Solo gli amanti sopravvivono – Jim Jarmusch

Solo gli amanti sopravvivonoIn un’improvvisa botta di originalita’ che ti tira fuori Jarmusch dal cilindro?
Un film sui vampiri. Beh cosi’ e’ facile dira’ qualcuno e invece no, questi non sono vampiri come gli altri e del resto anche Jarmusch mica e’ un banalissimo regista. No, questi sono vampiri che non fanno una mazza da mattina a sera e infatti nel film non c’e’ niente, non succede niente. Non si scomodano neppure a ciucciarsi qualche barbone, loro il sangue lo comprano gia’ in pratici contenitori formato famiglia, anzi sono talmente avanti che ne fanno ghiaccioli, per dire il genio.
I vampiri sono la Tilda Swinton, una che parrebbe ultraterrena pure se vendesse pesce al mercato rionale, l’altro e’ Tom Hiddleston, un grande attore sprecato per questa roba ma d’altronde grazie a lui ci si salva dalla noia totale.
Poi c’e’ John Hurt e ci piange il cuore sprecato qua dentro ma ci sono i compleanni dei nipoti, la tessera del golf club da rinnovare e vabbe’. Ad ogni modo si diceva che non succede niente, perche’ una legge, l’altro compone e  vivendo centinaia d’anni, e’ un musicista che prendeva il the con Brahms, e’ uno che riconosce le chitarre d’epoca al tatto eppure ascolta 45 giri di inutile e dimenticato blues con un vecchio giradischi a molla o poco piu’ come massimo esistenziale. Scrive pezzi di due accordi come l’ultimo dei quattordicenni con una chitarra in mano per la prima volta, per dire quanto sta fissato Jarmusch con le sue solite banali icone da psico-esperto che piace alla gente che piace. E’ appunto il suo piacere a chi pretende di raccontarcela che gli permette di passare indenne da un flop all’altro, da un vuoto all’altro, da l’ennesima inutile fatica, fatica per chi guarda, non certo per lui che ci mangia.
Ma davvero c’e’ qualcuno a cui piace questa roba qui?

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Upstream color – Shane Carruth

Upstream colorDopo "Primer" film convincente a meta, eccessivamente confuso e non poco pretenzioso, volevo vedere dove Carruth sarebbe andato a parare ecco percio’ "Upstream color".
Storia di un lombrico che se fatto ingerire ad un essere umano, lo lascia in balia del volere altrui. Questo e’ cio’ che capita ad Amy Seimetz che di colpo si ritrova col conto svuotato, beni personali trafugati e senza lavoro. Incontra Carruth che pare avere avuto lo stesso destino. Tutto converge verso un musicista / rumorista / allevatore di maiali che pare saperla lunga.
Posso dire che si capisce poco o niente? Non so, i giudizi entusiastici piu’ di critica che di pubblico, stanno ad indicare che non ci sono arrivato io, oppure trovo sia un’ipotesi tutt’altro che improbabile che vi sia chi bluffa clamorosamente per amor proprio . Il fatto stesso che il film si presti ad un’ampia gamma d’interpretazioni tutte ugualmente plausibili, lascia intendere che una trama vera e propria non c’e’ il che non e’ male se il tuo cinema e’ d’avanguardia e sperimentale, una tragedia invece se vuoi raccontare una storia. Il fatto stesso che Carruth abbia gia’ dato prova di un certo caos letterario o lo prendiamo come stile o vera e propria incapacita’ d’imbastire una storia sensata. Cosa mi stai dicendo caro regista, che e’ in corso un’invasione aliena? Forse un ritorno alla natura? Un salto evolutivo? E perche’ non un’epocale truffa dagli esiti imprevisti? Non so neppure dare una valutazione in senso generale. Regia da indipendente, fotografia da indipendente, recitazione da indipendente e cio’ suona un po’ troppo spesso stantio, come una scusa per chi non sa fare di meglio se non si sa inventare e proporre una propria visione di cinema.
Mr.Carruth se ha carte da giocare le mostri, la pazienza e’ quasi terminata.

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Crying Fist – Pugni di rabbia – Ryoo Seung-wan

Crying Fist - Pugni di rabbiaTae-shik e Sang-hwan sono a modo loro due perdenti. Il primo un ex olimpico di boxe che a 40 anni non ha un lavoro, abbandonato dalla moglie e dalla fortuna, puo’ solo combattere in strada per pochi spiccioli. Il secondo e’ un giovane delinquente, troppo stupido per fare altro malgrado la famiglia cerchi di aiutarlo e stargli vicino. Finira’ in galera e li’ scoprira’ la boxe come valvola di sfogo e a d un certo punto riscatto personale. Sara’ la boxe che dara’ una possibilita’ ad entrambi, anzi nell’incontro finale, solo uno avra’ la meglio.
Sempre bello il cinema orientale, in modi diversi originale anche con piccole cose, storie semplici ma ben delineate. La boxe ad esempio, sport che non piace troppo alle nostre latitudini, forse perche’ serve forza, disciplina, sacrificio. La si associa ai negri dei ghetti smarrendo pero’ il senso di arte nobile che le conviene. Questa e’ una storia sul dovere, su cio’ che si deve agli altri e a se stessi, senza sconti, percio’ e’ vicenda dura, drammatica, non risparmia nessuno, nemmeno lo spettatore. Il cinema orientale, meglio se coreano come in questo caso, ancora non soccombe al pietismo corretto. Se sei un disadattato paghi perche’ la colpa e’ solo tua, se sei un fallito lo stesso perche’ nessun altro puo’ farlo. Facile eppure sembra una storia che proviene da un altro mondo.
Ottima regia ma Ryoo Seung-wan ci ha gia’ abituati a questo. La sua bravura sta nel non farsi notare, raccontare tenendosi fuori dalla narrazione, come aprire una finestra sulla vita di qualcuno senza interferire. Nel match finale in realta’ la sua mano si vede eccome, riuscendo a girare senza stacchi un intero round, splendido balletto a tre dopo il quale ci si domanda ma quanto male devono essersi fati i due protagonisti e quanto e’ in gamba il regista. Bravi pure i due protagonisti, in particolare Min-sik Choi, il noto protagonista della trilogia della vendetta di Chan-wook Park e di produzioni occidentali come “Lucy“. Vero, drammatico, quel tanto di beffardo da sottolineare la tragedia della sua vita, davvero una gran bella prova.
Film doppiato in italiano, non ci sono davvero scuse per non vederlo

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Rogue One – Gareth Edwards

Rogue OneGiuro che non volevo andare a vederlo, non mi piace essere trattato da carne da macello e non mi piace che un’opera fondante della mia infanzia sia triturata e trasformata nell’attico di qualcuno. Non m’illudo sul fatto sia sempre andata cosi’ ma con la Disney, tutta quanta l’operazione e’ sfacciatamente palese.
Poi pero’ leggo le considerazioni di un amico, un coetaneo che ha vissuto analoghe emozioni ed esperienze delle mie e dice: "Rogue One e’ il quarto Guerre Stellari che avremmo voluto vedere". Ha ragione.
Inutile stare a parlare di trama, credo che ormai sia nota a tutti. Al centro della vicenda la Morte Nera, la prima, l’originale verrebbe da dire e scopriamo chi l’ha costruita, perche’ ma soprattutto l’antefatto della falla strutturale alla base della sua distruzione. Mossa furbissima quella degli sceneggiatori non c’e’ che dire e insomma, sono andato e la faro’ breve, mi ha convinto.
Edwards non e’ un buon regista ma non so neppure quanto tutto questo possa dirsi suo dal momento che stiamo parlando di talmente tante forze in gioco che un singolo individuo non puo’ in alcun modo controllare. Egli e’ poco piu’ che un buon professionista senza alcuna inventiva, giusto i fondamentali dove servono. "Rogue one" ha una grande, grandissima prerogativa: e’ finalmente un film adulto, qualcosa che oltre ai giocattoli, si preoccupa di raccontare una storia nel pieno del suo dramma. Un colpo lo da’ al cerchio della vecchia guardia, infarcendo ogni singola scena di rimandi, ricordi, citazioni, repliche, ricordi e suggestioni, un altro alla botte delle nuove generazioni con personaggi piu’ o meno vendibili, piu’ o meno credibili.
Non che non vi siano macchiette intendiamoci e mi riferisco a Donnie Yen, bravissimo ma artefatto non per sua colpa, problema che in fondo vale un po’ per tutti, da Forest Whitaker a Diego Luna, dall’Alleanza ridotta a centro sociale a Ben Mendelsohn al quale manca solo la svastica al braccio.
Felicity Jones e’ brava e piuttosto convincente, discorso a parte invece per Mads Mikkelsen, straordinario, intenso anche in un ruolo minuscolo seppur fondamentale. Restera’ ancora aperta a lungo l’etica dietro la resurrezione di Peter Cushing nel ruolo del generale Tarkin. Personalmente non approvo e seppur tecnicamente crea una certa impressione, per tutto il resto credo che dovremmo rassegnarci o felicitarci non so per questo tipo d’operazione che in fondo e’ solo un’avanguardia di cio’ che verra’. Questo e’, facciamocene una ragione.  Ad ogni modo si, e’ davvero il quarto episodio che avremmo voluto vedere, qualcosa per cui vale ancora una volta essere un numero nel bilancio di qualcuno. Purtroppo.

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Amabili resti – Peter Jackson

Amabili restiLa voce di Saoirse Ronan la protagonista, ad inizio film ci racconta di quanto la vita sia meravigliosa se sei adolescente, quando la tua famiglia ti ama e ti senti felice con mamma, papa’, il fratellino e la sorella di poco piu’ piccola. L’amore, il primo, e’ alle porte e il tanto agognato bacio col ragazzo del cuore e’ li’ ad un passo. Finche il vicino di casa non ti uccide.
Scopriamo l’esistenza di un aldila’ dal quale la ragazza ci parla, un luogo di mezzo per le anime con qualcosa in sospeso sulla Terra, un posto meraviglioso creato sulle fantasia dell’innocenza e dell’amore ma resta una famiglia distrutta che non si da pace e un assassino da smascherare.
Peter Jackson e’ un signor regista, non c’e’ nulla da aggiungere.
Voglio dire, tolti i Tolkien il cui valore e’ indubbio, fin dagli esordi ha dimostrato carattere e un’idea purissima di cinema. Ha passione e la sa esprimere, non sembra imbambolato su posizioni conservative anche se aspettiamo le prossime mosse ore che anche l’Hobbit e’ terminato ma ho molta fiducia, malgrado il mezzo scivolone di "King Kong".
Visivamente fenomenale, se nella prima parte cede al sentimentalismo spielbergiano, non a caso produttore esecutivo, nel finale concitato e drammatico crea un piccolo capolavoro di montaggio e tensione. Non era facile gestire la morte di un’adolescente soprattutto senza cadere nell’odio che pure si prova in questi casi. Dio vede e provvede e sebbene la spiritualita’ sia continuamente mostrata, non v’e’ alcun cenno alla religione malgrado vi siano in ballo forze ultraterrene non chiamate col loro nome. Come spesso accade serve un gran cast per dar manforte al regista e qui certo non manca. Saoirse Ronan innanzitutto, una vera rivelazione che col film precedente corse il rischio di vincere l’Oscar a 13 anni. Perfetta in ogni momento, in ogni espressione, in ogni gesto. E’ nata una stella. Da tempo sono un fan di Wahlberg, attore che ha sbagliato troppi film in vita sua ma con l’occasione giusta sa riscattarsi e qui lo dimostra ampiamente. Sempre brava la Weisz e pure la Sarandon per la quale non stravedo, mi e’ piaciuta come non avveniva da lunghi decenni. Resta Stanley Tucci, un cattivo memorabile, un pizzico stereotipato ma efficacissimo. Altro Oscar sfiorato.
Bello tutto e mi raccomando, pronti col fazzoletto.

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Halo Legends – Vari

Halo LegendsHalo, la "killer application" con quale Microsoft  lancio’ l’X-Box, col tempo e’ divenuto un universo autonomo con una serie di seguiti ludici e non.
Fumetti, romanzi, film e non potevano mancare i cortometraggi d’animazione.
Sette episodi dati in mano a diversi studios giapponesi e il progetto funziona non bene ma benissimo. Vuoi che l’immaginario del videogiocatore e’ legato a filo doppio con manga e anime, tanto che ad un certo punto tutto si compatta sotto un’unica matrice. Sette episodi si diceva, che approfondiscono e scavano in quello che e’ a tutti in effetti un completo universo letterario. Non si richiede neppure la conoscenza del videogioco, per quanto s’intende, cio’ aiuta e certo amplifica l’esperienza visiva. Infatti si esordisce con "Origini" ed e’ la narrazione di come tutto ha avuto inizio, migliaia di anni prima, ben oltre il primo videogioco. Le angolazioni sono innumerevoli, drammatiche e divertenti, marginali o fondamentali all’interno della dinamica letteraria.
C’e’ la goliardia Daisuke Nishio di "Dragon Ball" o la formalita’ di Mamoru Oshii, storie di onore, di vittoria e di sconfitta, persino un racconto sui Covenant declinati in chiave medioevo giapponese.
Un bel prodotto che fa felici anime sparse, gusti diversi, sempre con molta classe, tante teste pensanti del mondo dell’animazione nipponica capaci d’esprimersi a livelli altissimi.

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Tre colori – Film rosso – Krzysztof Kieslowski

Film RossoInfine l’ultimo della trilogia dei colori e dei proclami: rosso come la "fratellanza" della bandiera francese. E’ la storia di Valentine, Irene Jacob, bella ragazza, una modella con. l’uomo che ama lontano da casa. Una sera investe un cane e grazie alla targhetta rintraccia il padrone, Jean-Louis Trintignant un vecchio giudice in pensione, burbero e scostante. Tra i due non c’e’ intesa ma si rincontreranno e lei scoprira’ che lui per una strana forma di hobby o forse deformazione professionale, ascolta le conversazioni telefoniche dei suoi vicini di casa. In un primo tempo Valentine vuole affrancarsi da questo abuso, poi in qualche modo ne diverra’ complice e da una lato approfondendo la conoscenza col vecchio, dall’altro entrando nelle vite degli spiati che a loro volta diverranno protagonisti di storie parallele e drammatiche.
Ancora una volta Kieslowski stupisce. Bellissimo da vedere. il rosso che permea ogni singola sequenza, il telefono parabola dei media a venire, che semplifica e complica, crea e distrugge, certamente isola anche quando in apparenza unisce. Forse meno presente in termini di pura tecnica, si affida con forza al dialogo, alla psicologia dei personaggi, situazione semplice in apparenza, complessa nelle implicazioni alle quali conduce. Devo dire che la grande sorpresa e’ Trintignant. Non perche’ il suo passato non parli per lui, quanto perche’ lo avevo completamente perso di vista
In effetti dagli anni ’80 ha ridotto enormemente le presenze sui grande schermo e sara’ l’eta’ o la magia della regia, ma il suo e’ un personaggio intenso, carico di rabbia e dolore, sincero e percio’ complesso nelle ragioni che solo in apparenza s’illuminano alla luce del sole. Tutti diversi tra loro i film della trilogia, questo forse e’ il piu’.. diverso appunto ma s’inserisce alla perfezione nel discorso che Kieslowski ha voluto portare avanti sull’individuo e il suo ambiente, che sia spazio fisico, sociale, morale ed individuale. Comunque alla fine il cerchio si chiude ed e’ il cerchio appunto un altro elemento caratterizzante dell’opera, l’andata e il ritorno, come nascita, morte e resurrezione. C’e’ sempre una speranza.
Giusto coronamento di un’opera unica e grandiosa.

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Tre colori – Film bianco – Krzysztof Kieslowski

Tre colori - Film biancoSecondo della trilogia, secondo colore della bandiera francese, secondo proclama nazionale, uguaglianza. Zbigniew Zamachowski e’ Karol, polacco emigrato in Francia e lo incontriamo nel momento del divorzio voluto dalla moglie moglie, Julie Delpy perche’ lui come dire, non consuma.
Da qui partiranno una serie di disavventure che obbligheranno Karol a tornare in patria da clandestino. Come si suol dire pero’ una volta raggiunto il fondo non si puo’ che risalire e lo fara’ per davvero, diventando in breve tempo ricchissimo pur senza dimenticare mai la moglie alla quale riservera’ una sorpresa anche per lei.
Ammetto che per tutta la prima meta’ del film, l’ho sottovalutato, rapportandolo al precedente "Film blu".
Il dramma c’e’ ma la leggerezza del personaggio, merito indubbiamente di Zamachowski, e’ celato ad un primo sguardo forse non troppo attento come il mio. Vero pero’ che poi arriva tutto e una certa ironia s’intreccia alla psicologia complessa della storia. Storia di uguaglianza si diceva, un’uguaglianza che e’ un pareggio con la vita, con un fato avverso che si puo’ ribaltare, un contrappasso che funziona anche in positivo. Ad ogni modo l’attore con la sua faccetta triste ma furba, incarna perfettamente il suo ruolo e cosi’ la Polonia nel bianco non sempre immacolato ma con una gran voglia di rinascere dopo la caduta del muro. Il film e’ del 1993 e la nazione libera e’  in cerca di un’uguaglianza col resto dell’Occidente. Piacevolissimo il gioco d’incastri con l’intera trilogia, rimandi incrociati, paralleli, similitudini e ovviamente la capacita’ di impostare le scene in modo tale che il banco risalti e non solo come colore.
Kieslowski e’ un orologiaio per meccanismi di alta precisione in una storia che si puo’ leggere in tanti modi, dal legame sesso e potere all’inno della determinazione, dal valore dei rapporti umani all’etica dell’amore. 
O solo come una bella favola, divertente e un po’ amara.

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Tre colori: Film blu – Krzysztof Kieslowski

Film BluCredo sia giunto il momento di affrontare seriamente Kieslowski. Negli anni ’90, quando era ancora in vita, non mi andava a genio, troppo fuori dalle mie grazie, poi perche’ piaceva troppo a chi non piaceva a me. Non e’ spocchia ma un metodo piuttosto efficiente per scremare l’oro dallo sterco.
Al contrario, in base allo stesso criterio, se piace a chi mi piace si puo’ provare e a Zizek Kieslowski piace parecchio percio’ mi sono detto, vediamo da dove partire e cosa meglio se non la trilogia che gli diede fama e onore, nonche’ la sua ultima fatica prima che un infarto lo stroncasse prematuramente.
Si inizia con "Film Blu", il primo seguendo l’ordine dei colori della bandiera francese e il primo dei suoi propositi: "liberta’". E’ la storia di Julie, una splendida Juliette Binoche che perde figlia e marito in un incidente stradale dal quale solo lei esce illesa. Il marito era un grande compositore, uno dei piu’ importanti dal dopoguerra e a lui e’ stato commissionato l’inno dell’Europa unita che da li’ a poco sarebbe dovuta nascere. Cosa accade nella mentre di una persona che all’improvviso perde le persone a lei piu’ care? Non si puo’ dire, ognuno e’ diverso. Julie non versa lacrime ma si affranca dalla vita precedente, riacquista la sua liberta’ rifiutando il passato, vendendo tutto, lasciando i luoghi del ricordo ma qualcosa resta dentro ugualmente. La musica riemerge prepotente, un’onda blu inarrestabile, momenti di buio nell’esistenza che trascina come un vortice in quel passato che si vuol dimenticare ma che e’ lui che non dimentica te, Come la musica trascina verso il basso, sara’ la musica a far tornare la vita a galla. Niente da dire, gran film. Sulla scia dei grandi russi, Tarkovskij e Sokurov, Kieslowski procede piano ma a passi regolari, inarrestabili. La precisione e’ totale, nulla e’ lasciato al caso, il colore blu domina come e’ ovvio che sia, sottolinea e racconta, a sua volta specchio dell’anima della protagonista. Come detto la Binoche e’ straordinaria, nei suoi anni migliori senza dubbio, anche lei erede di quella espressivita’ intensa ma trattenuta che lascia trasparire poco ma suppone il caos interiore e che ricorda attrici come la Bujold o Glenda Jackson.
Zizek ha (quasi) sempre ragione.

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United Red Army – Koji Wakamatsu

United Red ArmySiamo abituati a pensare solo a casa nostra ma le metastasi del comunismo negli anni ’60 e ancor piu’ nel decennio successivo, si spinsero nella carna viva dell’umanita’ non solo ad occidente ma anche in oriente. Sappiamo delle due Coree e sappiamo del sudest asiatico ma anche il Giappone non si salvo’ da questa piaga, anzi se ne ebbero prematuri accenni grazie all’antiamericanismo nemmeno troppo latente e diffuso, che sin dal dopoguerra non rendeva piacevole l’ingerenza statunitense sul territorio nipponico e sappiamo quanto l’onore sia importante per quel popolo.
I movimenti comunisti soffiavano sul fuoco e vivevano del traino di un malumore popolare che poco aveva a che fare col comunismo in senso stretto, al punto che ancora oggi la sinistra rivendica a se’ l’appartenenza di personaggi come Mishima che con loro nulla avevano a che fare ne’ spartire, non fosse appunto un orgoglio nazionalista.
La United Red Army fu il punto conclusivo di un lungo percorso compiuto dai movimenti di sinistra giapponesi, le loro Brigate Rosse o la tedesca RAF. A differenza pero’ dei tedeschi che la RAF la suicidarono o i nostri che li abbiamo fatti sindaci, parlamentari, professori e star televisive, i comunisti giapponesi hanno avuto il buon gusto di autoterminarsi in un parossismo di violenza e follia, spingendo al limite la dottrina politica, trasformandola in integralismo che senza la capacita’ di gestione, diviene autodistruttivo. Piu’ vicini ai dettami maoisti invece che sovietici, il tentativo di imporlo in una societa’ che in quegli anni era la seconda potenza economica mondiale e senza il pugno di ferro grondante sangue della rivoluzione culturale, giro’ l’insana violenza verso se stessa, frantumando le vite anche di coloro che speravano in un reale cambiamento.
Questa e’ la loro storia raccontata da Wakamatsu che ne fece parte percio’ se vi e’ un vizio, questo pende a favore dei protagonisti. Raccontato con dovizia di particolari, storicamente dettagliato e documentato, alterna immagini di repertorio con date e nomi reali, interpretati da attori che ripercorrono i drammi anche personali di chi si e’ trovato invischiato in un delirio molto diverso da cio’ che speravano ed immaginavano. L’idea stessa di autocritica maoista, era usata alla stregua d’un pentimento sotto tortura medievale, con la perfetta sovrapposizione tra dogma politico e teologico. In Italia per le ragione dette sopra, non ci siamo mai presi la briga di raccontare le Brigate Rosse nella loro drammatica interezza, mettendo invece in scena tanti capitoli scollegati ma sempre pregni di nostalgia ed accondiscendenza, al contrario Wakamatsu gira attorno alla United Red Army a 360 gradi e serve sforzarsi per non vedere il suo lavoro come documentario perche’ in gran parte lo e’. Raggelante, terrificante ma e’ storia e anche ammettendo la fiction sui dettagli, i morti quelli sono veri ed incontestabili. Del resto egli non condanna le persone e le idee di fondo ma quei folli che li hanno fatti fallire, quelli si, eccome.
Film straordinario, come e oltre un libro di storia e forse per questo mai avremo qualcosa di simile.
Godiamoci, l’onesta’ degli altri.

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