"Side" live – Echotime (+ Psycho Livestock) – Teatro Fanin, San Giovanni in Persiceto (BO), 21-04-2017

Echotime, 2017-04Vedi un po’ l’importanza di fare da spalla a eventi importanti? Qualche mese fa, gli Echotime aprirono il concerto a Ferrara di Claudio Simonetti ed e’ chiaro che di loro si sapeva nulla. Mi colpirono molto sia per la forza dei brani che come musicisti, in testa Federico Fazi alla batteria. Soprattutto mi soprese il progetto, un vero e proprio concept album con una storia da raccontare e canzoni come capitoli, proprio come si faceva negli anni buoni. Preso il cd e riascoltati con calma, la buona impressione fu confermata anzi accresciuta grazie all’ottima produzione del lavoro nel suo complesso. Non perdo quindi l’occasione non solo di rivederli ma di ascoltare il nuovo "Side" presentato in anteprima e in uscita i primi di Maggio. Ad aprire le danze gli Psycho Livestock, una band di "all star" come si definiscono, quattro elementi di diversa provenienza, spesso turnisti con molte band alle spalle che insieme hanno trovato una dimensione unitaria. Gente di mestiere e si sente, per ora limitati a pezzi altrui restando quindi confinati alla stretta definizione di cover band. Suppongo e spero sia una fase transitoria perche’ la stoffa per produrre ottimo materiale tutto loro ce l’hanno alla grande, ma torniamo agli Echotime. Nuovo lavoro e nuovo progetto, un grande racconto sull’umanita’ divisa in capitoli dedicati a molti vizi e poche virtu’. Tante storie quindi, precedute da piccoli momenti di teatro, messinscena che vale soprattutto per Alex Kage, cantante e membro fondatore della band.
Il lavoro e’ potente, originale nell’impostazione di rock opera rarissima da trovare e mettere in pratica, specie con in ristrettezza di mezzi ma i ragazzi ce la fanno e gia’ questo e’ da applausi. C’e’ pure il momento Kurt Weill per dire, ed era da "The wall" che non si sentiva una variazione sul tema cosi’. "Side" e’ un gran album, potente, strutturato, ottimamente suonato e concepito. Ho preferito il precedente "Genuine" che forse con minore ambizione e’ riuscito a guadagnare spazi piu’ aperti quindi con piu’ voglia di esplorare ma in fondo e’ questione di gusti. E’ vero che il primo album e’ piu’ immediato percio’ non escludo che sulla distanza "Side"risulti vincente. Sul fronte live qualche indecisione ma ci sta, anzi le preview servono proprio a questo. Problemi per Alex il cantante, credo un insieme di guai tecnici, regia con qualche indecisione, microfono inadatto e voce non al 100% anche perche’ stando sui registri alti, o si e’ al massimo o sono guai. Nulla da dire su basso e chitarra, anzi ottima la loro prova, bravo anche Fabbri alle tastiere con qualche mancato dialogo con la batteria di Fazi ma con certe complicate sovrapposizioni ritmiche puo’ accadere. Un plauso a quest’ultimo, sempre straordinario, una macchina da guerra che ha nelle bacchette una forza incredibile. Bell’evento, se capiteranno live andate a sentirli e intanto c’e’ l’album, non ve ne pentirete.

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10 years old – Fondazione Fotografia di Modena

Fontana - Fondazione fotografia ModenaDieci anni di Fondazione Fotografia di Modena, una giusta celebrazione per un ricorrenza che ha un suo preciso peso specifico. Dieci anni in gran parte vissuti assieme percio’ visitare la mostra significa anche ricordare, oltre che rivedere magari alla luce di un po’ d’esperienza in piu’ e qualche considerazione diversa su stili e artisti.
Tanti artisti, tanti gli argomenti, non tutto s’intende interessante ma di massima si sono viste buone cose, alcune eccellenti, altre meno, certe che ho proprio evitato ma ci sta, mica sempre ci si intende.
250 opere, anche in video, 95 gli artisti, l’occasione per spolverare alcune delle 1200 fotografie della Fondazione Cassa di Risparmio. Per quello che mi riguarda rivedo con molta gioia le foto delle mostre che ho amato di piu’, il ciclo americano della straight photography con Adams, Weston, Chappell, White e non di meno il giusto omaggio alla scuola modenese, dall’inizio del secolo con Peretti Griva, Carbonieri con i grandi e celebri concittadini che in tempi piu’ recenti hanno portato lustro alla provincia. Parliamo di Vaccari, Ghirri,Fontana, Leonardi, fotografi, artisti che hanno fatto scuola appunto, caratterizzando uno stile, un’epoca, un territorio e le persone che lo abitano.
Un viaggio nella memoria, il recupero di qualcosa che a suo tempo ando’ perduto malgrado qualche perplessita’ su nomi che il tempo non rende piu’ convincenti.
Certo, viene da se’ che in questa occasione non si scopre nulla di nuovo percio’ vale di piu’ vedere la mostra senza ricordi del passato ma ripeto, dove non arriva la novita’ si compensa con la memoria. Difetti? Il costo del biglietto resta elevato, specie per un’antologica, comunque va bene, c’e’ tempo fino a fine mese per vederla.

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Gianluigi Toccafondo, Stefano Arienti, Alfabeta – Galleria Civica di Modena, 15-04-2017

Gianluigi Toccafondo - Galleria Civica ModenaCome per molti credo, il primo incontro con Toccafondo risale alla meta’ degli anni 90 con la pubblicita’ della sambuca Molinari.
Molto efficace, singolare come e’ singolare il lavoro di Toccafondo con la sua pittura animata che interviene sul girato sovrapponendosi ma soprattutto espandendo il quadro in dimensioni oniriche e fiabesche. Il suo e’ un sovrastrato d’immaginazione che e’ narrazione su narrazione del quale si ammira il segno e il gesto. La Palazzina dei Giardini di Modena, riconquistata la natura espositiva dopo lo stupro dell’amministrazione che ne fece negozio per le cooperative amiche e ci aiuta a ricordare il lavoro di Toccafondo dagli anni ’90 ad oggi, un lavoro sull’animazione siano corti, pubblicita’ o sigle, senza dimenticare la carta stampata quindi la pittura e sequenze narrative non animate. Molti gli interventi video da vedere o rivedere, divertente e sorprendente ammirare da vicino i dipinti divenuti fotogrammi che svelano la tecnica e l’arte di Toccafondo.
Stefano Arienti - Galleria Civica ModenaDi Stefano Arienti invece non conoscevo nulla, lo approccio percio’ a mente aperta e a primo acchito lo sconcerto. Non riesco a cogliere la cifra stilistica fatta di sovrapposizioni e ricalchi, ripetizioni e copiature. L’uso di grandi teli antipolvere, da qui il titolo della mostra, mi pare un vezzo poco originale e molto strumentale e avrei abbandonato la sala con questa impressione se non mi fossi fermato a vedere la  video intervista all’artista sulla realizzazione della mostra e tutto s’e’ fatto chiaro. Arienti e’  anzitutto sincero, onesto col suo pubblico e i suoi committenti. Egli ha colto le infinite declinazioni del disegno nel suo atto meccanico, movimenti che divengono essi stessi messaggi e scelte che nell’istante si innalzano ad arte. E’ finita che uscito dalla proiezione ho riguardato tutto ed e’ stato tutto molto chiaro e bellissimo. Invito s’intende a visitare l’esposizione di Arienti e se vi sono perplessita’ fare altrettanto.
Singolare ma fino ad un certo punto la mostra dedicata ad Alfabeta, quantomeno perche’ non ci si aspetta di trovare una rivista letteraria in una sala mostra. Viene fuori invece che Alfabeta affianco’ al testo, ricordiamo che fu la rivista letteraria per eccellenza che transito’ la cultura dagli anni 70 agli anni ’80, anche la pittura e la grafica con nomi come Pozzati, Boetti, La Pietra, Carmi, Baj e tanti altri. Tanti protagonisti per una bella pagina della cultura italiana, forse irrimediabilmente l’ultima considerando lo squallore delle mezze cartucce che qualcuno oggi chiama intellettuali

Gianluigi Toccafondo
Stefano Arienti
Alfabeta

Tubax, Dirupators – Circolo Bunker, 15-04-2017

Dirupators, Bunker 2017-04Sabato siam tornati a casa tardi, dopo il pomeriggio impegnativo tra mostre e gallerie ma al Circolo Bunker c’e’ una serata speciale, percio’ come mancare? Ho gia’ scritto del Bunker, con sede a San Matteo della Decima, frazione di San Giovanni In Persiceto, quindi periferia di Bologna, provincia un tempo patria di locali che offrivano band di ogni genere e stile. Oggi e’ sparito tutto ma al Bunker certe sane tradizioni resistono e sembra un gioco di parole. Del resto da cosa nasce cosa e proprio in questa bella realta’ vede la luce il duo dei Dirupators che, cito dalla loro pagina Facebook "Dirupators sono un duo italo-ungherese provenienti dalla provincia Bolognese ed è formato da Cinzia Zaccaroni al basso, voce, loop e da Dencs Daniel Csaba alla batteria acustica/elettronica", insomma gia’ questo basta per far drizzare le antenne.
La faccio breve: mi hanno sorpreso, divertito, impressionato, tutte cose che da troppo tempo mancano alle giornate di un vecchio appassionato di musica, ancor di piu’ se tutte insieme. Confesso che non credevo possibile che due persone potessero riempire la scena cosi’. Csaba, pur conoscendolo dai Dobermann Trio, l’ho perso di vista ma lo ritrovo tecnicamente molto Tubax, Bunker 2017-04cresciuto, fuori da ogni schema pre-post-new rock, gestisce ritmiche molto complesse con apparente facilita’, aggiungendo una buona dose di elettronica. La vera sorpresa pero’ e’ la Zaccaroni, una specie di demone in gonnella e cravattino collegiale. Suo e’ il basso ma soprattutto la voce che moltiplica abilmente con loop in tempo reale per canti e controcanti straordinariamente efficaci. Possiede il palco e lo riempie totalmente malgrado la delicatezza della figura. La grinta e lo stile rimandano alla Bjork dei Sugercubes, parallelo che si estende anche al talento oltre che la tecnica. Un portento che merita quanto prima spazi molto piu’ ampi ed importanti.
Per cio’ che mi riguarda ero gia’ contento cosi’ della serata ma coi Tubax s’e’ superata ogni aspettativa.
Loro si definiscono "laser funk", io li ho chiamati "8 bit funky" ma metteteci il jazz, il rock, il synth pop mescolate fortissimo ed eccoli saltare fuori, trio di tastiere, batteria e basso, quest’ultimo soprattutto al secolo Giacomo Schirru che governa e dirige gli intricati pattern ritmici e armonici di un flusso ininterrotto di suoni che sballottano i sensi dell’ascoltatore. Dall’inizio alla fine non c’e’ spazio per rilassarsi e tutto quell’energia o la sfoghi ballando o si esplode. Ascoltare per credere, peraltro col loro ultimo album appena uscito l’acquisto e’ imperativo.
Serata davvero straordinaria, tanta gente e cosi’ e’ ancora piu’ bello.

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Mario Cresci La fotografia del no, 1964-2016 – GAMec, Bergamo 09-04-17

GAMeC - Mario CresciNon conoscevo Cresci prima di questa esposizione, sapevo pero’ che la avrei trovata al GAMeC e certo non dico no ad una mostra fotografica. Leggo la scheda informativa sulle pagine della Galleria, scheda peraltro ben dettagliata sulle varie sezioni e sul lavoro di Cresci, nonostante cio’ la sorpresa e’ stata enorme.
Cresci, classe 1942 artista e fotografo, anagraficamente avvantaggiato per aver vissuto nel fiore degli anni le avanguardie degli anni ’60 e in tormenti del decennio successivo. Parliamo del 68 e’ ovvio cosi’ com’e’ ovvio tutto quanto avvenne fino al 77 mentre lui era li’ a respirarne l’atmosfera e buttarsi in prima persona nella mischia. Soprattutto pero’ ne apprese il linguaggio, la sintassi, anche la voglia di rivoluzionare tutto, l’idea e il suo evolvere in nuovi percorsi. I suoi anni migliori quindi? Si, del resto lo furono di molti ma Cresci e’ un artista che ha continuato e continua ancora oggi con tenacia a reinventare spazi e immagini, anche reinventare se stesso. Non sono poche le opere ridisegnate, reingegnerizzate talvolta, riviste, mai corrette, espanse quello si. Se parlassimo come giornalisti imbecilli, diremmo Cresci 2.0. "Geometria Natuiralis", l’opera che ci accoglie nella prima sala, e’ un perfetto esempio di come un progetto iniziato nel 1975, si possa concludere perfettamente nel 2001 integrando nuovi elementi che ridefiniscono il senso originale dell’opera lasciandolo pero’ immutato nella stratificazione di significati. Insomma, mi aspetto un fotografo e trovo un artista e con questo non voglio dire che un fotografo non lo sia, semmai al contrario e’ qualcuno che usa la fotografia come uno strumento qualsiasi, chesso’ un tipo di pigmento o un materiale specifico per scolpire. La fotografia come mezzo non come fine, qualcosa di grezzo da raffinare, piegare, sagomare fisicamente come la serie "Baudelaire" o sintatticamente come in "Attraverso l’arte". Senza alcun dubbio una gran bella scoperta per me che non lo conoscevo, la conferma di una vitalita’ intellettuale che con gli anni cresce e migliora con grandi spazi ancora da percorrere e che da oggi, non mi faro’ mancare.

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GAMeC, Pipi Carrara, Attilio Nani – Bergamo 09-04-2017

GAMeC - IngressoTorno a Bergamo dopo tanti anni e il GAMeC diventa uno splendido pretesto per rivedere la citta’ e una galleria di arte contemporanea che a quanto ho letto e poi visto, e’ molto attiva anche sulle mostre temporanee.
La collezione permanente nasce da raccolte di donazioni private con un nome su tutti, Manzu’ che tra sculture e dipinti, volle cosi’ onorare la sua citta’ natale. La raccolta Spajani comprende grandi nomi come Balla, Kandinskij, Boccioni, Morandi e non sono da meno le altre serie con Fontana, Burri, Cucchi, Parmeggiani. La collezione e’ piccola ma densissima, i nomi sono quelli che hanno fatto la storia dell’arte del XX Secolo, la qualita’ delle opere e’ alta anche se certo non la piu’ rappresentativa. Certo, per essere frutto di donazioni e’ di per se’ un grande risultato, molto rappresentativo e piacevole da vedere, incantevole in alcuni casi. Consiglio l’acquisto del piccolo ma completissimo catalogo che in poche righe introduce e contestualizza le opere.
Altre due mostre sono visitabili in questi giorni e pur essendo temporanee fanno parte di un solo grande appuntamento. La prima, quella di Pipi Carrara e’ all’interno dello stabile del GAMeC, percio’ a pochi passi dalla permanente. Carrara e’ artista bergamasco il cui lavoro oscilla tra l’alto artigianato e la pura espressione artistica. Usa indifferentemente legno, gesso, terracotta, bronzo per opere di alta precisione meccanica che talvolta assumono connotati organici e alieni. Carrara si fa ammirare, diverte e talvolta stupisce. Uno stile certo unico e personalissimo mai banale. Davvero interessante.
Per vedere Attilio Nani serve raggiungere il cuore di Bergamo alta e non e’ certo una penalita’ anzi. Bergamo e’ una citta affascinante con due anime e la piu’ antica custodisce grandi tesori antichi e come in questo caso, anche moderni. Nani, artigiano e scultore, scomparso nel dopoguerra poco piu’ che cinquantenne, non nasconde nelle opere esposte la natura scultorea e di design del suo lavoro. In contatto col territorio e i suoi artisti, come Manzu’ ad esempio, offre lavori dai connotati sospesi tra il primitivismo e la ricerca piu’ raffinata, a volte simbolica. Artista non nelle mie corde ma che merita una visita anche grazie al bell’allestimento curato da M. Cristina Rodeschini e Valentina Raimondo.

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Uliano Lucas, Caio Garrubba, Give Photography a chance – Mo.Ca, Brescia 08-04-2017

BresciaPhotoFestival - MoCaProseguendo con le mostre in ambito Brescia PhotoFestival, si fanno scoperte dentro alle scoperte. Il Mo.Ca ad esempio. Spazio recente nato attraverso il recupero di antichi palazzi del centro storico, si propone come ambiente multiculturale pensato come bacino di sviluppo di arte e cultura. La mostra sulla fotografia ad esempio. Trovarci i grandi fotografi italiani che dal dopoguerra ad oggi hanno descritto un paese in rapido cambiamento e’ gia’ una gran cosa ad esempio. Se dico Berengo Gardin, Basilico, Migliori, Secchiaroli, Fontana e li metto in ordine sparso per non esprimere preferenze, do’ pero’ il senso del valore di una raccolta fenomenale, da rivedere infinite volte. Allo stesso tempo incontriamo due artisti molto diversi ma con un occhio molto preciso sul loro tempo, anche se a latitudini lontane. Uliano Lucas ad esempio. Il suo e’ un viaggio che inizia nella Milano degli anni ’50, la Milano del Bar Giamaica e gli immigrati (quelli veri), la trasformazione sociale e antropologica della gente, dei costumi, passando per la politica e i consumi, l’arte, chi la fa e chi ne gode. Caio Garrubba invece nel 1959 era molto lontano, in Cina per l’esattezza, anni in cui non era certo facile arrivare e testimoniare quanto stava accadendo. Garrubba ci riusci’ grazie alla militanza e all’appoggio del partito comunista nazionale e malgrado la tragedia e l’eccidio seguito alla "campagna dei cento fiori" che proprio in quegli anni sterminava uomini a milioni, Garrubba volle o dovette raccontare una storia di uomini e donne felici e danzanti. Storicamente siamo di fronte ad una falso ideologico di pura propaganda ma cio’ non sminuisce il valore narrativo di immagini che raccontano comunque di una terra che poche volte si ha avuto modi di vedere, forsanche velata dalla retorica, percio’ sempre d’estremo interesse. Bello anche l’allestimento con icone pop di Mao e memorabilia d’epoca. A margine e spero nessuna s’offenda perche’ non intendo con questo sminuirne l’importanza, le mostre di Camilla Filippi fotografa che si reinventa in fatti e personaggi, cultura pop e cultura alta che ella incarna con risvolti piacevoli, a volte divertenti. Il tutto sull’onda di cio’ che Marcella Campagnano fece 40 anni prima con "L’invenzione del femminile" dove la donna e’ declinata in infinite iconografie. Infine la collettiva "La stanza delle meraviglie" dove il ritorno a tecniche di sviluppo antiche, reinventa per paradosso la fotografia stessa, trasformando la tecnica in esperienza artistica.
Davvero notevole. Insomma, belle cose a Brescia…

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Steve McCurry, Magnum’s First, Magnum. La première fois – Museo di Santa Giulia, Brescia 08-04-2017

BresciaPhotoFestival - McCurryPartecipare ad un evento senza sapere che e’ un evento. Gita bresciana e mi dico: "che c’e’ di bello da vedere?" Trovo Magnum in mostra e gia’ e’ una gran cosa, quello che non so pero’ e’ che fa parte della prima assoluta del Brescia PhotoFestival che ha visto la luce proprio nel 2017 e’ una manifestazione che a noi vicini di  Reggio Emilia, offre una seconda possibilita’ di godere della fotografia in mostra.
Sospeso tra antico e moderno, il Museo di Santa Giulia offre oltre la permanente uno sguardo su Magnum, la celebre agenzia fotografica e lo fa attraverso i suoi fondatori, i nuovi adepti e colui che agli occhi del grande pubblico meglio la rappresenta, Steve McCurry.
Partendo proprio da quest’ultimo che devo dire, non mi piace, o meglio non mi emoziona, non suscita in me alcun sentimento, a partire dalla solita afghana, sempre piu’ stucchevole con gli anni che passano. Non lo discuto come professionista, e’ questione epidermica. La serie in questo caso si concentra sul leggere, in ogni accezione, in ogni angolo del pianeta. Non si puo’ dire che McCurry non sia un ottimo professionista, uno che pare sempre esterno a cio’ che accade o cosi’ almeno piace raccontarlo. In parte e’ vero anche se non riesco a fare a meno di vederci artifici e forzature in molti ritratti. Grande spazio all’oriente e al terzo mondo, del resto si fa prima cosi’ che rendere interessanti dei ragionieri ma vabbe’. Non mancano le belle immagini sia chiaro ma stiamo parlando di un piccolo insieme nel grande mare del gustoso ma precotto. Suggestivo l’allestimento di Peter Bottazzi, tra pareti "sfogliate" e citazioni volanti. Le altre due mostre contigue ed affini, riportano alla luce le 83 stampe che nel 1955 composero la prima mostra austriaca del gruppo Magnum e parliamo di Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Ernst Haas, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Erich Lessing. Qualita’ che non si discute, malgrado sonop di Capa, Haas e Cartier-Bresson che troviamo le cose tecnicamente meno interessanti.
Ne "La prima volta" c’e’ la prima volta di venti fotografi Magnum, raccontata dagli stessi protagonisti con ricordi e immagini ovviamente. Difficile dare una valutazione complessiva, ogni fotografo ha una storia a se’ e soprattutto l’immagine emozionale puo’ non avere una diretta conseguenza tecnica ma come dire, la rappresentanza non manca, la qualita’ pure pur andando a gusti. I mio preferiti? Alex Webb e Bruno Barbey. senza alcun dubbio.
Nel complesso mi aspettavo qualcosa di piu’ e mi riferisco all’impressione artistica, nulla da dire su organizzazione e impianto ma si va a gusti. Comunque l’appuntamento e’ d’obbligo per gli appassionati e non.

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Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento – Palazzo Martinengo, Brescia 08-04-2017

Da Hayez a Boldini - HayezLa mia conversione all’arte dell’800 e’ totale, ormai di queste mostre non ne perdo una, nel limite del possibile s’intende e poi se c’e’ l’occasione di visitare qualche nuova citta’ ancora meglio. Prima mia trasferta a Brescia, citta’ che non manca di attrattive e opportunita’ per un fine settimana all’insegna anche e vorrei dire soprattutto, della cultura. In pieno spirito cittadino, Palazzo Martinengo si fa notare per ordine e organizzazione. Cercando informazioni scopro di essermi perso mostre importanti ma intanto iniziamo oggi a seguire citta’ e museo ma torniamo a noi. Che l’800 sia stato dominato artisticamente dalla Francia non e’ una novita’ ma noto con piacere un certo ritorno d’orgoglio dell’Italia con una serie di manifestazioni che dimostrano come  il ruolo del nostro Paese sia stato forse secondo ma non troppo inferiore rispetto ai cugini d’oltralpe. Senso e scopo della mostra e’ proprio questo, ribadire quanto di buono l’Italia offri’ nel XIX secolo e come in fondo, forse i francesi sia siano venduti meglio.. Mostra organizzata cronologicamente e tematicamente, s’apre col neoclassico di Canova che introduce e in effetti spiega da dove venga Hayez, artista fenomenale che nei sei metri quadrati di "Maria Stuarda" presenta un capolavoro assoluto. Scapigliati e macchiaioli, rivoluzionari e vibranti, questi ultimi poi con Fattori e Signorini su tutti, perfino emozionanti. Realismi e orientalismi a descrivere le altre tendenze di quei decenni non senza impressionisti e divisionisti come Segantini e Pellizza da Volpedo e si arriva come da programma a Boldini e gli altri italiani a Parigi, De Nittis e Zandomeneghi. Un viaggio tra oltre cento dipinti che ha il merito di raccogliere e raccontare un secolo del quale l’Italia fu a sua volta protagonista, molto piu’ di quanto ci piace farci raccontare. C’e’ tempo fino all’11 giugno per visitarla, mostra e citta’ meritano il viaggio.

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Keaton (01-04-2017) – Marco Dalpane, Cinema Teatro Galliera, Bologna

Keaton 20170401Nono appuntamento della rassegna, terza mia partecipazione. In effetti a questo punto parlarne non significa molto e non sposta le cose ma ugualmente mi fa piacere dedicare qualche riga allo spettacolo. In primo luogo per il Cinema Galliera che come ho avuto modo di scrivere, e’ un gran bel posto, nuovo, tenuto benissimo e gestito con molta passione. Poi a Marco Dalpane che ha musicato 20 ore di cinema di Keaton, trenta tra corti e lungometraggi, opera titanica e benemerita. Infine penso a Buster Keaton, genio indiscusso, grande tra i grandi, interprete e regista impareggiabile, uno che a distanza di un secolo ancora sorprende e affascina.
La formula resta la stessa: proiezione dei film e musica live di Dalpane e la sua band, formazione variabile a seconda dell’occorrenza. Questa volta parliamo di un trio, fiati e batteria oltre al compositore al piano per tre film, due corti e un lungo. Abbiamo visto "The love nest", "The frozen north" e "Seven chances", quest’ultimo di quasi un’ora, gli altri attorno a 20 minuti. Come giustamente ci fa notare Dalpane nell’introduzione allo spettacolo, "The frozen north" e’ un episodio molto particolare dal momento in cui Buster "sguardo di pietra" Keaton e’ passionale ed emotivo come non mai, caustico e feroce, carico di un umorismo rabbioso e cattivo. Fu a causa di problemi personali che in quel periodo l’attore sfogo’ acidamente sul grande schermo e si vede. Straordinario "Seven chances", una girandola di comicita’ e d’azione che non lascia indifferenti, tra stupore e divertimento.
Manca ancora un appuntamento alla fine della sera, noi non ci saremo e sara’ un gran dispiacere.

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