La parola peste – La peste – Albert Camus (estratto)

La pesteLa parola «peste» era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida». E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.

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I giovani infelici (da Lettere luterane) – Pier Paolo Pasolini

Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri.
Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti.
È il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale.
Confesso che questo tema del teatro greco io l’ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto «altrove» e in un «altro tempo». Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, «antropologicamente» ingenuo.
Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all’età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti.
Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine – cioè oggi, primi giorni del ’75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una «cessazione di amore»: cessazione di amore, che, appunto, non da luogo a «odio» ma a «condanna».
Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell’esistere, nel «provare sentimenti». Ora, poiché io — padre ideale – padre storico – condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l’idea della loro punizione.
Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la «punizione dei figli».
Solo che il coro, dotato di tanta immemore, e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la «colpa dei padri».

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Prefazione di Paolo Villaggio a "Fantozzi"

FANTOZZI, Paolo Villaggio
PREMESSA
Io non so scrivere in italiano. Nel parlare mi arrangio, anche perché astutamente sposto sempre la discussione su cinque argomenti già collaudati: il passaggio dal socialismo al comunismo, nuovi esempi di cinema underground americano, il secolo di Luigi XIV, magia e ipnotismo, sud-est asiatico. Non sono ancora “franato” sull’astrologia, ma una volta ho parlato per un’intera sera di Godard, ma sinceramente l’ho fatto solo quella volta, ed ero quasi ubriaco.
Nei cinque argomenti “collaudati” sono magnifico. Riesco ad intrappolare salotti romani, tavolate di ristoranti milanesi alla moda, settori interi di D.C. 9 voli AZ Roma-Milano, sulle condizioni di vita degli operai della catena di montaggio della Ducati o sulla rivoluzione culturale. Uso tecniche raffinate. Si parla di vacanze a Porto Rotondo? Beh, il passaggio alla catena di montaggio della Ducati è di una facilita irrisoria. Ecco la tecnica. Si lascia partire il più indifeso e meno importante dei presenti che si lamenta della scomodità della toilette su uno yacht tipo “ISCHIA” (queste tecniche non vanno mai usate coi potenti coi quali vi consiglio di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni “fasciste”) e poi all’improvviso gli si fa con un sorriso sarcastico la domanda: “Lei sa quanto tempo ha per andare al cesso un operaio della catena di montaggio della Ducati?”.
Questo un caso facile, ma una volta sono riuscito a portare al sud-est asiatico uno che mi stava spiegando come si fa un babà al rum. Ma non va dimenticato che io sono di una intelligenza mostruosa e di una abilità rivoltante. Però non so scrivere. Soprattutto non conosco l’uso del punto e virgola. Quando si usa? Non lo sa nessuno!
Gli italiani non sanno scrivere. Ho visto dei funzionari “tentare” delle lettere e insabbiarsi su una serie di premesse, di coordinate e subordinate dalle quali non sono più usciti.
I poveracci cominciano le lettere con dei: “A conoscenza, ed essendo ed avendo avuto notizia, nonostante che noi fottimo già da tempo dell’avviso…” qui molti strappano il foglio piangendo.
Un’esperienza poi agghiacciante e fare una semplice denuncia di smarrimento patente ad un commissariato di polizia. Si comincia con “Il sottoscritto tal dei tali” e si arriva dopo quattro ore fatalmente a “avendo stato lo scrivente quanto sopra già…” e qui si viene arrestati per oltraggio alla bandiera o per bestemmia in luogo pubblico.
Io uso lo stile dei commissariati di PS e quando l’Editore Rizzoli mi ha proposto di scrivere un “libro” su Fantozzi ero in malafede prima di accettare con entusiasmo. Poi mi hanno mandato un anticipo. Ed ecco il libro. Ma non è un libro assolutamente, e solo la raccolta delle storie di Fantozzi che ho scritto per L’Europeo, con qualche punto e virgola in più, buttato giù a caso. Scrivere non sarà mai il mio mestiere, è una cosa fatta per gioco.
Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi.
Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, e la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno “scherzo” quale deve essere tutta questa faccenda del “libro” e mi fermo qui. Mi rendo anche sinistramente conto che stavo andando verso uno dei cinque argomenti “collaudati”…

Roma, luglio ’71

Michele, 30 anni

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

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Il discorso di commiato del prof. Zarrow – Anesthesia, Tim Blake Nelson

But then, what do all these thinkers we’ve examined this semester have in common? If we truly explore to find a common thread? At the outset of a century that would constitute the bloodiest in human history. Along with scientific and technological advancements that would literally make us like Gods. Even as we began to dismantle the very meaning of God. They ask, what is a life? Does to live any longer have a how? Does it any longer have a why? Against a backdrop of industrialization, people will contend with alienation, dislocation, population on a mass scale, and murder on a mass scale. They’ll consider the constraints of truth. Whether metaphor or paradigm, with many concluding actual truth has never existed. A nexus in the great human saga, when we dared to trade the organizing bliss, of good and evil, right and wrong, as determined by a creator for other opiates: communism, socialism, capitalism, psychology, technology, any learnable system to replace what had begun to evaporate: the 20th century. My own. But also the one into which each of you was born. For many, an era of hope liberation, possibility. For others of abandonment and despair. A most human century in which we begin really to understand that Nietzsche was right: we are beautifully, finally, achingly, alone. In this void, philosophy at its worst becomes self-reflective, linguistic, semantic, relativism having rendered any discussion of right and wrong, good and evil, to be the quaint concerns of another age. At its most provocative, it asks other questions. Those concerned with locating our stranded selves, when meaning seems to have died, nothing less, in short, then ‘why do we live at all?’ and ‘what makes us who we are?’ They ask, ‘what now?’ And we’re still asking it. What will fortify us as another century, your century, commences? Do we abandon finally the search for truths that seem ever more elusive, even silly to some? The ethical? The moral? The good? Principles that by definition can never be prove when so much now can be proved? Or is all this finally and forever pointless? Are we done? We can destroy cities, alter the planet irreversibly, speak instantaneously face-to-face from across the globe, create life where there was to be none, even while intoxicating ourselves with it all. And yet, how do we still seek purpose? And where do we hope to find it if we’re so busy convincing ourselves there needn’t be any? And so we wander, eyes closed to the dark, while technology, science, medicine and godlessness blaze illusions around us, with less to guide us now than ever, seemingly omnipotent, but more human and just as afraid. These quandaries do not end with this course in a week from today. They begin. And I certainly haven’t taught these writers for 30 years just so you can drop references to existential thinkers and their antecedents at dinner parties. The crowd is untruth. In an era darkened by the false shade of imperviousness, you and those who pause to question, carry the light. It’s been a wonderful 34 years. Let’s not be strangers, either to one another, or more importantly, to everything we’ve learned from one another. May your best years be yet to come. And so for us all.

Stato e rivoluzione – Vladimir Lenin (estratto)

3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un debito pubblico.
"…In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, – scrive Engels – i funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla." Si fanno leggi speciali sulla santità e sull’inviolabilità dei funzionari. Il "più misero poliziotto" ha più "autorità" degli organi della società gentilizia, ma persino …il capo dell’esercito di un paese civile potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata"
Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912.
"…Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa"…Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi dello sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche "lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicché il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe". Così la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, Bismarck in Germania.

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Il deserto dei Tartari (Cap.25) – Dino Buzzati (estratto)

Capitolo 25
Un palo è piantato sul ciglio del gradone che taglia longitudinalmente la pianura del nord, a neppure un chilometro di distanza dalla Fortezza. Di là fino al cono roccioso della Ridotta Nuova il deserto si stende uniforme e compatto, così da permettere alle artiglierie di procedere liberamente. Un palo è confitto sull’orlo superiore dell’avvallamento, singolare segno umano, che si vede benissimo anche a occhio nudo dalla sommità della Ridotta Nuova.
Fin là sono arrivati gli stranieri con la loro strada. Il grande lavoro è finalmente compiuto, ma a che terribile prezzo! Il tenente Simeoni aveva fatto un preventivo, aveva detto sei mesi. Ma sei mesi non sono bastati per la costruzione, né sei mesi, né otto, né dieci. La strada è ormai finita, i convogli nemici possono scendere dal settentrione al galoppo serrato, per raggiungere le mura della Fortezza; dopo non resta che attraversare l’ultimo tratto, poche centinaia di metri su un terreno liscio ed agevole, ma tutto questo è costato caro. Quindici anni ci sono voluti, quindici lunghissimi anni che pure sono corsi via come un sogno. A guardarsi attorno niente sembra mutato.
Le montagne sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà anche qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale è il cielo, uguale il deserto dei Tartari se si eccettua quel palo nerastro sul ciglio del gradone e una striscia diritta, che si vede o non si vede secondo la luce, ed è la famosa strada. Quindici anni per le montagne sono stati meno che nulla e anche ai bastioni del Forte non hanno fatto gran male. Ma per gli uomini sono stati un lungo cammino, sebbene non si capisca come siano passati tanto presto.
Le facce sono sempre le stesse, pressappoco; le abitudini non sono mutate, né i turni di guardia, né i discorsi che gli ufficiali si fanno ogni sera. Eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nei volti i segni degli anni.
E poi la guarnigione è stata ancora diminuita di numero, lunghi tratti di mura non vengono più presidiati e vi si accede senza parola d’ordine, i gruppi di sentinelle sono distribuiti nei soli punti essenziali, si è deciso perfino di chiudere la Ridotta Nuova e di mandarci soltanto ogni dieci giorni un drappello per ispezione; tanto poca importanza dà oramai il Comando superiore alla Fortezza Bastiani. La costruzione della strada nella pianura del nord infatti non è stata presa sul serio dallo Stato Maggiore. Alcuni dicono ch’è una delle solite incongruenze dei Comandi militari, altri dicono che alla capitale sono certo meglio informati; evidentemente risulta che la strada non ha nessuno scopo aggressivo; non c’è del resto disponibile altra spiegazione, benché persuada poco.

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Il deserto dei Tartari (Cap.18) – Dino Buzzati (estratto)

Capitolo 18
L’uscio di casa fu aperto e Drogo sentì subito l’antico odore domestico, come quando, bambino ritornava in città dopo i mesi di estate in villa. Era odore familiare ed amico, eppure, dopo tanto tempo, vi affiorava alcunché di meschino. Gli ricordava sì gli anni lontani, la dolcezza di certe domeniche, le liete cene, la fanciullezza perduta, ma parlava anche di finestre chiuse, di compiti, di pulizia mattutina, di malattie, di litigi, di topi. "Oh, signorino!" gli gridò esultante la buona Giovanna che gli aveva aperto la porta. E subito arrivò la mamma; grazie a Dio non ancora cambiata. Seduto in salotto, mentre tentava di rispondere alle tante domande, sentiva mutarsi la felicità in tristezza svogliata. La casa gli pareva vuota in confronto ad un tempo, dei fratelli uno era andato all’estero, un altro era in viaggio chissà dove, il terzo in campagna. Soltanto la mamma restava e anche lei dopo un po’ dovette uscire per una funzione in chiesa dove la attendeva un’amica. La sua camera era rimasta identica, così come l’aveva lasciata, non un libro era stato mosso, pure, gli parve di un altro. Si sedette sulla poltrona, ascoltò il rumore dei carri nella via, l’intermittente vocio che veniva dalla cucina. Solo se ne stava nella sua stanza, la mamma pregava in chiesa, i fratelli erano lontani, tutto il mondo viveva dunque senza alcun bisogno di Giovanni Drogo.
Aprì una finestra, vide le case grigie, i tetti dopo i tetti, il cielo caliginoso. Cercò in un cassetto i vecchi quaderni di scuola, un diario che aveva tenuto per anni, certe lettere; si stupì di aver scritto lui quelle cose, non se ne ricordava proprio, tutto si riferiva a strani fatti dimenticati. Si sedette al piano, tentò un accordo, riabbassò il coperchio della tastiera. E adesso? si domandava.
Straniero, girò per la città, in cerca di vecchi amici, li seppe occupatissimi negli affari, in grandi imprese, nella carriera politica. Gli parlarono di cose serie e importanti, stabilimenti, strade ferrate, ospedali. Qualcuno lo invitò a pranzo, qualcuno si era sposato, tutti avevano preso vie diverse e in quattro anni si erano già fatti lontani. Per quanto tentasse (ma anche lui forse non era più capace) non riusciva a far rinascere i discorsi di un tempo, gli scherzi, i modi di dire. Girava la città in cerca dei vecchi amici – ed erano stati molti – ma finiva per ritrovarsi solo su un marciapiedi, con tante ore vuote davanti prima di far venire la sera. Di notte stava fuori di casa fino a tardi, determinato a divertirsi. Ogni volta usciva con le solite vaghe speranze giovanili di amore, ogni volta tornava deluso. Riprese a odiare la via che lo riconduceva a casa solitario, sempre uguale e deserta.

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Bagatelle per un massacro – Louis-Ferdinand Celine (estratto)

L’Ebreo che stupra o corrompe una donna non ebrea e anche la uccide deve essere assolto secondo giustizia, perché non ha fatto del male che a una giumenta. Il Talmud

« Cos’è che entra duro e esce molle ». Ecco un bell’indovinello… Quelli che sanno rispondono: il biscotto!…
I film sono lo stesso… Cominciano duri e finiscono molli… crème caramel alla merda!… in salsa « sentimento ».
Le folle ne mangiano a quattro palmenti, è la loro felicità, la loro ebbrezza, hanno bisogno della loro merda, la loro buona merda ebrea, merda-radio, merda-sport (tutti gli incontri di boxe, tutte le gare su strada e su pista sono truccati), merda-alcool, merda-crimine, merdapolitica, merdacinema, dentro a più non posso!… Mai troppo! Mai troppe stronzate! Mai troppo costose! La letteratura d’altronde li prepara ad apprezzare bene questa menna deliziosa. La letteratura si mette al livello, bisogna così, dei soggetti più avvilenti, più fritti e rifritti. Solo a questo prezzo vegeta, non sa più come ebraizzarsi maggiormente, piacere di conseguenza, infangarsi ancora un po’ di più, rincarare in sentimentaleria… Tutto in merda!… Più vicina sempre! Più vicina al popolo! più politica! più demagogica! Lo spirito « bancario » insomma… Lo spirito del buffone Tabarin (il 1630 è già giudeo)… Nel prossimo atto la pulce ammaestrata! Signori e signore, il popolo vi manderà a quel paese uno di questi giorni! Allora tutti in prigione!… e Robot, Cristo d’un Dio!… e avanti col surrealismo!… Il trucco dell’arte moderna è ancora più semplice!… ve lo mostrerò per niente… Fotografate un oggetto, uno qualsiasi, sedia, ombrello, telescopio, autobus, e poi scomponetelo in « puzzle »… Sparpagliate i pezzetti, quei ritagli, su un immenso foglio di carta, verde, crema, arancio. Poesia!… Avete capito?… Quando il robot vuole della poesia lo si rimpinza… E siamo solo all’ultimo stadio della decrepitezza naturalista, manierata, cosmeticizzata, napoletanizzata, persuasiva, leccacoso, urla-urla.

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L’anima del prete – William Butler Yeats (racconto completo)

Nei tempi antichi in Irlanda c’erano scuole prestigiose dove si insegnava alla gente ogni genere di sapere, e persino i più poveri a quel tempo avevano maggior cultura di molti gentiluomini al giorno d’oggi. Ma quanto ai preti, la loro scienza era superiore a quella di chiunque altro, cosicché la fama dell’Irlanda si diffuse in tutto il mondo e molti re di terre straniere mandavano i loro figli fino in Irlanda perché fossero educati nelle scuole irlandesi.
Ora, a quel tempo, c’era un ragazzino, allievo di una di queste scuole, che suscitava la meraviglia di tutti per la sua bravura. I suoi genitori erano solo dei contadini, e quindi erano poveri; eppure, benché fosse così giovane e così povero, non c’era figlio di re o di signore che potesse stargli alla pari quanto a cultura.
Metteva in imbarazzo persino i maestri; perché quando cercavano di insegnargli qualcosa diceva cose che essi non avevano mai udito prima, mostrando la loro ignoranza. Uno dei suoi punti forti erano le dispute; e andava avanti fino a dimostrarvi che il nero era bianco e poi, quando vi arrendevate, che nessuno poteva batterlo nella discussione, faceva marcia indietro, sosteneva che il bianco era nero, o magari che al mondo non c’era alcun colore. Quando fu cresciuto, i suoi poveri genitori erano così orgogliosi di lui che decisero di farne un prete, cosa in cui riuscirono infine, anche se dovettero ridursi quasi alla fame per trovare il denaro. Ebbene, non c’era in Irlanda un altro uomo colto come lui; ed eccelleva nelle dispute come non mai, tanto che nessuno poteva stargli alla pari. Persino i vescovi cercavano di parlare con lui, ma egli dimostrava loro immediatamente che non sapevano proprio nulla.
Ora, a quei tempi non c’erano insegnanti, ma erano i preti che insegnavano alla gente, e dato che quest’uomo era il più intelligente d’Irlanda, tutti i re stranieri gli mandavano i loro figli, fintanto che aveva posto in casa per ospitarli. Divenne dunque molto orgoglioso, cominciò a dimenticare le sue misere origini e, cosa peggiore, anche a dimenticare Dio, che l’aveva fatto così com’era. Fu preso dall’orgoglio di dissertare, cosicché passando da una cosa all’altra andò avanti per provare che non c’era Purgatorio, e poi che non c’era Inferno, Paradiso, e poi che non c’era Dio; e in ultimo che gli uomini non avevano anima, che non erano niente più dei cani o delle mucche e che quando morivano era la loro fine. «Chi mai ha visto un’anima?», diceva. «Se riuscite a mostrarmene una, ci crederò.» Nessuno sapeva rispondere; e infine tutti giunsero a credere che, non essendoci un altro mondo, ognuno in questo poteva fare quello che gli piaceva; ed era proprio il prete a dare l’esempio, che si prese per moglie una bella giovane.
Ma poiché non si poté trovare prete o vescovo in tutto il paese disposto a sposarli, fu costretto a leggersi da solo la funzione.

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