto, nessun confine tra finzione e realta’, alieno e nel contempo coi piedi ben piantati nel cemento del regime che fu. Ad un certo punto si oscilla tra il sapere e il non sapere ed e’ un gioco quello di scoprire, immaginare, presumere, una ricerca di risposte che si avranno perche’ il bello e’ tutto li’. La conseguenza piu’ logica e’ che ad un certo punto le si pensi come cartoline da una realta’ alternativa, un universo simile ma non uguale, comunque meraviglioso. Insomma, che l’architettura sovietica piaccia o meno, l’operazione di Citron e’ intelligente e bellissima, cosi’ come e’ bellissimo il suo libro. Forse e’ un po’ difficoltoso da trovare ma c’e’ sempre la vendita online dal suo sito, ne vale pero’ la pena, lo assicuro.

Sito di Marco Citron

Crying Fist – Pugni di rabbia – Ryoo Seung-wan

Crying Fist - Pugni di rabbiaTae-shik e Sang-hwan sono a modo loro due perdenti. Il primo un ex olimpico di boxe che a 40 anni non ha un lavoro, abbandonato dalla moglie e dalla fortuna, puo’ solo combattere in strada per pochi spiccioli. Il secondo e’ un giovane delinquente, troppo stupido per fare altro malgrado la famiglia cerchi di aiutarlo e stargli vicino. Finira’ in galera e li’ scoprira’ la boxe come valvola di sfogo e a d un certo punto riscatto personale. Sara’ la boxe che dara’ una possibilita’ ad entrambi, anzi nell’incontro finale, solo uno avra’ la meglio.
Sempre bello il cinema orientale, in modi diversi originale anche con piccole cose, storie semplici ma ben delineate. La boxe ad esempio, sport che non piace troppo alle nostre latitudini, forse perche’ serve forza, disciplina, sacrificio. La si associa ai negri dei ghetti smarrendo pero’ il senso di arte nobile che le conviene. Questa e’ una storia sul dovere, su cio’ che si deve agli altri e a se stessi, senza sconti, percio’ e’ vicenda dura, drammatica, non risparmia nessuno, nemmeno lo spettatore. Il cinema orientale, meglio se coreano come in questo caso, ancora non soccombe al pietismo corretto. Se sei un disadattato paghi perche’ la colpa e’ solo tua, se sei un fallito lo stesso perche’ nessun altro puo’ farlo. Facile eppure sembra una storia che proviene da un altro mondo.
Ottima regia ma Ryoo Seung-wan ci ha gia’ abituati a questo. La sua bravura sta nel non farsi notare, raccontare tenendosi fuori dalla narrazione, come aprire una finestra sulla vita di qualcuno senza interferire. Nel match finale in realta’ la sua mano si vede eccome, riuscendo a girare senza stacchi un intero round, splendido balletto a tre dopo il quale ci si domanda ma quanto male devono essersi fati i due protagonisti e quanto e’ in gamba il regista. Bravi pure i due protagonisti, in particolare Min-sik Choi, il noto protagonista della trilogia della vendetta di Chan-wook Park e di produzioni occidentali come “Lucy“. Vero, drammatico, quel tanto di beffardo da sottolineare la tragedia della sua vita, davvero una gran bella prova.
Film doppiato in italiano, non ci sono davvero scuse per non vederlo

Scheda IMDB

Halo: La caduta di Reach

Halo la caduta di ReachRestiamo su Halo e le sue trasposizioni cinematografiche.
Questa volta il protagonista e’ Master Chief in persona, Spartan o John 117, colui che abbiamo imparato a conoscere sin dai primi episodi del gioco e che rappresenta l’emblema stesso della saga. In effetti, gioco, romanzo e tutto l’universo Halo converge in questo episodio che narra la storia di John, bambino ultradotato. Prelevato dalla sua colonia all’eta’ di sei anni, sara’ destinato alle avventure guerriere che ben conosciamo. Assieme ad altre centinaia di bambini come lui, formera’ quello che sara’ definito il corpo degli Spartan, l’elite guerriera in prima linea contro i Covenant.
Sara’ un viaggio nella memoria di un individuo ma non di meno della guerra in corso, dell’UNSC e di tutto il sistema politico e militare che ruota attorno alla vicenda.
Il taglio e’ interessante, fattuale ma non di meno emotivo parlando di un John bambino eppure gia’ leader, un seme a cui serviva il giusto humus per germogliare e crescere.
Assieme a lui, anzi protagonista alla pari, la dottoressa Halsey alla quale si deve la fondazione del Progetto Spartan e la crescita psicologica e fisica di John e degli altri soldati, una madre forse non biologica ma di fatto  per tutto il resto. Molto molto interessante. La grafica lascia a desiderare, e’ evidente che non stiamo parlando di un prodotto di fascia alta, ma con l’animazione andiamo un po’ meglio. 
Bene invece la trama che comunque sfrutta un immaginario gia’ perfettamente definito e formato.
Per appassionati e non solo.

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Rogue One – Gareth Edwards

Rogue OneGiuro che non volevo andare a vederlo, non mi piace essere trattato da carne da macello e non mi piace che un’opera fondante della mia infanzia sia triturata e trasformata nell’attico di qualcuno. Non m’illudo sul fatto sia sempre andata cosi’ ma con la Disney, tutta quanta l’operazione e’ sfacciatamente palese.
Poi pero’ leggo le considerazioni di un amico, un coetaneo che ha vissuto analoghe emozioni ed esperienze delle mie e dice: "Rogue One e’ il quarto Guerre Stellari che avremmo voluto vedere". Ha ragione.
Inutile stare a parlare di trama, credo che ormai sia nota a tutti. Al centro della vicenda la Morte Nera, la prima, l’originale verrebbe da dire e scopriamo chi l’ha costruita, perche’ ma soprattutto l’antefatto della falla strutturale alla base della sua distruzione. Mossa furbissima quella degli sceneggiatori non c’e’ che dire e insomma, sono andato e la faro’ breve, mi ha convinto.
Edwards non e’ un buon regista ma non so neppure quanto tutto questo possa dirsi suo dal momento che stiamo parlando di talmente tante forze in gioco che un singolo individuo non puo’ in alcun modo controllare. Egli e’ poco piu’ che un buon professionista senza alcuna inventiva, giusto i fondamentali dove servono. "Rogue one" ha una grande, grandissima prerogativa: e’ finalmente un film adulto, qualcosa che oltre ai giocattoli, si preoccupa di raccontare una storia nel pieno del suo dramma. Un colpo lo da’ al cerchio della vecchia guardia, infarcendo ogni singola scena di rimandi, ricordi, citazioni, repliche, ricordi e suggestioni, un altro alla botte delle nuove generazioni con personaggi piu’ o meno vendibili, piu’ o meno credibili.
Non che non vi siano macchiette intendiamoci e mi riferisco a Donnie Yen, bravissimo ma artefatto non per sua colpa, problema che in fondo vale un po’ per tutti, da Forest Whitaker a Diego Luna, dall’Alleanza ridotta a centro sociale a Ben Mendelsohn al quale manca solo la svastica al braccio.
Felicity Jones e’ brava e piuttosto convincente, discorso a parte invece per Mads Mikkelsen, straordinario, intenso anche in un ruolo minuscolo seppur fondamentale. Restera’ ancora aperta a lungo l’etica dietro la resurrezione di Peter Cushing nel ruolo del generale Tarkin. Personalmente non approvo e seppur tecnicamente crea una certa impressione, per tutto il resto credo che dovremmo rassegnarci o felicitarci non so per questo tipo d’operazione che in fondo e’ solo un’avanguardia di cio’ che verra’. Questo e’, facciamocene una ragione.  Ad ogni modo si, e’ davvero il quarto episodio che avremmo voluto vedere, qualcosa per cui vale ancora una volta essere un numero nel bilancio di qualcuno. Purtroppo.

Scheda IMDB

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