Mauro Milani, Kirkos – Campogrande Concept, Bologna 18-02-2017

Mauro MilaniVado a vedere una cosa pensando di trovarne un’altra o meglio vado in un palazzo che credevo gestito in un modo e mi trovo un’associazione privata che all’interno del Palazzo Pepoli Campogrande si muove col doppio intento espositivo e commerciale.
La formula proposta da Campogrande Concept e’ interessante e credo risolva parte della dicotomia tra arte e business accontentando equamente due aspetti che il sistema attuale mette in conflitto con troppa facilita’. Ad ogni modo l’occasione e’ buona per conoscere il lavoro di Mauro Milani che scopriamo operatore artistico-architettonico in piena attivita’ per il quale comunque l’arte in senso assoluto non e’ secondaria al mestiere, anzi ne e’ compendio come scopriamo in questa sua prima esposizione personale.
Il titolo "Kirkos", dal greco "anello", significa un percorso che inizia, un progressivo allontanamento e infine il ritorno. Nelle sue opere, dipinti e sculture, la presenza del classico, dell’antico e’ fondamentale ma e’ un elemento tra i tanti, non un punto di arrivo e neppure di partenza. C’e’ un passato da reinventare, l’idea di un’antica civilta’ trasposta ai giorni nostri, ucronia applicata che si manifesta attraverso un uso sapiente ed interessante dei materiali e del loro utilizzo. Dipinti multimaterici, e sculture che per quanto riciclino materiali, poco hanno a che fare con l’arte povera, il percorso lavorativo di Milani che s’innesta nel tessuto della sua arte con oggetti e forme del quotidiano. Stratificato e non e’ solo questione di materia, Milani apre finestre verso dimensioni temporali alternative, mette in comunicazione livelli cognitivi distanti millenni, forse universi. Il dialogo e’ incessante, la sintassi per quanto aliena si comprende immediatamente e ci si immerge con gioia nel suo lavoro il cui impatto s’amplifica nella straordinaria cornice dei saloni antichi che si sposano magnificamente col le opere dell’artista. Tutto insomma converge in un punto sublime di bellezza e stabiliti i rapporti semantici degli oggetti e delle forme, resta il piacere del guardare e dello smarrirsi emotivamente all’interno di quegli spazi che d’improvviso paiono infiniti. Ottimo il lavoro di Milani e di Campogrande Concept, davvero tanti complimenti.

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Make people smile – Marco Ceroni e Stefano Serretta – Adiacenze, Bologna 18-02-2017

AdiacenzeOltre le istituzioni istituzionalizzate esistono tante belle realta’ tutte da scoprire. Sembra facile seguire e conoscere specie oggi con social network e quant’altro ma non sempre, anche in ambiti relativamente piccoli come Bologna, si puo’ sapere tutto e magari serve un Art City per scovare cose nuove. Certo parlo per me che nella vita faccio tutt’altro ad ogni modo di tutte le proposte trovate, sono rimasto incuriosito da Adiacenze, un luogo interessante gia’ nella concezione.
Spazio ibrido nel cuore della citta’, punto nel quale convergono ricerca, esposizione, sperimentazione che si esprimono attraverso mostre, editoria e produzione. Si dicono "nucleo creativo a 360" ed in effetti e’ cio’ che essi sono, rappresentano e realizzano e basta un semplice sguardo all’interno per rendersene conto.
Ecco percio’ che la visita per "Make people smile" si trasformi nell’occasione di conoscere Daniela Tozzi, fondatrice e curatrice di Adiacenze che c’illustra programmaticamente il lavoro svolto all’interno e il tipo di filosofia che ne sta alla base. Adiacenze e’ un luogo anzitutto di ricerca per giovani artisti ma non solo. C’e’ l’esplorazione di temi e materiali, c’e’ la tecnica necessaria a creare, il tutto mescolato e finalizzato ad un solo progetto espressione di forma e idea. "Make people smile" risponde a questa esigenza attraverso il confronto. un confronto tra i due artisti ma un confronto anche tra ambiente e sostanza, interazione chimica e fisica delle opere che si estende dal dominio della materia a quello del pensiero. Lavori interessanti ma ancor piu’ lo e’ il progetto che li sostiene. Insomma una bella realta’ da seguire con molta attenzione. vitale nelle scelte e nelle realizzazioni.
Lo spazio c’e’, gli intenti pure, sono fiducioso, Siatelo anche voi.

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Bildung – Raccolta Lercaro, Bologna 18-02-2017

Bildung - BiasiTornare alla Fondazione Lercaro rinnova l’occasione di visitare uno spazio per molti versi anomalo nel panorama museale bolognese. Sara’ la gestione della curia che la slega dalle dinamiche e le logiche politiche cittadine, la forza anche economica che non puo’ appartenere ai privati se non in rare eccezioni e non di meno un percorso espositivo che si compone di una permanente strepitosa e di collezioni o raccolte d’arte contemporanea estremamente raffinate e preziose. Ancora una volta il motore propulsivo o si potrebbe dire il pretesto, viene da Art City e non c’e’ che rendere merito alla manifestazione anche per questo. "Bildung " e’ il titolo e il concetto che, cito testualmente, "descrive il processo di formazione dell’uomo moderno, sia attraverso il ricevere dall’esterno conoscenze e influenze, sia attraverso la personale rielaborazione dell’esperienza personale." quindi una continuita’ nella ricerca di una spiritualita’ anche laica ma unico presupposto per un dialogo che deve prima nascere in se stessi e proseguire con chi ci circonda. Questo e’ cio’ che colpisce subito nella mostra, piccola ma importante, racchiusa tra la raccolta di Nanda Vigo e la permanente. I nomi sono importanti, temporalmente anche distanti ma continui in una contemporaneita’ che sfugge dalla tela e abbraccia nuovi materiali e nuove dimensioni, un uscire appunto e non soltanto nel concetto. Basti dire di Bonalumi, Biasi e Castellani ma anche la giovane bolognese Francesca Pasquali, la sempre fenomenale Dadamaino e ancora Donzelli, Walter Leblanc, Scheggi e altri ancora.
Davvero notevole, a tratti emozionante, una riflessione che programmaticamente si estende dall’opera all’esperienza del visitatore.. C’e’ tempo per vistarla sino al 19 Marzo.

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Il tango e’ imbecille ? – Dino Sarti

Il tango e' imbecilleA volte si sente il bisogno di respirare aria di casa, malgrado sia una casa che non esiste piu’. E’ il passato che non torna ed il futuro ad essere gia’ deciso da chi con interesse e scienza, sta annientando la cultura e le tradizioni di un popolo. Restano i ricordi ma anche le testimonianze scritte e ricordarci come le cose andavano e come dovrebbero andare, fintantoche’ non se ne avra’ abbastanza e si decidera’ di riprendersi quanto ci e’ stato tolto.
L’Emilia Romagna poi di rado la si identifica con un artista ben preciso e quando cio’ avviene lo si riduce a macchietta carica di stereotipi quale sesso e tortellini.
Il dialetto non ha mai sfondato oltre il liscio eppure personaggi come Sarti, riuscirono anche se per breve tempo, ad esportare l’emilianita’ oltre la figurina.
"Il tango e’ imbecille" risale alla meta’ degli anni ’70, periodo d’oro per il suo autore e sembrano trascorsi millenni eppure gli anni si contano in qualche decina da un presente tragico e irriconoscibile, alieno rispetto un citta’, Bologna, aa quel tempo abitata da gaudenti ragazzotti, tutti officina e sale da ballo. Erano gli anni in cui si fischiava dietro le ragazze e udite e udite, era il miglior complimento che una donna potesse ricevere e nelle balere si rischiava al massimo di andare in bianco, non le coltellate. Se nel precedente "Vengo dal night" Sarti si racconta, qui alterna storielle inventate a ricordi autobiografici, mescolando fantasia a verita’, anzi dove inventa e’ piu’ reale del ricordo. Troviamo in prosa i protagonisti delle canzoni, "Spometi" e il perche’ il tango e’ imbecille. Nell’ultima parte un dizionario bolognese-italiano che oltre la sintassi mette in luce un modo di pensare, le infinite sfumature di un  "socmel", guida divertente anche per chi ci si riconosce nel quotidiano. Vi sono anche momenti poco efficaci, di massima ho preferito l’autobiografia ma non c’e’ dubbio che le verve del grande Sarti ne esca comunque potente e divertente.  L’Italia che fu, l’Italia che dovrebbe essere.

Lelio Luttazzi – Il giovanotto matto – Pupi Avati

Lelio Luttazzi - Il giovanotto mattoPer completare la lettura recente su Luttazzi, mi viene incontro un documentario a lui dedicato diretto oltretutto da Pupi Avati e trattandosi del piu’ importante regista italiano vivente, non poteva essere altro che un ottimo lavoro e cosi’ e’ stato. Girato nel 2008 con un Luttazzi ottantacinquenne che nell’ultima fase della sua vita, torna alla ribalta dopo una sorta di autoesilio dalle scene. In breve, vi fu una telefonata che nel 1970 lo coinvolse in un tragico errore giudiziario, uno dei tanti, troppi della cara Repubblica. Ventisette giorni di carcere che gli sconvolsero la vita al punto di mollare tutto al clou della carriera. Avati inizia il racconto su Luttazzi con un ritorno alla sua Trieste, citta’ natale e dove decidera’ di vivere i suoi ultimi anni di vita.
E’ la storia di un bambino rimasto orfano di padre a tre anni dalla sua nascita, la madre maestra di scuola, pochi studi di musica che un grande talento trasformarono in mestiere e l’amore per lo swing che lo condusse a traghettare verso nuovi suoni un’Italia appena uscita dalla guerra. Un pizzico di fortuna con i giusti incontri, l’avanspettacolo, la radio e la televisione, quando la televisione era per gli italiani un evento.
Poi il cinema con quegli strani eventi che lo portarono a recitare sotto Antonioni, insomma una vita piena, tanti successi e un’unica definitiva sconfitta. La cronaca di Avati che si divide tra intervista, immagini di repertorio e documentario si ferma qui, al 1969, ad un passo dall’anno successivo.
Non insiste, non ci prova neppure a far parlare Luttazzi, anzi lo lascia con una domanda che e’ anche riflessione per lui e per noi, un invito dopo tanti anni, a liberarsi di un grande peso come gesto taumaturgico.
Lo stile dolce e pacato di Avati si sposa perfettamente alla classe di Luttazzi che nel tempo resta immutata, l’oretta abbondante scivola via forse con troppa celerita’, molto viene omesso e la sensazione e’ che il poco tempo a disposizione sia solo un pretesto. Ad ogni modo "Il giovanotto matto" non  e’ soltanto un documentario su un artista che nel frattempo e’ scomparso ma un’importante riflessione sulla televisione che fu, sui suoi protagonisti e come in fondo, fosse lo specchio di un’Italia irrimediabilmente perduta.

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Solo gli amanti sopravvivono – Jim Jarmusch

Solo gli amanti sopravvivonoIn un’improvvisa botta di originalita’ che ti tira fuori Jarmusch dal cilindro?
Un film sui vampiri. Beh cosi’ e’ facile dira’ qualcuno e invece no, questi non sono vampiri come gli altri e del resto anche Jarmusch mica e’ un banalissimo regista. No, questi sono vampiri che non fanno una mazza da mattina a sera e infatti nel film non c’e’ niente, non succede niente. Non si scomodano neppure a ciucciarsi qualche barbone, loro il sangue lo comprano gia’ in pratici contenitori formato famiglia, anzi sono talmente avanti che ne fanno ghiaccioli, per dire il genio.
I vampiri sono la Tilda Swinton, una che parrebbe ultraterrena pure se vendesse pesce al mercato rionale, l’altro e’ Tom Hiddleston, un grande attore sprecato per questa roba ma d’altronde grazie a lui ci si salva dalla noia totale.
Poi c’e’ John Hurt e ci piange il cuore sprecato qua dentro ma ci sono i compleanni dei nipoti, la tessera del golf club da rinnovare e vabbe’. Ad ogni modo si diceva che non succede niente, perche’ una legge, l’altro compone e  vivendo centinaia d’anni, e’ un musicista che prendeva il the con Brahms, e’ uno che riconosce le chitarre d’epoca al tatto eppure ascolta 45 giri di inutile e dimenticato blues con un vecchio giradischi a molla o poco piu’ come massimo esistenziale. Scrive pezzi di due accordi come l’ultimo dei quattordicenni con una chitarra in mano per la prima volta, per dire quanto sta fissato Jarmusch con le sue solite banali icone da psico-esperto che piace alla gente che piace. E’ appunto il suo piacere a chi pretende di raccontarcela che gli permette di passare indenne da un flop all’altro, da un vuoto all’altro, da l’ennesima inutile fatica, fatica per chi guarda, non certo per lui che ci mangia.
Ma davvero c’e’ qualcuno a cui piace questa roba qui?

Scheda IMDB

Art City 2017, Bologna 04-02-2017 (quinta parte)

Art-City-2017---Peter-Buggenhout_thuA Palazzo Toschi, cornice straordinaria per esposizioni di questo tipo, troviamo Peter Buggenhout artista belga in mostra con due opere inedite ed importanti anche nella dimensione. Monumentale in ogni senso, l’opera "The Blind Leading The Blind # 65" coi suoi 10 metri altezza e 6 di lunghezza, riempie il grande salone del palazzo, trasudando scarti industriali, ferro e calcinacci, blob disorganizzato che nel complesso assume parvenza organica, vivente, estensione di quell’umanita’ che l’ha prodotta e per molti versi rappresenta. Ancora piu’ forte la sensazione di meccanismo organico e’ con la seconda opera, la 25, racchiusa in una teca per musei ancora da inventare.
Ancora un ritorno al passato ma le dimensioni contano, contano eccome.
Art City 2017 - Giulia Dall'olioConcludiamo con "Sequela" mostra collettiva curata da Leonardo Regano nell’ex Chiesa di San Mattia, devo dire una delle esposizioni che mi ha convinto di piu’, per idea e contenuto. E’ il ritrovare il sacro nel quotidiano e mentre la ricerca della provocazione dissacratoria puzza ormai di stantio e convince solo i poveri d’idee e spirito, si puo’ scoprire come anche in una sfera laica, sia possibile rispettare ed imparare dalla Fede che ricordiamo deve essere ed e’ prima di tutto, dottrina di etica es esistenza.
Il luogo, una ex chiesa, aiuta ma l’allestimento e’ fenomenale laddove le nicchie ospitano i tanti artisti presenti e il centro si riempie di altre opere in un equilibrio proprio e collettivo.. Sarebbero da citare molti se non tutti ma mi piace ricordare l’opera di Gencay Kasapci, il grande dipinto di Giulia Dall’Olio  e Bill Viola, come sempre un gigante.
C’e’ tempo fino al 12 Febbraio, assolutamente da non perdere.

Peter Buggenhout
Sequela

Michele, 30 anni

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

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Danila Tkachenko – Restricted areas (catalogo)

Restricted areas (catalogo)Qualcuno ricordera’ il post della settimana scorsa su Art City nel quale mi dicevo entusiasta di un giovane fotografo russo, Danila Tkachenko, un vero e proprio fenomeno della fotografia mondiale, gia’ vincitore di premi e riconoscimenti e c’e poco dire, a vederlo dal vivo ogni entusiasmo e’ confermato.
Nato nel 1989 a Mosca dove ancora vive e lavora, egli appartiene alla generazione che del comunismo conosce le rovine, rovine ideologiche, rovine umane nel cuore, nella mente e nello stomaco di chi il regime l’ha vissuto sulla propria pelle ma anche le rovine in pietra e cemento, manufatti, opere e costruzioni. Fu un’ideologia che si manifestava anche attraverso le sue architetture, estensione dell’organizzazione sociale imposta. Ecco perche’ soprattutto in Russia, fotografare un palazzo o studiare la pianta di una citta’ e’ un atto politico, a prescindere da ogni altro intento.
Tkachenko lo sa bene e ne fa punto di partenza, un’affermazione programmatica carica di cosa? Denuncia? Nostalgia? Forse un’amara risata, ognuno tragga le proprie conclusioni. Mi dicono di Tkachenko che egli sia un personaggio scostante, istintivo, testualmente "un mezzo matto" percio’ e’ possibile, persino probabile l’intento iconoclasta e ribelle, anche beffardo ma non di meno carico di un formidabile senso estetico. Lui dice di voler essere testimone di un’epoca e di far si che nulla vada perduto, il che non contraddice anzi esalta la qualita’ straordinaria delle sue fotografie . Protagonista il bianco della neve, dei ghiacci, cortina e patina di un passato che sta sparendo ma non con un’esplosione ma con un soffio, un lento declinare nell’oblio percio’ vi sono immagini che accennano appena a macchine e case, relitti e rovine gia’ fuori dal tempo perche’ fuori dalla memoria dei piu’. Tkachenko si concentra su cio’ che resta dell’era spaziale e atomica, forse la piu’ rappresentativa o forte nell’immaginario collettivo. Lo voglio ripetere, sono fotografie incredibili che il catalogo per quanto di altissima qualita’, non puo’ rendere completamente non almeno quanto le stesse viste in grande formato.
Ad ogni modo il senso di grandiosita’ si comprende bene e il volume, come uno scrigno svela immagini e luoghi come la cronaca di un altro mondo o almeno di un mondo che voleva essere piu’ grande di cio’ che fu.
Il libro in quanto oggetto e’ di per se’ unico e prezioso, il catalogo straordinario, uno dei piu’ belli che abbia avuto tra le mani. Un artista da seguire, un libro da possedere.

Pagina ufficiale Danila Tkachenko

Art City 2017, Bologna 04-02-2017 (quarta parte)

Art City 2017 - Bertozzi e CasoniLa settimana dopo l’esordio, Art City resiste con le sue mostre da noi oculatamente conservate laddove si fossero estese oltre i tre giorni della fiera.
Recuperiamo quindi Palazzo Poggi, il museo delle scienze bolognese che anche quest’anno, come da tradizione, accoglie artisti le cui opere si integrano nel tessuto esistente, commistione che sa di sposalizio, integrazione storica e stilistica, un’operazione che se fatta con gusto e intelligenza, come in tutti questi anni, da’ ottimi risultati. Troviamo percio’ Mariateresa Sartori che dialoga con le collezioni Marsili e Monti attraverso una natura reinventata, modificata, potremmo dire ricreata. Grazie a tecniche del passato, mi spingo a dire superate come la fotografia stenoscopica e il frottage, ci si inoltra verso spende antiche, un piu’ forte legame con la natura e storia. Il connubio e’ perfetto. Divertente e impressionante Bertozzi e Casoni che attraverso la ceramica reinventano l’organico di parvenza sia animale che umano nei suoi scarti e rifiuti. I riferimenti sono tanti ma la bellezza oltre i simboli  non viene intaccata, cosi’ come il senso del naturale/artificiale della collezione Aldrovandi e delle cere anatomiche e’ rispettato, anzi esaltato dal connubio. Ottimo.
Art City 2017 - Calori & MaillardSi prosegue con Calori & Maillard che reinventano i confini dell’ex negozio Gavina col progetto Causerie, l’idea di arte che arreda e arredando afferma lo spazio nel carattere e nel colore.
Opere piccole e grandi, tra l’installazione e il soprammobile, architettura che diventa spazio vitale, confine che non chiude ma concilia tempo e dimensione abitativa. In fondo e’ un ritorno agli anni in cui la personalita’ si esprimeva anche attraverso scelte di arredamento che non riempiva, non solo, ma definiva. Alcune buone idee, altre meno cosi’ come certe soluzioni sono facili e altre originali. Nel complesso interessante.

SEGUE >>>

Museo di Palazzo Poggi
Calori & Maillard

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