Jonas Burgert – MAMbo, Bologna 25-02-2017

Jonas BurgertC’e’ voluto un po’ di tempo per liberarci dell’esposizione su Bowie e non lo dico in senso negativo perche’ nel bene o nel male, giusto e sbagliato che fosse, la mostra dedicata all’artista scomparso ha smosso acque e denaro.
Il MAMbo pero’ torna a parlare d’arte in senso stretto e lo fa con Burgert, artista tedesco nato, cresciuto e stazionato in Germania, a Berlino per l’esattezza e non ho idea se il carattere aperto della citta’  abbia influito sul suo lavoro ma e’ certo che l’influenza che esercita e gli stimoli emotivi che si ricavano a vederlo sono molteplici.
Burgert e’ presente con 38 opere, molte delle quali di grandissimo formato ed e’ proprio qui che si esprime al meglio. Egli e’ un artista da assorbire e lo si capisce osservandolo nei particolari. Non colpisce a prima vista, vuoi per la quantita’ abnorme di oggetti, simboli e particolari che permeano i suoi dipinti, percio’ man mano che si avanza per i grandi saloni del MAMbo accresce come dire, la consapevolezza del suo lavoro, si perfeziona il metodo di comprensione e di approccio ad un immaginario permeato di visioni d’incubo. La sua e’ la prospettiva di dimensioni incastrate negli interstizi della realta’, luoghi senza tempo fatti di puro spazio, contenitori puri senza storia e narrazione eppure vissuti e consunti da chi? Vi sono figure meticce, figli deformi di un oltre-mondo, un dopo vita che ancora non ha espresso tutto il suo orrore. Burgert e’ al contempo metafisico e surrealista, figurativo e astratto, egli comprime in una sola immagine un’intera storia e all’interno di essa ci si muove tridimensionalmente percio’ sa essere cubista (alla Lynch, non alla Picasso). Al contrario nei piccoli ritratti, piccoli rispetto le grandi tele s’intende, esprime la grazia antica del ritratto impressionista e il segno lasciato da Boldini e tutta la sua scuola, con la perfezione del volto e lo sfumare fotografico dell’intorno.
Confesso di non essermi sentito inizialmente coinvolto dal suo lavoro, poi man mano che la visita prosegue, di quadro in quadro qualcosa segna, i simboli diventano i propri e ci si immerge infine nel suo universo terribile eppure affascinante. Si poteva fare di piu’ sotto il profilo curatoriale. Testi quasi del tutto assenti e nemmeno una traduzione dei titoli dal tedesco. Se e’ una scelta non so, pero’ e’ una scelta sbagliata. Non e’ un artista in cima alle mie preferenze eppure qualcosa resta, percio’ va bene cosi’. Fino al 17 aprile 2017.

Pagina ufficiale

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