Michele, 30 anni

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

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Il discorso di commiato del prof. Zarrow – Anesthesia, Tim Blake Nelson

But then, what do all these thinkers we’ve examined this semester have in common? If we truly explore to find a common thread? At the outset of a century that would constitute the bloodiest in human history. Along with scientific and technological advancements that would literally make us like Gods. Even as we began to dismantle the very meaning of God. They ask, what is a life? Does to live any longer have a how? Does it any longer have a why? Against a backdrop of industrialization, people will contend with alienation, dislocation, population on a mass scale, and murder on a mass scale. They’ll consider the constraints of truth. Whether metaphor or paradigm, with many concluding actual truth has never existed. A nexus in the great human saga, when we dared to trade the organizing bliss, of good and evil, right and wrong, as determined by a creator for other opiates: communism, socialism, capitalism, psychology, technology, any learnable system to replace what had begun to evaporate: the 20th century. My own. But also the one into which each of you was born. For many, an era of hope liberation, possibility. For others of abandonment and despair. A most human century in which we begin really to understand that Nietzsche was right: we are beautifully, finally, achingly, alone. In this void, philosophy at its worst becomes self-reflective, linguistic, semantic, relativism having rendered any discussion of right and wrong, good and evil, to be the quaint concerns of another age. At its most provocative, it asks other questions. Those concerned with locating our stranded selves, when meaning seems to have died, nothing less, in short, then ‘why do we live at all?’ and ‘what makes us who we are?’ They ask, ‘what now?’ And we’re still asking it. What will fortify us as another century, your century, commences? Do we abandon finally the search for truths that seem ever more elusive, even silly to some? The ethical? The moral? The good? Principles that by definition can never be prove when so much now can be proved? Or is all this finally and forever pointless? Are we done? We can destroy cities, alter the planet irreversibly, speak instantaneously face-to-face from across the globe, create life where there was to be none, even while intoxicating ourselves with it all. And yet, how do we still seek purpose? And where do we hope to find it if we’re so busy convincing ourselves there needn’t be any? And so we wander, eyes closed to the dark, while technology, science, medicine and godlessness blaze illusions around us, with less to guide us now than ever, seemingly omnipotent, but more human and just as afraid. These quandaries do not end with this course in a week from today. They begin. And I certainly haven’t taught these writers for 30 years just so you can drop references to existential thinkers and their antecedents at dinner parties. The crowd is untruth. In an era darkened by the false shade of imperviousness, you and those who pause to question, carry the light. It’s been a wonderful 34 years. Let’s not be strangers, either to one another, or more importantly, to everything we’ve learned from one another. May your best years be yet to come. And so for us all.

Stato e rivoluzione – Vladimir Lenin (estratto)

3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un debito pubblico.
"…In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, – scrive Engels – i funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla." Si fanno leggi speciali sulla santità e sull’inviolabilità dei funzionari. Il "più misero poliziotto" ha più "autorità" degli organi della società gentilizia, ma persino …il capo dell’esercito di un paese civile potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata"
Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912.
"…Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa"…Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi dello sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche "lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicché il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe". Così la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, Bismarck in Germania.

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Il deserto dei Tartari (Cap.25) – Dino Buzzati (estratto)

Capitolo 25
Un palo è piantato sul ciglio del gradone che taglia longitudinalmente la pianura del nord, a neppure un chilometro di distanza dalla Fortezza. Di là fino al cono roccioso della Ridotta Nuova il deserto si stende uniforme e compatto, così da permettere alle artiglierie di procedere liberamente. Un palo è confitto sull’orlo superiore dell’avvallamento, singolare segno umano, che si vede benissimo anche a occhio nudo dalla sommità della Ridotta Nuova.
Fin là sono arrivati gli stranieri con la loro strada. Il grande lavoro è finalmente compiuto, ma a che terribile prezzo! Il tenente Simeoni aveva fatto un preventivo, aveva detto sei mesi. Ma sei mesi non sono bastati per la costruzione, né sei mesi, né otto, né dieci. La strada è ormai finita, i convogli nemici possono scendere dal settentrione al galoppo serrato, per raggiungere le mura della Fortezza; dopo non resta che attraversare l’ultimo tratto, poche centinaia di metri su un terreno liscio ed agevole, ma tutto questo è costato caro. Quindici anni ci sono voluti, quindici lunghissimi anni che pure sono corsi via come un sogno. A guardarsi attorno niente sembra mutato.
Le montagne sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà anche qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale è il cielo, uguale il deserto dei Tartari se si eccettua quel palo nerastro sul ciglio del gradone e una striscia diritta, che si vede o non si vede secondo la luce, ed è la famosa strada. Quindici anni per le montagne sono stati meno che nulla e anche ai bastioni del Forte non hanno fatto gran male. Ma per gli uomini sono stati un lungo cammino, sebbene non si capisca come siano passati tanto presto.
Le facce sono sempre le stesse, pressappoco; le abitudini non sono mutate, né i turni di guardia, né i discorsi che gli ufficiali si fanno ogni sera. Eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nei volti i segni degli anni.
E poi la guarnigione è stata ancora diminuita di numero, lunghi tratti di mura non vengono più presidiati e vi si accede senza parola d’ordine, i gruppi di sentinelle sono distribuiti nei soli punti essenziali, si è deciso perfino di chiudere la Ridotta Nuova e di mandarci soltanto ogni dieci giorni un drappello per ispezione; tanto poca importanza dà oramai il Comando superiore alla Fortezza Bastiani. La costruzione della strada nella pianura del nord infatti non è stata presa sul serio dallo Stato Maggiore. Alcuni dicono ch’è una delle solite incongruenze dei Comandi militari, altri dicono che alla capitale sono certo meglio informati; evidentemente risulta che la strada non ha nessuno scopo aggressivo; non c’è del resto disponibile altra spiegazione, benché persuada poco.

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Il deserto dei Tartari (Cap.18) – Dino Buzzati (estratto)

Capitolo 18
L’uscio di casa fu aperto e Drogo sentì subito l’antico odore domestico, come quando, bambino ritornava in città dopo i mesi di estate in villa. Era odore familiare ed amico, eppure, dopo tanto tempo, vi affiorava alcunché di meschino. Gli ricordava sì gli anni lontani, la dolcezza di certe domeniche, le liete cene, la fanciullezza perduta, ma parlava anche di finestre chiuse, di compiti, di pulizia mattutina, di malattie, di litigi, di topi. "Oh, signorino!" gli gridò esultante la buona Giovanna che gli aveva aperto la porta. E subito arrivò la mamma; grazie a Dio non ancora cambiata. Seduto in salotto, mentre tentava di rispondere alle tante domande, sentiva mutarsi la felicità in tristezza svogliata. La casa gli pareva vuota in confronto ad un tempo, dei fratelli uno era andato all’estero, un altro era in viaggio chissà dove, il terzo in campagna. Soltanto la mamma restava e anche lei dopo un po’ dovette uscire per una funzione in chiesa dove la attendeva un’amica. La sua camera era rimasta identica, così come l’aveva lasciata, non un libro era stato mosso, pure, gli parve di un altro. Si sedette sulla poltrona, ascoltò il rumore dei carri nella via, l’intermittente vocio che veniva dalla cucina. Solo se ne stava nella sua stanza, la mamma pregava in chiesa, i fratelli erano lontani, tutto il mondo viveva dunque senza alcun bisogno di Giovanni Drogo.
Aprì una finestra, vide le case grigie, i tetti dopo i tetti, il cielo caliginoso. Cercò in un cassetto i vecchi quaderni di scuola, un diario che aveva tenuto per anni, certe lettere; si stupì di aver scritto lui quelle cose, non se ne ricordava proprio, tutto si riferiva a strani fatti dimenticati. Si sedette al piano, tentò un accordo, riabbassò il coperchio della tastiera. E adesso? si domandava.
Straniero, girò per la città, in cerca di vecchi amici, li seppe occupatissimi negli affari, in grandi imprese, nella carriera politica. Gli parlarono di cose serie e importanti, stabilimenti, strade ferrate, ospedali. Qualcuno lo invitò a pranzo, qualcuno si era sposato, tutti avevano preso vie diverse e in quattro anni si erano già fatti lontani. Per quanto tentasse (ma anche lui forse non era più capace) non riusciva a far rinascere i discorsi di un tempo, gli scherzi, i modi di dire. Girava la città in cerca dei vecchi amici – ed erano stati molti – ma finiva per ritrovarsi solo su un marciapiedi, con tante ore vuote davanti prima di far venire la sera. Di notte stava fuori di casa fino a tardi, determinato a divertirsi. Ogni volta usciva con le solite vaghe speranze giovanili di amore, ogni volta tornava deluso. Riprese a odiare la via che lo riconduceva a casa solitario, sempre uguale e deserta.

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Bagatelle per un massacro – Louis-Ferdinand Celine (estratto)

L’Ebreo che stupra o corrompe una donna non ebrea e anche la uccide deve essere assolto secondo giustizia, perché non ha fatto del male che a una giumenta. Il Talmud

« Cos’è che entra duro e esce molle ». Ecco un bell’indovinello… Quelli che sanno rispondono: il biscotto!…
I film sono lo stesso… Cominciano duri e finiscono molli… crème caramel alla merda!… in salsa « sentimento ».
Le folle ne mangiano a quattro palmenti, è la loro felicità, la loro ebbrezza, hanno bisogno della loro merda, la loro buona merda ebrea, merda-radio, merda-sport (tutti gli incontri di boxe, tutte le gare su strada e su pista sono truccati), merda-alcool, merda-crimine, merdapolitica, merdacinema, dentro a più non posso!… Mai troppo! Mai troppe stronzate! Mai troppo costose! La letteratura d’altronde li prepara ad apprezzare bene questa menna deliziosa. La letteratura si mette al livello, bisogna così, dei soggetti più avvilenti, più fritti e rifritti. Solo a questo prezzo vegeta, non sa più come ebraizzarsi maggiormente, piacere di conseguenza, infangarsi ancora un po’ di più, rincarare in sentimentaleria… Tutto in merda!… Più vicina sempre! Più vicina al popolo! più politica! più demagogica! Lo spirito « bancario » insomma… Lo spirito del buffone Tabarin (il 1630 è già giudeo)… Nel prossimo atto la pulce ammaestrata! Signori e signore, il popolo vi manderà a quel paese uno di questi giorni! Allora tutti in prigione!… e Robot, Cristo d’un Dio!… e avanti col surrealismo!… Il trucco dell’arte moderna è ancora più semplice!… ve lo mostrerò per niente… Fotografate un oggetto, uno qualsiasi, sedia, ombrello, telescopio, autobus, e poi scomponetelo in « puzzle »… Sparpagliate i pezzetti, quei ritagli, su un immenso foglio di carta, verde, crema, arancio. Poesia!… Avete capito?… Quando il robot vuole della poesia lo si rimpinza… E siamo solo all’ultimo stadio della decrepitezza naturalista, manierata, cosmeticizzata, napoletanizzata, persuasiva, leccacoso, urla-urla.

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L’anima del prete – William Butler Yeats (racconto completo)

Nei tempi antichi in Irlanda c’erano scuole prestigiose dove si insegnava alla gente ogni genere di sapere, e persino i più poveri a quel tempo avevano maggior cultura di molti gentiluomini al giorno d’oggi. Ma quanto ai preti, la loro scienza era superiore a quella di chiunque altro, cosicché la fama dell’Irlanda si diffuse in tutto il mondo e molti re di terre straniere mandavano i loro figli fino in Irlanda perché fossero educati nelle scuole irlandesi.
Ora, a quel tempo, c’era un ragazzino, allievo di una di queste scuole, che suscitava la meraviglia di tutti per la sua bravura. I suoi genitori erano solo dei contadini, e quindi erano poveri; eppure, benché fosse così giovane e così povero, non c’era figlio di re o di signore che potesse stargli alla pari quanto a cultura.
Metteva in imbarazzo persino i maestri; perché quando cercavano di insegnargli qualcosa diceva cose che essi non avevano mai udito prima, mostrando la loro ignoranza. Uno dei suoi punti forti erano le dispute; e andava avanti fino a dimostrarvi che il nero era bianco e poi, quando vi arrendevate, che nessuno poteva batterlo nella discussione, faceva marcia indietro, sosteneva che il bianco era nero, o magari che al mondo non c’era alcun colore. Quando fu cresciuto, i suoi poveri genitori erano così orgogliosi di lui che decisero di farne un prete, cosa in cui riuscirono infine, anche se dovettero ridursi quasi alla fame per trovare il denaro. Ebbene, non c’era in Irlanda un altro uomo colto come lui; ed eccelleva nelle dispute come non mai, tanto che nessuno poteva stargli alla pari. Persino i vescovi cercavano di parlare con lui, ma egli dimostrava loro immediatamente che non sapevano proprio nulla.
Ora, a quei tempi non c’erano insegnanti, ma erano i preti che insegnavano alla gente, e dato che quest’uomo era il più intelligente d’Irlanda, tutti i re stranieri gli mandavano i loro figli, fintanto che aveva posto in casa per ospitarli. Divenne dunque molto orgoglioso, cominciò a dimenticare le sue misere origini e, cosa peggiore, anche a dimenticare Dio, che l’aveva fatto così com’era. Fu preso dall’orgoglio di dissertare, cosicché passando da una cosa all’altra andò avanti per provare che non c’era Purgatorio, e poi che non c’era Inferno, Paradiso, e poi che non c’era Dio; e in ultimo che gli uomini non avevano anima, che non erano niente più dei cani o delle mucche e che quando morivano era la loro fine. «Chi mai ha visto un’anima?», diceva. «Se riuscite a mostrarmene una, ci crederò.» Nessuno sapeva rispondere; e infine tutti giunsero a credere che, non essendoci un altro mondo, ognuno in questo poteva fare quello che gli piaceva; ed era proprio il prete a dare l’esempio, che si prese per moglie una bella giovane.
Ma poiché non si poté trovare prete o vescovo in tutto il paese disposto a sposarli, fu costretto a leggersi da solo la funzione.

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Guerra in camicia Nera – Giuseppe Berto (estratto)

Enfidaville 13 maggio 1943: Stamane il comandante ci ha mandato i distintivi M (battaglioni M l’élite delle Camicie Nere) e l’ordine di metterci la camicia nera. Bisogna presentarsi al nemico con proprietà e fierezza.
E’ arrivato anche l’ordine di distruggere le armi, il carteggio e tutto ciò che possa essere di giovamento al nemico.
Cerco di immaginarmi come avverrà la resa. Ecco intanto sono giunto allo sbocco del canalone e alzo gli occhi: mi trovo davanti un gruppo di negri senegalesi, mi lasciano la rivoltella e mi sfilano l’orologio.
Prima di sera ci troviamo rinchiusi: non ci danno da mangiare ma hanno promesso che ci daranno da bere. Senza data: C’era una strada che dalla riva del mare portava all’asfaltata. Era una strada piena di buche e di sabbia, che aveva ai lati siepi di fichidindia e poi orti con olivi e qualche casa araba. Sulla strada andavano gli autocarri, carichi di prigionieri che venivano trasferiti ……Sopra gli autocarri c’eravamo noi prigionieri, pressati gli uni agli altri, e guardavamo il mondo attraverso la polvere. Il mondo entrava in noi e faceva un po’ bene, e anche un po’ male, ora che non potevamo possederlo, se non per quel tanto che entrava attraverso gli occhi….eravamo ansiosi di andare avanti. Un prigioniero nuovo è sempre ansioso di andare avanti, se non altro, per vedere cosa succederà dopo. Avevamo fretta di arrivare all’asfaltata per capire dove ci avrebbero portati. .. si poteva girare a destra o a sinistra.
A destra c’erano Tunisi e Algeri e Casablanca e poi l’oceano e il Canada, forse gli Stati Uniti.
A sinistra poteva portare all’altra parte della terra….. India o Australia. Voltarono a sinistra e cominciarono a correre veloci sulla strada senza più buche nè sabbia. … un crocevia …. le prime case della città, gente venne sulla strada, non arabi, cominciarono a raccogliersi e a dirci qualche cosa nella loro lingua e a fare verso di noi gesti per insultarci. C’era una ragazza, un po’ più avanti sulla strada, in disparte che non faceva ne diceva niente. L’autocarro d testa non rimase fermo a lungo. Passato qualche minuto, l’autista ingranò la marcia e partì. Allora la ragazza vestita di celeste salì sul gradino della fontana, s’irrigidì sull’attenti e alzò il braccio nel saluto romano….. la sera ci misero dentro certi baraccamenti e là dopo aver mangiato ci sdraiammo sul pavimento di cemento.
Molti in attesa del sonno, parlarono della ragazza. Ne parlarono con quel senso di vergogna che lei ci aveva fatto provare, per aver perduto dopo che le avevamo insegnato ad aver fede in quel gesto che lei continuava a fare anche dopo che noi avevamo perduto. Poi col tempo dimenticammo il senso di vergogna. Dovemmo fare un lungo cammino, prima di poter tornare a casa. E mentre il tempo passava, noi perdemmo la vergogna di aver perduto.
Ci parve anzi di aver fatto abbastanza per non perdere. E nei confronti della ragazza vestita di celeste ci sentimmo meno responsabili di tanti altri. Il suo gesto rimase nella nostra memoria, ma spoglio di qualsiasi carattere di lotta e di resistenza, come un atto di bontà pura. E così lo ricordiamo con riconoscenza, perché poi non ci accadde di trovare molti altri atti di bontà nel nostro lungo cammino

Attorno al Suono Giallo – Alessandro Solbiati

ATTORNO AL SUONO GIALLO

1. Il teatro musicale e i miei primi cinquant’anni …
Fino a tutto il 2006, cioè fino ai miei 50 anni suonati, non ho mai cercato di dedicarmi al teatro musicale. Ho visto nascere e ho seguito le opere di molti miei colleghi, più vecchi, coetanei o più giovani, ma ho continuato a nutrire una sorta di diffidenza.
Le radici di tale diffidenza erano innanzitutto da ricercarsi in una predilezione per la musica cosiddetta assoluta, quella, storica o contemporanea, non destinata a proiettarsi sulla scena, e poi, lo confesso, in una certa antipatia per il “fenomeno” opera lirica.
Attenzione, non sto parlando di scarso amore per le opere di Rossini, Verdi e Puccini: come tutti, ho pianto con Mimì e con Violetta e ho riso con Figaro o con Falstaff.
Ma ho sempre visto il “fenomeno” opera lirica come qualcosa che ha molto condizionato (in negativo) la cultura musicale italiana: con metafora sportiva, mentre a Vienna nell’800 amare la musica significava ritrovarsi a salotto e “praticare”, anche se da dilettanti, i Quartetti di Mozart e Beethoven (esattamente come dire “praticare” uno sport), in Italia amare la musica significava per lo più andare a teatro e parteggiare per quel soprano o per quel tenore (come definirsi sportivi andando solamente allo stadio per fare il tifo ad una squadra).

2. La svolta del 2007
Poi nel 2007 due fattori, oltre forse ad una naturale maturazione, mi hanno fatto superare questa ritrosia.
Da una parte la mia musica, pur complessa, mi è apparsa più esplicita, le sue figure più chiare nel loro sia immediato apparire sia evolvere nel tempo. In altre parole, essa era diventata consapevolmente sempre più “narrativa”, pur rimanendo astratto l’oggetto della narrazione.
Ma ciò significava anche che le mie situazioni musicali erano ora più adatte ad essere proiettate sulla scena, ad incarnare una “vera” narrazione.
In secondo luogo mi sembrava giunto il momento di esprimere, in tutta umiltà ma anche con piena coscienza, una mia “visione del mondo”, uscendo dalla pura astrattezza della musica.
Per fare questo era necessario un testo che incarnasse appunto un’intera visione del mondo.
Io non ho cercato quindi, genericamente, di “fare del teatro musicale”, ma ho perseguito il fatto di mettere in scena un testo ben preciso, quello che più di tutti incarnava appieno le mie istanze: la Leggenda del Grande Inquisitore dai dostoevskijani Fratelli Karamazov.
La proposta, effettuata nel 2007, venne accolta con entusiasmo da Gianandrea Noseda e dal Teatro Regio di Torino e nacque Leggenda, andata in scena nel settembre 2011.
Simultaneamente mi venne fatta una proposta di commissione per un’opera più breve da parte del Teatro Verdi di Trieste. Ed è lì che nacque il primo germe del progetto Suono giallo.
Infatti, a fianco di Leggenda, il cui teatro è simultaneamente “di pensiero” e “di vicenda”, date l’infinita profondità della fonte letteraria da un lato e la chiarezza del suo arco narrativo (da me peraltro molto sottolineato) dall’altro, mi interessava sperimentare un teatro molto più astratto, in cui la narrazione, pur ben presente, mantenesse un forte livello simbolico di astrazione e venisse delineata dal dipanarsi del gesto, dei movimenti e della luce più che dal testo.
Il mio pensiero andò subito alle composizioni sceniche di Kandinskij, e in particolare alla più complessa, Der Gelbe Klang, appunto, sennonché non ottenni dagli eredi il permesso di utilizzarlo e di metterlo in scena.
Scelsi allora un microdramma di Puskin, Il festino in tempo di peste, che divenne per me quasi uno studio preparatorio per Leggenda nell’opera poi intitolata Il carro e i canti, rappresentata a Trieste nell’aprile del 2009.

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Fanteria dello spazio – Robert A. Heinlein (estratto)

— Molto bene, signor Rico! Credo che il suo cervello stanco sia già stato messo abbastanza a dura prova per oggi. Domani mi porti una prova scritta, in logica simbolica, della sua risposta alla mia domanda. Le suggerirò un piccolo appiglio. Consultate il paragrafo sette del capitolo di oggi. Signor Salomon! In che modo la presente organizzazione politica si evolse dopo i Disordini? E qual è la sua giustificazione morale di tale processo?
Sally se la cavò alla meglio per quanto riguardava la prima parte. Nessuno è in grado di descrivere esattamente come nacque la Federazione terrestre: nacque, ecco tutto. Dopo che tutti i governi erano caduti, alla fine del Ventesimo secolo, qualcosa doveva pur riempire quel vuoto, e in molti casi furono i veterani tornati dal fronte a provvedere. Avevano perso una guerra, molti di loro erano senza lavoro, quasi tutti manifestavano un mero sdegno per i termini del Trattato di Nuova Delhi, e poi sapevano imbracciare le armi. Ma non fu una rivoluzione vera e propria, bensì un processo analogo a quanto era capitato in Russia nel 1917: il vecchio sistema era crollato, qualcuno doveva intervenire.
Il primo caso di cui si aveva notizia, quello di Aberdeen, in Scozia, era emblematico. Alcuni veterani si erano riuniti per garantire la sicurezza e porre fine ai tumulti e ai saccheggi: avevano impiccato alcune persone (compresi due ex combattenti come loro) e costituito un comitato nel quale erano ammessi esclusivamente veterani. Dapprima la cosa era stata puramente arbitraria: quegli uomini si fidavano un po’ solo dei loro pari, e di nessun altro. Poi, nel giro di un paio di generazioni, quella che era nata come una misura di emergenza si era trasformata in pratica costituzionale.
Probabilmente quei veterani scozzesi, essendosi trovati nella necessità di impiccare altri ex combattenti, avevano deciso che non bisognava permettere a nessun profittatore, trafficante, sanguisuga, imboscato, sporco borghese di dire la sua. I civili dovevano limitarsi a fare quello che veniva loro ordinato, mi seguite? A sistemare le cose ci avremmo pensato noi scimmioni. Questa, almeno, è la mia ipotesi. Perché credo che l’avrei pensata allo stesso modo. Gli storici sono concordi nell’affermare che l’antagonismo tra civili e reduci era più intenso di quanto possiamo immaginare oggi.
Sally spiegò la cosa con parole sue. Alla fine il maggiore Reid lo interruppe: — Domani mi porti le sue idee scritte, in non più di tremila parole. Signor Salomon, può dirmi la ragione, una ragione pratica, non teorica o storica, per cui oggi il diritto di voto è limitato ai soli veterani?
— Perché sono uomini scelti, signore. Più in gamba degli altri.
— Assurdo!
— Come, signore?

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