Augusto Majani (Nasìca) segreto – Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna 18-03-2017

Augusto MajaniA che serve una gestione attenta e ben organizzata all’interno di strutture in apparenza lontane da cio’ che propongono? Prima di tutto ad attrarre un pubblico diverso dal solito, poi ad evitare lì’autoreferenzialita’ che in fondo e’ un fermarsi e perire. Aggiungo nel mio caso, a riportarmi in luoghi troppo spesso dati per scontati percio’ ingiustamente relegati ad un domani sempre rinviato.
La Biblioteca dell’Archiginnasio ad esempio, ad un passo da San Petronio a Bologna, con il teatro anatomico che da solo vale una visita. Oltre la meraviglia del cortile interno, al piano superiore troviamo gli spazi dedicati alle varie mostre temporanee, oggi riservati ad Augusto Majani. pittore ed illustratore bolognese nato nel 1867. Il nome mi era sconosciuto, temo lo sia ai piu’ ma l’illustrazione e’ un piacere che quando posso non mi faccio mancare e in Majani meglio noto come Nasica, scopro un fenomenale artista e rappresentante. Nella lunga carriera ha attraversato epoche e stili, contesti soprattutto che come scrittore e vignettista ha interpretato con grande verve ed eleganza. Fine umorista e con una mano straordinaria, ha raccontato il suo tempo e i protagonisti che li hanno costellato, con gusto e divertimento, talvolta con piglio drammatico come per Carducci sul letto di morte ad esempio. Cronista privilegiato, la mostra sottolinea il suo lavoro attraverso 200 tra libri, locandine, cartoline, stampe, giornali provenienti in gran parte dalla biblioteca stessa. Moltissimi inediti e scopriamo un personaggio singolare, eclettico e soprattutto moderno, nel tratto e nel testo, anticipatore spesso di stili e tendenze. Bello. C’e’ tempo ancora fino al 26 Marzo.

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Keaton (20-03-2017) – Marco Dalpane, Cinema Teatro Galliera, Bologna

Keaton 20170318Ogni promessa e’ debito ma soprattutto rimedio ad aver scoperto tardi, recuperando le ultime sessioni di concerto e proiezioni. Stiamo parlando del ciclo di dieci incontri organizzato dal cinema Teatro Galliera di Bologna dove 30 tra lungometraggi e corti di Buster Keaton vengono riproposti al pubblico e sonorizzati in presa diretta da Marco Dalpane che ha scritto per l’occasione oltre 20 ore di musica. Nell’impresa il compositore bolognese non e’ solo, venendo accompagnato di volta in volta da una formazione di musicisti adatta all’occasione e partiamo proprio da qui. Al contrario dell’altra volta, assieme a Dalpane non c’e’ l’ensemble "Musica nel buio" ma un singolo musicista e rumorista che aiuta nel commento musicale ma soprattutto impreziosisce il tappeto sonoro con un doppiaggio puntuale e divertente, perfettamente in linea con lo spirito dei due lungometraggi di Keaton.
Si tratta di  "The Three Ages"  del 1923 e "College" del 1927, film che i curatori della serata dichiarano con molta onesta’ opere minori causa anche problematiche produttive piuttosto variegate e complesse. Per certi versi c’e’ da riconoscere del vero per quanto a mio giudizio il problema non stia tanto nelle singole opere quanto nella lunga durata che inevitabilmente dilata il momento comico lasciando maggior spazio al soggetto piu’ meditato quindi e meno esplosivo. Meno del solito s’intende perche’ le gag certo non mancano, cosi’ come le fenomenali doti atletiche di Keaton emergono prepotenti anche da pellicole con 100 anni sulle spalle, confermando come egli fosse uno dei personaggi piu’ straordinari di allora ma anche e forse a maggior ragione, di oggi.
Altra bella occasione per ottimo cinema, ottime musiche e restano ancora due appuntamenti che invito a non perdere.

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Oltreprima – Fondazione del Monte, Bologna 18-03-2017

Oltreprima - Marcello JoriDel lungo strascico di Art City, restava ancora questa mostra alla Fondazione del Monte, luogo a me caro perche’ nei suoi pur limitati spazi espositivi, riesce a proporre cose molto interessanti, alcune notevoli come e’ il caso di "Oltreprima:  la fotografia dipinta nell’arte contemporanea". Il titolo racconta gia’ tutto, come si puo’ realizzare il connubio tra pittura e fotografia, sposalizio in apparenza inconciliabile ma che dal pittorialismo in avanti s’e’ dimostrato non solo possibile ma originale e denso di sviluppi inaspettati e sorprendenti. La mostra non vuole raccontare la storia di questo sposalizio ma restringe l’arco temporale dagli anni 60 ai giorni nostri, dimostrando come non vi sia mai stata una fase calante nella creativita’ degli artisti. Interpretare la fotografia quindi, reinventarla, ricontestualizzarla spesso, apportando il segno distintivo e peculiare che definisce il valore dell’artista o la sua impronta unica e imprescindibile. Non si parla quindi solo di inserimenti e aggiunte, talvolta l’assenza con interventi che possono essere sottrattivi, ridefinisce il significato attraverso la deformazione del significante.
La varieta’ degli interventi e’ elevata e cio’ che si trova solitamente ha la doppia valenza di sorprendere e far riflettere, percio’ si gustano queste opere due volte. Anzitutto serve complimentarsi con la Fondazione e le sue curatrici Fabiola Naldi e Maura Pozzati che hanno saputo cogliere l’essenza del progetto raccontandolo attraverso le possibili declinazioni tecniche e tematiche, esponendo opere storiche e recenti, campionari diversi e ben rappresentativi. I nomi sono noti, alcuni notissimi come Franco Guerzoni, Piero Manai e Luigi Ontani giusto per giocare in casa ma non poteva mancare Mario Schifano e Marcello Jori, due nomi ben noti e protagonisti del genere. A seguire molti altri ma e’ una bella mostra aperta fino al 15 Aprile, compatta ma non minore. Da vedere assolutamente.

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La Partitura. Incontro tra artisti e musicisti – Hangar Rosso Tiepido, Modena 10-02-2017

La partituraFino all’ultimo sono stato incerto se scriverne o meno. La questione e’ che il tempo e’ poco, percio’ seleziono con cura gli eventi da seguire tra quelli che con piu’ probabilita’ mi possono piacere. Poi ci sono situazioni delle quali non so nulla, totalmente nuovi e senza alcun riferimento ma se stanno dietro casa allora si puo’ osare. Meglio ancora se si svolgono a Modena dove la cultura e non solo quella, e’ deflagrata da anni, citta’ dove tanto per dire, l’amministrazione spende 200 mila euro per spostare di qualche kilometro delle figurine, ripeto delle figurine, gia’ di propieta’. Ecco perche’ col cuore pieno di entusiasmo partecipo alla serata organizzata da una nuova associazione culturale che oltretutto propone un tema molto interessante, il confronto tra pittura e musica. Il capannone che accoglie la serata si riempie di spettatori, quasi 150 dichiarera’  l’organizzazione, merito anche di una buona comunicazione e pare tutto perfetto.
Pare. Per dirla con l’ironia sottesa del nuovo tormentone da social, "bene ma non benissimo".
Non voglio entrare piu’ di tanto nel merito delle performance artistiche. Schubert, Haydn e Bach trovano un’esecuzione troppo ingessata e senza particolari virtuosismi, piu’ da saggio scolastico che da concerto.
Si distingue Cristina Covezzi, malgrado venga penalizzata da un pianoforte scordato come da tradizione vecchio west.e inadatta ad un concerto da camera ma il suo tocco esce lo stesso e ha qualcosa in piu’. Fronte artisti non posso dirmi entusiasta, interessante il lavoro di Gloria Pagliani ma poco altro. Fin qua comunque tutto bene, in fondo si parla di giudizi personali quando il vero problema e’ l’impostazione generale della serata.
Tiziano del Vacchio il patron, e’ un imprenditore, un mecenate con passione e disponibilita’ e cio’ gli va dato assolutamente merito ma ha bisogno di un curatore, qualcuno a cui delegare l’organizzazione tecnica e tematica degli eventi. Un’occasione che dovrebbe offrire un’indagine sullo scambio semantico tra due arti in apparenza lontane, non si puo’ ridurre a una paginetta letta da wikipedia e un video su Kandinskij preso da YouTube. Proporre a tema "Pictures at an exhibition" di Mussorgsky significa confondere la sintassi col significato senza un valore aggiunto rispetto qualunque altra musica a programma. Peggio ancora se se ne parla con Emerson, Lake & Palmer. Non si puo’ neppure infilare gli ultimi 10 minuti di un film ("Il concerto") che nulla ha a che fare col discorso. Solo perche’ c’e’ un concerto? Un po’ poco. Spiace dirlo ma no, questa e’ roba da oratorio o da saggio di quinta elementare, serve altro per costruire un nuovo polo culturale. Mi fermo qui. Malgrado cio’ ho fiducia e speranza, seguiro’ gli eventi futuri gia’ annunciati ma carissimo del Vacchio mi ascolti, metta tutto il suo entusiasmo nelle mani di chi possa farlo crescere veramente, perche’ cosi’ non esce dal circolo ristretto delle vecchie zie.
Tifo per lei.

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Renato Barilli, incontri e scontri con il reale – Caravan Setup, Bologna 11-03-2017

Barilli - Caravan SetupSe Barilli ha dimostrato qualcosa di Bologna, e’ che dal dopoguerra in poi di rado la citta’ e’ stata protagonista bel mondo dell’arte a livello nazionale e internazionale. Si certo c’e’ Morandi ma come dimostra il MAMbo incentrato com’e’ sulla sua figura, oltre lui c’e’ poco poco, almeno rispetto ad altre citta’. E d’accordo, Bologna non e’ Milano e non e’ Roma ma evidentemente non e’ neppure Padova o Firenze capoluoghi ben piu’ prodighi di nomi che hanno lasciato un segno indelebile nel panorama artistico. Barilli ci ha sempre messo del suo, col suo prestigio e come qualcuno mi fa notare, non senza interesse. Davvero, non stiamo parlando di nulla di nuovo ne’ di diverso rispetto tanti altri. Ad ogni modo, tornando a noi, credo sia inevitabile che ad un certo punto scatti la voglia di essere dall’altra parte della barricata e mettersi in gioco non come critico ma come artista e cosi’ Barilli ha fatto. Cinque serie, novanta opere circa per raccontare il suo quotidiano, le persone che frequenta, amici celebri e non ma anche case, piazze bolognesi e non. Le sue sono pennellate ampie, distratte quasi, tempera su carta di istantanee scattate col cellulare e trasferite a modo proprio in una nuova dimensione tecnica ed emotiva. Se tutto sommato i ritratti sono al piu’ curiosi o almeno non mi hanno lasciato granche’, le "cartoline turistiche", "dentro e fuori casa" e "per le vie della citta’" offrono gli spunti piu’ interessanti, spesso nella scelta del soggetto ordinario che sotto il pennello diviene soggetto da vedere con attenzione e con nuovi occhi. Certo, sotto un profilo tecnico non v’e’ rivoluzione ma alcuni momenti sono interessanti e se le ampie campiture e i colori tenui rimandano all’immancabile Morandi, forse cosi’ utilizzati ci fanno pensare ad un nuovo ciclo, un Morandi reinventato, magari con un pizzico d’ironia. Purtroppo la mostra e’ gia’ terminata ma un plauso va comunque all’organizzazione, per cio’ che organizza ma anche per il tentativo di ridare decenza ad una zona di Bologna un tempo centrale, oggi emblema del buonismo scriteriato che macera allegramente nel ritorno alla barbarie.

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Hugo Pratt e Corto Maltese – Palazzo Pepoli, Bologna 11-03-2017

Corto MalteseVivo da sempre col fumetto al mio fianco, malgrado cio’ Corto Maltese non appartiene al mio immaginario. Troppo ristretti i confini degli oceani terrestri al confronto con gli universi infiniti del cosmo Marvel o DC, troppo ordinari i marinai e gli indigeni al confronto di alieni ed esseri transdimensionali. D’altro canto nemmeno mi appartiene la letteratura di London, Twain, Stevenson, Melville avendo succhiato il latte direttamente dalla mammella dell’Urania di Fruttero e Lucentini. Molto e’ cambiato in questi anni, forse tardivamente recupero quella letteratura che mi e’ mancata da bambino e nel contempo il gusto della grafica si e’ raffinata, fosse solo per questioni anagrafiche ma di fatto personaggi come Corto Maltese posso leggerli con nuovi occhi e nuovo piacere. La differenza pero’ la fa il testo, con Corto Maltese piu’ di tutti. Correttamente la mostra e’ titolata a Pratt e la sua creatura, perche’ le due identita’ si fondano e si integrano indissolubilmente e le avventure di uno si affiancano a quelle dell’altro. A Palazzo Pepoli l’hanno capito molto bene, intrecciando le due storie e dedicando molte energie per raccontare il suo autore. Non solo Corto quindi ma un viaggio che inizia con Asso di Picche, passa per il Sergente Kirk e Anna della Giungla e in mezzo i suoi viaggi, le sue donne, le sue idee di una vita libera e anarchica nel senso piu’ nobile, la liberta’ che ti fa fuggire da ogni gabbia, sia essa una casa, un lavoro ordinario o una donna. Pratt fu uomo talmente libero da dirsi orgoglioso del passato fascista del padre e della propria famiglia, un padre che per la patria ha dato la vita e come ci ricordano nel documentario a lui dedicato, francese non italiano guarda caso, negli anni in cui i giovani rifiutavano la figura paterna, Pratt vola in Africa per cercare la tomba e onorarne la memoria. Insomma, un uomo complesso che ha trasformato la compessita’ della sua vita in storie meravigliose e a Palazzo Pepoli lo vediamo nello splendore della sua storia ma soprattutto delle tante tavole originali, incluse le 164 de "Una ballata del mare salato" in cui Corto si presenta al mondo. Molta cura nell’esposizione con la cornice merita di suo. Una mostra per chi ama il fumetto, non solo Pratt nello specifico ma anche la grande letteratura, quella di grandi spazi e uomini ancora degni di questo nome.

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Keaton (04-03-2017) – Marco Dalpane, Cinema Teatro Galliera, Bologna

Keaton 20170304Scopro il Cinema Teatro Galliera da poche settimane e gia’ sono conquistato. Siamo a Bologna, pochi minuti a piedi dalla stazione dei treni, facile da raggiungere anche in auto.
E’ un piccolo cinema completamente ristrutturato, nuovissimo e molto elegante, tenuto magnificamente ma quel che piu’ conta gestito con molta passione. Di fronte alla crisi del settore o almeno di tutte le piccole sale oramai scomparse, il cinema Teatro Galliera ha una programmazione di "cinema altro" con grandi nomi, vedi il recente Herzog,  pellicole importanti ma di scarso appeal per chi vive il cinema come evento da famiglie rumorose e signore in vena di frustate. La sala ha la forza e la capacita’ di proporre spettacoli teatrali, concerti o eventi ibridi come questo "Keaton", un appuntamento iniziato in realta’ il 3 dicembre e che si protrarra’ sino al 9 aprile per dieci incontri nei quali tutti gli undici lungometraggi assieme a 19 corti, saranno riproposti integralmente con l’accompagnamento live del pianista e compositore Marco Dalpane. Gli ci sono voluti dieci anni per sonorizzare i 30 film della rassegna per oltre venti ore di musica originale che propone live assieme all’ensemble "Musica nel buio", gruppo composto da due a otto musicisti a seconda del contesto e dell’occorrenza. Noto con piacere un ritorno alla sonorizzazione dal vivo, occasione nel quale l’estro e la tecnica del musicista possono essere contestualizzati. E’ ancor meglio se cio’ da’ occasione di rivedere Buster Keaton, attore e regista ineguagliabile e ineguagliato, un inventore di magie che il tempo non attenua, semmai esalta. Nella giornata del 4 Marzo abbiamo avuto occasione di vedere i corti "One Week", "Hard Luck", "The Electric House" e "Our Hospitality" lungometraggio di oltre un’ora. Viene da se’ che i corti concentrano la vis comica e l’azione con piu’ efficacia ma certo che delle opere piu’ lunghe si apprezza la capacita’ di reggere il ritmo piu’ dilatato con impareggiabile forza visiva. Dalpane segue le vicende con molta grazia e puntualita’, anche con effetti sonori quando serve. Le musiche si fondono con le immagini e non v’e’ distacco alcuno, tutto scorre con grazia e grande piacere. I complimenti sono a dir poco scontati e il solo rammarico e’ il non essere riuscito a intercettare prima la rassegna.
Rimedieremo con i prossimi appuntamenti.

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Jonas Burgert – MAMbo, Bologna 25-02-2017

Jonas BurgertC’e’ voluto un po’ di tempo per liberarci dell’esposizione su Bowie e non lo dico in senso negativo perche’ nel bene o nel male, giusto e sbagliato che fosse, la mostra dedicata all’artista scomparso ha smosso acque e denaro.
Il MAMbo pero’ torna a parlare d’arte in senso stretto e lo fa con Burgert, artista tedesco nato, cresciuto e stazionato in Germania, a Berlino per l’esattezza e non ho idea se il carattere aperto della citta’  abbia influito sul suo lavoro ma e’ certo che l’influenza che esercita e gli stimoli emotivi che si ricavano a vederlo sono molteplici.
Burgert e’ presente con 38 opere, molte delle quali di grandissimo formato ed e’ proprio qui che si esprime al meglio. Egli e’ un artista da assorbire e lo si capisce osservandolo nei particolari. Non colpisce a prima vista, vuoi per la quantita’ abnorme di oggetti, simboli e particolari che permeano i suoi dipinti, percio’ man mano che si avanza per i grandi saloni del MAMbo accresce come dire, la consapevolezza del suo lavoro, si perfeziona il metodo di comprensione e di approccio ad un immaginario permeato di visioni d’incubo. La sua e’ la prospettiva di dimensioni incastrate negli interstizi della realta’, luoghi senza tempo fatti di puro spazio, contenitori puri senza storia e narrazione eppure vissuti e consunti da chi? Vi sono figure meticce, figli deformi di un oltre-mondo, un dopo vita che ancora non ha espresso tutto il suo orrore. Burgert e’ al contempo metafisico e surrealista, figurativo e astratto, egli comprime in una sola immagine un’intera storia e all’interno di essa ci si muove tridimensionalmente percio’ sa essere cubista (alla Lynch, non alla Picasso). Al contrario nei piccoli ritratti, piccoli rispetto le grandi tele s’intende, esprime la grazia antica del ritratto impressionista e il segno lasciato da Boldini e tutta la sua scuola, con la perfezione del volto e lo sfumare fotografico dell’intorno.
Confesso di non essermi sentito inizialmente coinvolto dal suo lavoro, poi man mano che la visita prosegue, di quadro in quadro qualcosa segna, i simboli diventano i propri e ci si immerge infine nel suo universo terribile eppure affascinante. Si poteva fare di piu’ sotto il profilo curatoriale. Testi quasi del tutto assenti e nemmeno una traduzione dei titoli dal tedesco. Se e’ una scelta non so, pero’ e’ una scelta sbagliata. Non e’ un artista in cima alle mie preferenze eppure qualcosa resta, percio’ va bene cosi’. Fino al 17 aprile 2017.

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Sonata Arctica – Nonantola (Mo), 24-02-2017

Sonata Arctica NonantolaSono trascorsi dieci anni esatti dall’ultima volta che li vidi dal vivo e allora dovetti spostarmi a Milano.
In questi anni ci sono state diverse occasioni per godermeli vicino a casa ma ho mancato all’appuntamento per ragioni come dire, artistiche ma questa volta non volvevo e non potevo mancare.
E’ tanto, tanto tempo che seguo Tony Kakko e il resto del gruppo. Parlo del cantante perche’ al di la’ di ogni considerazione di merito su canzoni e musica, la sua voce e’ la piu’ limpida e nel contempo potente tra le voci del metal nordico e non solo, un dono di Madre Natura che si unisce ala presenza scenica di attore consumato. Egli e’ un tenore prestato al power metal, probabilmente in un altro universo canta musical nei teatri piu’ importanti di Broadway e del resto la predisposizione al musical non l’ha mai nascosta. Straordinario su disco, un fenomeno dal vivo, il piacere di vederlo e’ secondo solo al piacere di ascoltarlo. Ad ogni modo i Sonata Arctica sono una grande band, figli della Finlandia e dell’epica che rappresentano, hanno inanellato un successo dopo l’altro dal primo "Ecliptica" del 1999 sino alla cima rappresentata da "Unia" del 2007, un capolavoro sotto ogni punto di vista. Poi tre album piuttosto anonimi, decisamente scadente "Stones Grow Her Name" del 2012 con canzoni delle quali resta poco o niente, un piccolo passo in vanti col successivo e un bel ritorno l’anno scorso con "The Ninth Hour", non all’altezza di "Unia" ma certo il lavoro migliore da allora. Come loro abitudine live, la band si concentra sull’ultimo album e al solito il palco regala emozioni nuove rispetto quanto gia’ ascoltato da studio.
Penalizzati da un suono tutt’altro che perfetto, anzi decisamente confuso, le due chitarre si perdono nella melassa sonora dei riverberi e dei volumi mal calibrati ma Tony no, lui resta al centro della scena fisica e sonora.
Gran bello show ma non ci attendevamo niente di meno. A completare la serata gli Striker e Triosphere, maideniani i primi, potenti e aggraziati i secondi perche’ che piaccia o meno, il metal ha gran classe.

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Mauro Milani, Kirkos – Campogrande Concept, Bologna 18-02-2017

Mauro MilaniVado a vedere una cosa pensando di trovarne un’altra o meglio vado in un palazzo che credevo gestito in un modo e mi trovo un’associazione privata che all’interno del Palazzo Pepoli Campogrande si muove col doppio intento espositivo e commerciale.
La formula proposta da Campogrande Concept e’ interessante e credo risolva parte della dicotomia tra arte e business accontentando equamente due aspetti che il sistema attuale mette in conflitto con troppa facilita’. Ad ogni modo l’occasione e’ buona per conoscere il lavoro di Mauro Milani che scopriamo operatore artistico-architettonico in piena attivita’ per il quale comunque l’arte in senso assoluto non e’ secondaria al mestiere, anzi ne e’ compendio come scopriamo in questa sua prima esposizione personale.
Il titolo "Kirkos", dal greco "anello", significa un percorso che inizia, un progressivo allontanamento e infine il ritorno. Nelle sue opere, dipinti e sculture, la presenza del classico, dell’antico e’ fondamentale ma e’ un elemento tra i tanti, non un punto di arrivo e neppure di partenza. C’e’ un passato da reinventare, l’idea di un’antica civilta’ trasposta ai giorni nostri, ucronia applicata che si manifesta attraverso un uso sapiente ed interessante dei materiali e del loro utilizzo. Dipinti multimaterici, e sculture che per quanto riciclino materiali, poco hanno a che fare con l’arte povera, il percorso lavorativo di Milani che s’innesta nel tessuto della sua arte con oggetti e forme del quotidiano. Stratificato e non e’ solo questione di materia, Milani apre finestre verso dimensioni temporali alternative, mette in comunicazione livelli cognitivi distanti millenni, forse universi. Il dialogo e’ incessante, la sintassi per quanto aliena si comprende immediatamente e ci si immerge con gioia nel suo lavoro il cui impatto s’amplifica nella straordinaria cornice dei saloni antichi che si sposano magnificamente col le opere dell’artista. Tutto insomma converge in un punto sublime di bellezza e stabiliti i rapporti semantici degli oggetti e delle forme, resta il piacere del guardare e dello smarrirsi emotivamente all’interno di quegli spazi che d’improvviso paiono infiniti. Ottimo il lavoro di Milani e di Campogrande Concept, davvero tanti complimenti.

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