Rothko – Jacob Baal-Teshuva (Taschen)

Rothko TaschenPur amando nel profondo l’arte contemporanea con un occhio di riguardo per l’astratto e l’informale, a lungo ho ignorato Mark Rothko, anzi mi sono spesso domandato per quale ragione esercitasse tanto fascino e soprattutto come avessero fatto le sue opere ad essere tra le piu’ costose al mondo. Poi e’ arrivato il giorno in cui mi sono recato al Tate Modern di Londra e li’ entrando nella stanza a lui dedicata, in un solo istante mi sono perduto nella sua pittura, mi sono smarrito nelle grandi tele che come portali si sono aperte a nuovi livelli emotivi. Da quel momento ogni incontro con una sua opera è stata una grande emozione. Cosa ha fatto la differenza? Vederlo dal vivo e non leggerlo su un libro. Cio’ vale per ogni artista s’intende ma sara’ il grande formato, sara’ lo studio e le ricerca che Rothko mise per giungere a quello straordinario effetto che lui stesso riconosceva e cercava e che quando gli veniva riferito di svenimenti o adulti in lacrime, non se ne stupiva. Pare percio’ un controsenso parlare di un libro ma per chi ha gia’ vissuto questa sensazione ma anche per chi intende farlo, puo’ essere un valido supporto. Come spesso puntualizzo, mi piacciono i Taschen, specie questi di grande formato, ancor meglio se chi cura il testo ha un suo stile brioso, particolarmente narrativo e sa porre i giusti accenti al racconto di una vita d’artista anche quando e’ complicata come nel caso dell’artista lettone naturalizzato statunitense. Bel racconto quindi e s’impara molto, come erano ad esempio le sue opere nel primo periodo espressionista, poi surrealista ed infine nel pieno dell’espressionismo questa volta astratto. Scopro peraltro l’origine delle opere esposte al Tate Modern, tanto per dire. Bel racconto e belle immagini quindi, in stile Taschen ma ancora meglio del solito

"Side" live – Echotime (+ Psycho Livestock) – Teatro Fanin, San Giovanni in Persiceto (BO), 21-04-2017

Echotime, 2017-04Vedi un po’ l’importanza di fare da spalla a eventi importanti? Qualche mese fa, gli Echotime aprirono il concerto a Ferrara di Claudio Simonetti ed e’ chiaro che di loro si sapeva nulla. Mi colpirono molto sia per la forza dei brani che come musicisti, in testa Federico Fazi alla batteria. Soprattutto mi soprese il progetto, un vero e proprio concept album con una storia da raccontare e canzoni come capitoli, proprio come si faceva negli anni buoni. Preso il cd e riascoltati con calma, la buona impressione fu confermata anzi accresciuta grazie all’ottima produzione del lavoro nel suo complesso. Non perdo quindi l’occasione non solo di rivederli ma di ascoltare il nuovo "Side" presentato in anteprima e in uscita i primi di Maggio. Ad aprire le danze gli Psycho Livestock, una band di "all star" come si definiscono, quattro elementi di diversa provenienza, spesso turnisti con molte band alle spalle che insieme hanno trovato una dimensione unitaria. Gente di mestiere e si sente, per ora limitati a pezzi altrui restando quindi confinati alla stretta definizione di cover band. Suppongo e spero sia una fase transitoria perche’ la stoffa per produrre ottimo materiale tutto loro ce l’hanno alla grande, ma torniamo agli Echotime. Nuovo lavoro e nuovo progetto, un grande racconto sull’umanita’ divisa in capitoli dedicati a molti vizi e poche virtu’. Tante storie quindi, precedute da piccoli momenti di teatro, messinscena che vale soprattutto per Alex Kage, cantante e membro fondatore della band.
Il lavoro e’ potente, originale nell’impostazione di rock opera rarissima da trovare e mettere in pratica, specie con in ristrettezza di mezzi ma i ragazzi ce la fanno e gia’ questo e’ da applausi. C’e’ pure il momento Kurt Weill per dire, ed era da "The wall" che non si sentiva una variazione sul tema cosi’. "Side" e’ un gran album, potente, strutturato, ottimamente suonato e concepito. Ho preferito il precedente "Genuine" che forse con minore ambizione e’ riuscito a guadagnare spazi piu’ aperti quindi con piu’ voglia di esplorare ma in fondo e’ questione di gusti. E’ vero che il primo album e’ piu’ immediato percio’ non escludo che sulla distanza "Side"risulti vincente. Sul fronte live qualche indecisione ma ci sta, anzi le preview servono proprio a questo. Problemi per Alex il cantante, credo un insieme di guai tecnici, regia con qualche indecisione, microfono inadatto e voce non al 100% anche perche’ stando sui registri alti, o si e’ al massimo o sono guai. Nulla da dire su basso e chitarra, anzi ottima la loro prova, bravo anche Fabbri alle tastiere con qualche mancato dialogo con la batteria di Fazi ma con certe complicate sovrapposizioni ritmiche puo’ accadere. Un plauso a quest’ultimo, sempre straordinario, una macchina da guerra che ha nelle bacchette una forza incredibile. Bell’evento, se capiteranno live andate a sentirli e intanto c’e’ l’album, non ve ne pentirete.

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10 years old – Fondazione Fotografia di Modena

Fontana - Fondazione fotografia ModenaDieci anni di Fondazione Fotografia di Modena, una giusta celebrazione per un ricorrenza che ha un suo preciso peso specifico. Dieci anni in gran parte vissuti assieme percio’ visitare la mostra significa anche ricordare, oltre che rivedere magari alla luce di un po’ d’esperienza in piu’ e qualche considerazione diversa su stili e artisti.
Tanti artisti, tanti gli argomenti, non tutto s’intende interessante ma di massima si sono viste buone cose, alcune eccellenti, altre meno, certe che ho proprio evitato ma ci sta, mica sempre ci si intende.
250 opere, anche in video, 95 gli artisti, l’occasione per spolverare alcune delle 1200 fotografie della Fondazione Cassa di Risparmio. Per quello che mi riguarda rivedo con molta gioia le foto delle mostre che ho amato di piu’, il ciclo americano della straight photography con Adams, Weston, Chappell, White e non di meno il giusto omaggio alla scuola modenese, dall’inizio del secolo con Peretti Griva, Carbonieri con i grandi e celebri concittadini che in tempi piu’ recenti hanno portato lustro alla provincia. Parliamo di Vaccari, Ghirri,Fontana, Leonardi, fotografi, artisti che hanno fatto scuola appunto, caratterizzando uno stile, un’epoca, un territorio e le persone che lo abitano.
Un viaggio nella memoria, il recupero di qualcosa che a suo tempo ando’ perduto malgrado qualche perplessita’ su nomi che il tempo non rende piu’ convincenti.
Certo, viene da se’ che in questa occasione non si scopre nulla di nuovo percio’ vale di piu’ vedere la mostra senza ricordi del passato ma ripeto, dove non arriva la novita’ si compensa con la memoria. Difetti? Il costo del biglietto resta elevato, specie per un’antologica, comunque va bene, c’e’ tempo fino a fine mese per vederla.

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Gianluigi Toccafondo, Stefano Arienti, Alfabeta – Galleria Civica di Modena, 15-04-2017

Gianluigi Toccafondo - Galleria Civica ModenaCome per molti credo, il primo incontro con Toccafondo risale alla meta’ degli anni 90 con la pubblicita’ della sambuca Molinari.
Molto efficace, singolare come e’ singolare il lavoro di Toccafondo con la sua pittura animata che interviene sul girato sovrapponendosi ma soprattutto espandendo il quadro in dimensioni oniriche e fiabesche. Il suo e’ un sovrastrato d’immaginazione che e’ narrazione su narrazione del quale si ammira il segno e il gesto. La Palazzina dei Giardini di Modena, riconquistata la natura espositiva dopo lo stupro dell’amministrazione che ne fece negozio per le cooperative amiche e ci aiuta a ricordare il lavoro di Toccafondo dagli anni ’90 ad oggi, un lavoro sull’animazione siano corti, pubblicita’ o sigle, senza dimenticare la carta stampata quindi la pittura e sequenze narrative non animate. Molti gli interventi video da vedere o rivedere, divertente e sorprendente ammirare da vicino i dipinti divenuti fotogrammi che svelano la tecnica e l’arte di Toccafondo.
Stefano Arienti - Galleria Civica ModenaDi Stefano Arienti invece non conoscevo nulla, lo approccio percio’ a mente aperta e a primo acchito lo sconcerto. Non riesco a cogliere la cifra stilistica fatta di sovrapposizioni e ricalchi, ripetizioni e copiature. L’uso di grandi teli antipolvere, da qui il titolo della mostra, mi pare un vezzo poco originale e molto strumentale e avrei abbandonato la sala con questa impressione se non mi fossi fermato a vedere la  video intervista all’artista sulla realizzazione della mostra e tutto s’e’ fatto chiaro. Arienti e’  anzitutto sincero, onesto col suo pubblico e i suoi committenti. Egli ha colto le infinite declinazioni del disegno nel suo atto meccanico, movimenti che divengono essi stessi messaggi e scelte che nell’istante si innalzano ad arte. E’ finita che uscito dalla proiezione ho riguardato tutto ed e’ stato tutto molto chiaro e bellissimo. Invito s’intende a visitare l’esposizione di Arienti e se vi sono perplessita’ fare altrettanto.
Singolare ma fino ad un certo punto la mostra dedicata ad Alfabeta, quantomeno perche’ non ci si aspetta di trovare una rivista letteraria in una sala mostra. Viene fuori invece che Alfabeta affianco’ al testo, ricordiamo che fu la rivista letteraria per eccellenza che transito’ la cultura dagli anni 70 agli anni ’80, anche la pittura e la grafica con nomi come Pozzati, Boetti, La Pietra, Carmi, Baj e tanti altri. Tanti protagonisti per una bella pagina della cultura italiana, forse irrimediabilmente l’ultima considerando lo squallore delle mezze cartucce che qualcuno oggi chiama intellettuali

Gianluigi Toccafondo
Stefano Arienti
Alfabeta

Le mie giornate particolari con – Ugo La Pietra

Le mie giornate particolari conA volte la tentazione di uscire dagli orrori dei social network e’ forte, poi c’e’ sempre una ragione per rimanere. Una di queste e’ seguire la pagina di Ugo La Pietra e leggere del nuovissimo libro della Manfredi Edizioni che lo riguarda.
"Le mie giornate particolari con…", ventuno personaggi, ventuno racconti, ventuno brevi aneddoti ben riassunti da Marco Scotini nell’introduzione "ventuno giornate memorabili senza essere esemplari" e cosi’ e’.
La Pietra e’ architetto, artista, curatore, ricercatore e didatta, studioso a 360 gradi di nuovi linguaggi, fortunato frequentatore di tutto quanto girava attorno al celebre bar Giamaica milanese e non a caso i suoi racconti partono da quei luoghi, quelle persone, quegli anni. S’inizia con Fontana, il gruppo del Cenobio, Nanda Vigo, poi Merz, Alviani e ancora Munari, Alviano, Bonito Oliva e molti altri, giusto per far comprendere delle forze messe in campo. Racconti spesso semplici, anche banali a volte ma ugualmente rappresentativi di un’epoca, di un fermento che s’esprimeva attraverso grandi opere e grandi idee. Per ognuna di queste storie vi sono foto, a loro volta frammenti minuscoli di un tempo passato ma indimenticato e la sensazione e’ di essere li’ con La Pietra, sfogliare il suo album dei ricordi ascoltando il suo racconto. 96 pagine preziose per una bella edizione degna del suo autore e dei suoi racconto. Non lo si legge, lo si divora e poi lo si conserva con molta cura. Dategli una possibilita’.

Tubax, Dirupators – Circolo Bunker, 15-04-2017

Dirupators, Bunker 2017-04Sabato siam tornati a casa tardi, dopo il pomeriggio impegnativo tra mostre e gallerie ma al Circolo Bunker c’e’ una serata speciale, percio’ come mancare? Ho gia’ scritto del Bunker, con sede a San Matteo della Decima, frazione di San Giovanni In Persiceto, quindi periferia di Bologna, provincia un tempo patria di locali che offrivano band di ogni genere e stile. Oggi e’ sparito tutto ma al Bunker certe sane tradizioni resistono e sembra un gioco di parole. Del resto da cosa nasce cosa e proprio in questa bella realta’ vede la luce il duo dei Dirupators che, cito dalla loro pagina Facebook "Dirupators sono un duo italo-ungherese provenienti dalla provincia Bolognese ed è formato da Cinzia Zaccaroni al basso, voce, loop e da Dencs Daniel Csaba alla batteria acustica/elettronica", insomma gia’ questo basta per far drizzare le antenne.
La faccio breve: mi hanno sorpreso, divertito, impressionato, tutte cose che da troppo tempo mancano alle giornate di un vecchio appassionato di musica, ancor di piu’ se tutte insieme. Confesso che non credevo possibile che due persone potessero riempire la scena cosi’. Csaba, pur conoscendolo dai Dobermann Trio, l’ho perso di vista ma lo ritrovo tecnicamente molto Tubax, Bunker 2017-04cresciuto, fuori da ogni schema pre-post-new rock, gestisce ritmiche molto complesse con apparente facilita’, aggiungendo una buona dose di elettronica. La vera sorpresa pero’ e’ la Zaccaroni, una specie di demone in gonnella e cravattino collegiale. Suo e’ il basso ma soprattutto la voce che moltiplica abilmente con loop in tempo reale per canti e controcanti straordinariamente efficaci. Possiede il palco e lo riempie totalmente malgrado la delicatezza della figura. La grinta e lo stile rimandano alla Bjork dei Sugercubes, parallelo che si estende anche al talento oltre che la tecnica. Un portento che merita quanto prima spazi molto piu’ ampi ed importanti.
Per cio’ che mi riguarda ero gia’ contento cosi’ della serata ma coi Tubax s’e’ superata ogni aspettativa.
Loro si definiscono "laser funk", io li ho chiamati "8 bit funky" ma metteteci il jazz, il rock, il synth pop mescolate fortissimo ed eccoli saltare fuori, trio di tastiere, batteria e basso, quest’ultimo soprattutto al secolo Giacomo Schirru che governa e dirige gli intricati pattern ritmici e armonici di un flusso ininterrotto di suoni che sballottano i sensi dell’ascoltatore. Dall’inizio alla fine non c’e’ spazio per rilassarsi e tutto quell’energia o la sfoghi ballando o si esplode. Ascoltare per credere, peraltro col loro ultimo album appena uscito l’acquisto e’ imperativo.
Serata davvero straordinaria, tanta gente e cosi’ e’ ancora piu’ bello.

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Mario Cresci La fotografia del no, 1964-2016 – GAMec, Bergamo 09-04-17

GAMeC - Mario CresciNon conoscevo Cresci prima di questa esposizione, sapevo pero’ che la avrei trovata al GAMeC e certo non dico no ad una mostra fotografica. Leggo la scheda informativa sulle pagine della Galleria, scheda peraltro ben dettagliata sulle varie sezioni e sul lavoro di Cresci, nonostante cio’ la sorpresa e’ stata enorme.
Cresci, classe 1942 artista e fotografo, anagraficamente avvantaggiato per aver vissuto nel fiore degli anni le avanguardie degli anni ’60 e in tormenti del decennio successivo. Parliamo del 68 e’ ovvio cosi’ com’e’ ovvio tutto quanto avvenne fino al 77 mentre lui era li’ a respirarne l’atmosfera e buttarsi in prima persona nella mischia. Soprattutto pero’ ne apprese il linguaggio, la sintassi, anche la voglia di rivoluzionare tutto, l’idea e il suo evolvere in nuovi percorsi. I suoi anni migliori quindi? Si, del resto lo furono di molti ma Cresci e’ un artista che ha continuato e continua ancora oggi con tenacia a reinventare spazi e immagini, anche reinventare se stesso. Non sono poche le opere ridisegnate, reingegnerizzate talvolta, riviste, mai corrette, espanse quello si. Se parlassimo come giornalisti imbecilli, diremmo Cresci 2.0. "Geometria Natuiralis", l’opera che ci accoglie nella prima sala, e’ un perfetto esempio di come un progetto iniziato nel 1975, si possa concludere perfettamente nel 2001 integrando nuovi elementi che ridefiniscono il senso originale dell’opera lasciandolo pero’ immutato nella stratificazione di significati. Insomma, mi aspetto un fotografo e trovo un artista e con questo non voglio dire che un fotografo non lo sia, semmai al contrario e’ qualcuno che usa la fotografia come uno strumento qualsiasi, chesso’ un tipo di pigmento o un materiale specifico per scolpire. La fotografia come mezzo non come fine, qualcosa di grezzo da raffinare, piegare, sagomare fisicamente come la serie "Baudelaire" o sintatticamente come in "Attraverso l’arte". Senza alcun dubbio una gran bella scoperta per me che non lo conoscevo, la conferma di una vitalita’ intellettuale che con gli anni cresce e migliora con grandi spazi ancora da percorrere e che da oggi, non mi faro’ mancare.

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GAMeC, Pipi Carrara, Attilio Nani – Bergamo 09-04-2017

GAMeC - IngressoTorno a Bergamo dopo tanti anni e il GAMeC diventa uno splendido pretesto per rivedere la citta’ e una galleria di arte contemporanea che a quanto ho letto e poi visto, e’ molto attiva anche sulle mostre temporanee.
La collezione permanente nasce da raccolte di donazioni private con un nome su tutti, Manzu’ che tra sculture e dipinti, volle cosi’ onorare la sua citta’ natale. La raccolta Spajani comprende grandi nomi come Balla, Kandinskij, Boccioni, Morandi e non sono da meno le altre serie con Fontana, Burri, Cucchi, Parmeggiani. La collezione e’ piccola ma densissima, i nomi sono quelli che hanno fatto la storia dell’arte del XX Secolo, la qualita’ delle opere e’ alta anche se certo non la piu’ rappresentativa. Certo, per essere frutto di donazioni e’ di per se’ un grande risultato, molto rappresentativo e piacevole da vedere, incantevole in alcuni casi. Consiglio l’acquisto del piccolo ma completissimo catalogo che in poche righe introduce e contestualizza le opere.
Altre due mostre sono visitabili in questi giorni e pur essendo temporanee fanno parte di un solo grande appuntamento. La prima, quella di Pipi Carrara e’ all’interno dello stabile del GAMeC, percio’ a pochi passi dalla permanente. Carrara e’ artista bergamasco il cui lavoro oscilla tra l’alto artigianato e la pura espressione artistica. Usa indifferentemente legno, gesso, terracotta, bronzo per opere di alta precisione meccanica che talvolta assumono connotati organici e alieni. Carrara si fa ammirare, diverte e talvolta stupisce. Uno stile certo unico e personalissimo mai banale. Davvero interessante.
Per vedere Attilio Nani serve raggiungere il cuore di Bergamo alta e non e’ certo una penalita’ anzi. Bergamo e’ una citta affascinante con due anime e la piu’ antica custodisce grandi tesori antichi e come in questo caso, anche moderni. Nani, artigiano e scultore, scomparso nel dopoguerra poco piu’ che cinquantenne, non nasconde nelle opere esposte la natura scultorea e di design del suo lavoro. In contatto col territorio e i suoi artisti, come Manzu’ ad esempio, offre lavori dai connotati sospesi tra il primitivismo e la ricerca piu’ raffinata, a volte simbolica. Artista non nelle mie corde ma che merita una visita anche grazie al bell’allestimento curato da M. Cristina Rodeschini e Valentina Raimondo.

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Bologna Contemporanea 1975-2005 – Peter Weiermair

Bologna ContemporaneaComprai questo catalogo qualche anno fa proprio a Bologna non ricordo in quale occasione legata comunque ai libri. Grande formato, 352 pagine ma soprattutto un interessante campionario di artisti, 67 per la precisione per raccontare la storia recente di una Bologna d’arte da troppo tempo fuori dai giri giusti. Ma in realta’ Bologna quanto e’ stata protagonista dal dopoguerra a oggi? Quando ne parlo mi sento dire che in fondo Bologna ha dato molto e si e’ distinta alla pari di altre capitali dell’arte quali Milano, Firenze e Roma. No, non credo che le cose siano andate cosi’ e proprio i tentativi di raccontare il contrario con mostre come "Bologna dopo Morandi", mi confermano. Ecco Morandi, lui e’ un problema non la soluzione. E’ un problema perche’ la sua grandezza e’ ingombrante, irrinunciabile, un astro di tale grandezza che tutto illumina e nel contempo mette in ombra chi non ha abbastanza luce propria. Usato e abusato da enti e amministrazioni che si accartocciano su cio’ che e’ certo, segno d’inequivocabile pochezza di ruoli pubblici che non osano o non hanno le capacita’ per farlo. Morandi dovrebbe essere una bandiera, non uno scudo. Certo, anche il destino si muove dove vuole e forse su Bologna si e’ fermato troppo tardi e per troppo poco e mi riferisco agli ultimi scampoli del 1970. Non c’e’ stata una scuola bolognese come quella romana e nemmeno un bar Giamaica o una galleria Azimut o del Cenobio, insomma sbagliero’ ma parlare di Bologna nell’arte dal dopoguerra ad oggi significa parlare di provincia. Cio’ non significa non vi siano stati grandi nomi che hanno lasciato un segno, anzi ma e’ il gruppo che e’ mancato. Il catalogo quindi e’ una buona occasione per verificare o contestare la mia ipotesi (solo mia?)  e che dire, alcuni nomi sono straordinari, altri meno, grandi risultati ma e’ incontestabile che il botto non ci sia stato. Volume curato benissimo, testi di altissima qualita’ con un grado di dettaglio da renderlo opera quasi definitiva. Una facciata di testo e tre di immagini, ecco la democratica suddivisione dello spazio per ogni artista. Insomma, non solo un catalogo ma un vero e proprio dizionario artistico di una citta’.

Uliano Lucas, Caio Garrubba, Give Photography a chance – Mo.Ca, Brescia 08-04-2017

BresciaPhotoFestival - MoCaProseguendo con le mostre in ambito Brescia PhotoFestival, si fanno scoperte dentro alle scoperte. Il Mo.Ca ad esempio. Spazio recente nato attraverso il recupero di antichi palazzi del centro storico, si propone come ambiente multiculturale pensato come bacino di sviluppo di arte e cultura. La mostra sulla fotografia ad esempio. Trovarci i grandi fotografi italiani che dal dopoguerra ad oggi hanno descritto un paese in rapido cambiamento e’ gia’ una gran cosa ad esempio. Se dico Berengo Gardin, Basilico, Migliori, Secchiaroli, Fontana e li metto in ordine sparso per non esprimere preferenze, do’ pero’ il senso del valore di una raccolta fenomenale, da rivedere infinite volte. Allo stesso tempo incontriamo due artisti molto diversi ma con un occhio molto preciso sul loro tempo, anche se a latitudini lontane. Uliano Lucas ad esempio. Il suo e’ un viaggio che inizia nella Milano degli anni ’50, la Milano del Bar Giamaica e gli immigrati (quelli veri), la trasformazione sociale e antropologica della gente, dei costumi, passando per la politica e i consumi, l’arte, chi la fa e chi ne gode. Caio Garrubba invece nel 1959 era molto lontano, in Cina per l’esattezza, anni in cui non era certo facile arrivare e testimoniare quanto stava accadendo. Garrubba ci riusci’ grazie alla militanza e all’appoggio del partito comunista nazionale e malgrado la tragedia e l’eccidio seguito alla "campagna dei cento fiori" che proprio in quegli anni sterminava uomini a milioni, Garrubba volle o dovette raccontare una storia di uomini e donne felici e danzanti. Storicamente siamo di fronte ad una falso ideologico di pura propaganda ma cio’ non sminuisce il valore narrativo di immagini che raccontano comunque di una terra che poche volte si ha avuto modi di vedere, forsanche velata dalla retorica, percio’ sempre d’estremo interesse. Bello anche l’allestimento con icone pop di Mao e memorabilia d’epoca. A margine e spero nessuna s’offenda perche’ non intendo con questo sminuirne l’importanza, le mostre di Camilla Filippi fotografa che si reinventa in fatti e personaggi, cultura pop e cultura alta che ella incarna con risvolti piacevoli, a volte divertenti. Il tutto sull’onda di cio’ che Marcella Campagnano fece 40 anni prima con "L’invenzione del femminile" dove la donna e’ declinata in infinite iconografie. Infine la collettiva "La stanza delle meraviglie" dove il ritorno a tecniche di sviluppo antiche, reinventa per paradosso la fotografia stessa, trasformando la tecnica in esperienza artistica.
Davvero notevole. Insomma, belle cose a Brescia…

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