Motorman – David Ohle

Motorman"Motorman – Un romanzo ancora piu’ strano" recita titolo e sottotitolo in copertina ed e’ gia’ stranezza che un romanzo uscito 30 anni prima del suo seguito, venga catalogato come prequel.
Ricapitoliamo dunque: Stati Uniti, 1972 esce  "Motorman", nel 2004 il seguito "Age of Sinatra" e ristampa di "Motorman".
L’Italia nel 2007 vede la pubblicazione de "L’era di Sinatra" e il 2008 di "Motorman".
Confusi? Aspettate di leggere i libri prima di esserlo.
A lungo ho riflettuto in quale dimensione collocare questi romanzi.. 
Non e’ un mondo alieno, troppe similitudini col nostro e per le stesse ragioni non puo’ essere un tempo anteriore, forse perso da milioni d’anni.
Potrebbe essere il futuro ma quale sconvolgimento sociale puo’ rendere normale sacrificare un polmone per trapiantare quattro cuori di pecora.
Le dimensioni parallele di qualche multiverso o omniverso ovviano sempre tutto ma e’ piu’ stimolante credere come i filosofici stoici, in un ciclico reboot cosmico con tempo e storia a ripetersi, simili ma non uguali per spiegare un Sinatra e la sua era, strani trapianti, insetti ed uccellini come normale dieta quotidiana. Del resto, ed e’ sorprendente constatarlo, non e’ una idea molto dissimile dalla teoria che vuole l’universo rimbalzare in espansioni e contrazioni, ricorrente ma sempre diverso per l’aumento dell’entropia come descritto dal secondo principio della termodinamica.
E perche’ non pensare che un mondo tanto alieno eppure cosi’ riconoscibile sia causato da variazioni miliardesime  all’interno delle quattro forze che regolano tempo e materia o perche’ non un mezzo spin mancante o in eccesso a uno dei tanti quark conosciuti?
Strane considerazioni per strani romanzi ma e’ questa la forza delle idee innovative, delle piccole rivoluzioni del pensiero originate da chi va oltre le mura dell’ordinario.
Piu’ efficace e’ rimandare a quell’inizio de "L’era di Sinatra" da poco pubblicato su queste pagine.
Di "Motorman" rispetto al suo seguito, ho apprezzato lo stile piu’ sobrio, il ridotto numero di folli situazioni che alla lunga appesantiscono la narrazione, fermo restando che entrambi i testi vanno avidamente succhiati nell’ordine che piu’ aggrada perche’ indifferente.
Straniante, scivoloso effetto organico che impregna pagine e pensieri, ribrezzo che copula col sublime tra miasmi e fluidi, il gusto amaro di un cibo ripugnante che sazia e riempie lo stomaco quando la fame e’ insopportabile.
L’esperienza e’ fisica, violenta e per questo liberatoria ed ispiratrice, mistica scaturita dal dolore e pensare e’ facile quando il cosmo e’ una pagina bianca da riscrivere.
Aprite gli occhi, questo e’ un nuovo mondo e qui vi lascio con le note di copertina.
"Protagonista è il giovane Moldenke, che ha già quattro cuori di pecora, e vive in un mondo allucinato dove si trapiantano parti del corpo a volontà, uomini gelatinosi sono ridotti a schiavi e burocrati isterici si accaniscono sulle forniture luce/gas di cittadini ignari. L’universo creato da David Ohle è un mix inquietante tra un Burroughs disintossicato (ma rimasto sotto) e un Kafka ossessionato dal meteorismo e dal muco. Il tutto legato da qualcosa di inspiegabile, alieno, banalmente spaventoso."

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L’Era di Sinatra – David Ohle (estratto)

L'Era di SinatraUdo, il barista tedesco dal viso tondeggiante, servì a Moldeke un boccale di malzio fermentato, un vasetto di fosfato in polvere, una ciotola di fungu a cubetti e una matassa di pelo da rollare.
— Marca Tricofin, Moldenke. La migliore.
A proposito, che gliene pare della mano? Mica male, eh? —
La mano in questione era cadaverica, azzurrognola e formata da soli pollici, con le unghie parzialmente estirpate che trasudavano pus dalla carne viva.
— Non male. Chi gliel’ha fatta?
— Il dottor Ferry, a Nuova Oleo. Le capitasse di passare da quelle parti, faccia un salto da lui. Ha un aspetto così banale. Dovrebbe proprio farsi qualcosa.
Quelle orecchie così piccole, per esempio. Non le piacerebbe averle più grosse? Diverse? Magari di maiale francese? Sa, Ferry è specializzato in maiali. –
Moldenke sfilò una presina di pelo dalla matassa e la annusò.
— Mi deformerò quando ci sarà una legge che lo impone.
Udo si asciugò con il grembiule il sangue che gli colava da uno dei pollici.
— Mio zio se l’è fatte. Adesso ha un’aria molto più affilata, aerodinamica. Sta accarezzando l’idea di un terzo occhio.
Moldenke indicò il cerchio di cicatrici puntiformi che aveva intorno alla bocca.
— Io con aghi e bisturi non vado molto d’accordo. A dieci anni mia madre mi ha cucito le labbra con del filo nero spesso, perché avevo sputato sul suo gelsomino notturno. Non sono riuscito a mangiare, ne a bere, né a parlare per tre giorni, finché il mio defunto ma magnanimo padre non ha tagliato il filo con le forbici. –
Si aprì la cerniera sui davanti della tuta.
— E questa brutta cicatrice a croce che va da un capezzolo all’altro e dal collo all’ombelico… mi hanno tolto un polmone e messo quattro cuori di pecora. Il mio stava perdendo colpi.
— Caspita. Comunque la deformazione per scelta è tutta un’altra cosa.
È diversa, dà una sensazione diversa. Lo ammetta, questa è una mano coi controfiocchi.
Un pezzo unico. Un argomento di conversazione. Adesso mi sto facendo fare un guanto speciale.
— Glielo do io un argomento di conversazione, Udo. Questo malzio puzza. È fresco?
— Ma certo. È il primo boccale che spillo.
— Lo ha fatto bollire per uccidere la tubularia?
— Per un’ora.
— E la shigella?
— Non può essere sopravvissuto niente. Niente. Ma se proprio vuole stare tranquillo, ci metta tanto fosfato.

Crimes of the Future – David Cronenberg

Crimes of the FutureIn genere evito gli esperimenti di regia antecedenti alle opere prime, in musica non ascolto i demo tape o le prove carpite dagli studi di registrazione e con la grafica salto a pie’ pari bozzetti e test. Per qualcuno pero’ si fa volentieri un’eccezione e Cronenberg val bene infrangere la regola quando riesce nuovamente a sorprendere. Narrativamente il mediometraggio vale poco, nello strano miscuglio di fantascienza surreale e apocalittica in un mondo dove le donne muoiono al raggiungimento della puberta’ e gli uomini portatori sani del "morbo di Rouge" dal nome del medico che lo creo’ e che per primo rimase infetto, stanno per reazione mutando in un nuovo sesso attraverso il contagio diffuso dagli umori prodotti dalla mutazione.
Girato in 35mm ma se mi avessero detto 16 ci avrei creduto di piu’, a colori e senza audio di ripresa, solo il doppiaggio della voce narrante e di suoni pseudo ambientali, troviamo Cronenberg alle primissime armi ma gia’ mirabilmente padrone della posizione di camera, del ritmo narrativo sostenuto da un montaggio esemplare e nessuna concessione ad una vuota estetica laddove non fosse funzionale al discorso. Piu’ di una imprecisione nel movimento ma appaiono piu’ limiti tecnici che d’esperienza e per quanto non sia "Quarto potere", colpisce.
Cio’ che davvero sorprende, ovviamente nella prospettiva in carriera, e’ la coerenza immarcescibile sin dagli esordi delle sue tematiche: malattia, mutazione, carne e sesso, qualcosa che come una missione, fara’ del regista un profeta dell’evoluzione umana prossima ventura. Organicita’ al solito strabordante anzi incontrollata laddove in piu’ di una occasione ricorda gli scritti di David Ohle che chissa’ se e’ una coincidenza ma due anni dopo inventera’ un mondo mutante che di strana carne e strani umori ne sa qualcosa.
Il film in se’ vale il giusto, come documento sull’arte e la tecnica di un grande regista, ha un valore inestimabile.

Scheda IMDB

The Box – Richard Matheson

The boxLa Fanucci e’ meritoria e testarda nel pubblicare ogni singola sillaba degli autori dei quali e’ concessionaria, rispettando cosi’ il lettore appassionato e concedendosi nel frattempo la chance di salire sul giusto treno in transito.
L’occasione del libro infatti e’ l’uscita del film omonimo con Cameron Diaz ispirato dal racconto che vista la brevita’, e’ stato giusto un punto di partenza e poco altro.
L’dea e’ di quelle che risolvono una cena noiosa tra amici: per un milione di dollari premereste un tasto su una scatola, condannando a morte uno sconosciuto?
Intrigante non c’e’ che dire, pero’ come recitava un vecchio ed azzeccato slogan, la potenza e’ nulla senza controllo e se l’incipit e’ esplosivo, meno lo e’ la conclusione, destino riservato a parecchi racconti, non tutti s’intende, contenuti nella raccolta.
Matheson non si tocca e su questo non vi devono essere dubbi ma l’impressione e’ che si sia raccolto qualche ritaglio qua e la’, cani sciolti dal dubbio pedigree catturati per fare giusto un po’ di volume attorno alla novella principale. 
Non si puo’ criticare la Fanucci per la qualita’ altalenante e generalmente bassa anche perche’ ha pedissequamente tradotto la gemella stampata dalla RXR Inc. ma l’insieme dell’altra raccolta "Incubo a seimila metri" e’ fatta di ben altra pasta.
Alcuni racconti sono tosti e del resto Matheson e’ maestro nel tendere trappole delle quali ci si accorge tardi, spesso all’ultima riga ma la debolezza dell’insieme e’ che a volte queste trappole non scattano e si sfugge alla sorpresa con troppa facilita’ seppur vero e’ che con 50 o 60 anni sulle spalle, a certe storie si puo’ quindi perdonare qualche ingenuita’ di troppo.
Tre i degni di nota: "Muto" semplice ma suggestivo, "Il terrore strisciante" metafisico ed esilarante, geniale e sorprendente ed infine "L’amore al tempo del finimondo" che nel 1963 definiva l’universo delle storie di David Hole pubblicate con ben nove anni di distanza e nessuno mi parli di coincidenza.
Resta comunque una bella edizione nella forma, molto meno nella sostanza, inutile per conoscere l’autore, buona per completare la raccolta delle sue pubblicazioni.

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