Waiting in the S.K.Y. – Max Scordamaglia

Waiting in the S.K.Y.Waiting In The S.k.y. : Musica generativa per umanisti
Non sono mai riuscito ad entrare in contatto con i numeri, li ho sempre visti come entità aliene, nemici in agguato pronti ad aggredire qualsiasi portatore di libero pensiero.
Addizioni, sottrazioni, divisioni, equazioni, multipli, numeri primi, algebra, matematica, algoritmi! Attacchi d’ansia incontrollabili, scontro impossibile con una materia dura e fredda come la grafite che scherma, nasconde e non permette di comprendere ciò che avviene dietro il nero tagliente che cela. Una relazione impossibile durata anni e non risolta che ha subito una svolta a dir poco magica grazie all’incontro con un maestro dell’esoterismo informatico, qualcuno che sa letteralmente interpretare e condividere, spiegandola, l’etica dei numeri e delle macchine che li usano come linguaggio espressivo. Massimiliano Scordamaglia sa colloquiare con l’astratto e freddo universo del calcolo e mentre lo fa riesce a spiegare, illuminandolo, quel lato da sempre oscuro che riguarda la generazione del calcolo che dona la vita ad eteree e affascinanti creature musicali. Musica generativa per umanisti, lontano dai pesanti dogmi della rigida dottrina contemporanea, in un continuo scambio che crea incredibile colta lievità e illuminante conoscenza di un mondo tutt’altro che distante e inaccessibile. Una lectio magistralis che Laverna ha l’onore di ospitare e diffondere gratuitamente, com’è sua amata consuetudine.
Mirco Salvadori

Max Scordamaglia – Waiting in the S.K.Y. (Laverna NetLabel – LAV70)
Guida e Scheda Tecnica
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Strategia della tensione – Carnera

Carnera - Strategia della tensioneScrivere di musica oggi e’ inutile e anacronistico percio’ evito, semmai ascolto e ascolto tanto. "Strategia della tensione" pero’ e’ un’altra cosa, e’ tante cose.
L’alba del 2015 s’e’ illuminata con due astri quando Carnera ha pubblicato online otto brani otto, come un vagito cosmico, come una dichiarazione di indipendenza, come un urlo primordiale perche’ di questo si tratta, un nuovo programmatico inizio di qualcosa gia’ formato e per nulla embrionale, in attesa soltanto di mettersi in moto.
Al primo ascolto l’impressione e’ che Carnera esista da sempre, virus latente che s’annida nelle coscienze e nei pensieri percio’ la sintonia e’ immediata, lo scatto fulmineo, protendersi una necessita’.
"Strategia della tensione" e’ prima di tutto struttura e sintassi, un discorso organico che precede i suoni, un concept album nell’etimo e nella sostanza, addentrandosi nel concetto molto piu’ che nel racconto, percio’ impone un’idea forte, fortissima devastante: solo la Bellezza ci potra’ salvare.
Scudo e spada, acciaio d’offesa e difesa, passo scandito dai tamburi battenti e ancestrali, il rimando all’alba del primo uomo di clarkeiana memoria, quell’osso di Guarda-la-luna che colpisce per scacciare l’orrore della notte, la notte della ragione. Rischiarare col fuoco vivo l’oscurita’ e di quel fuoco farsi portatori per chi nelle tenebre ci vive e vermina nel grigio di una a-moralita’ imposta. Potenza. La medesima potenza devastante di Junkie XL nel ritmo selvaggio di "Mad Max: Fury Road" e potrebbe Carnera aver illuminato la via anche a lui? 
Il controllo e’ totale, il taglio e’ preciso, a tratti par di sentire Bretschneider ma e’ solo uno dei tanti cattivi maestri. 
La Bellezza si diceva, Bellezza come fine e come mezzo e la violenza elettromeccanica e’ essenza di musica a programma, forme d’onda che rimbalzano come sillabe di un linguaggio da riscoprire e chi se non Shakespeare a dettarne le regole, fulgido didatta dell’Occidente e Carmelo Bene, suo allievo prediletto.
Situazionismo e muscoli dell’uomo nuovo, clangore digitale, ossessione postindustriale, florilegio di backwards echo per un asse del tempo da percorrere in ogni direzione possibile e non c’e’ tempo perche’ non c’e’ piu’ tempo. La barbarie avanza, i deboli si dicono giusti, il rigore deriso, gli equilibri sconvolti, l’innaturale naturalizzato.
Percio’ l’epica e’ lasciata ad altri progetti, nel manuale di sopravvivenza etica, c’e’ il ritmo giusto per proseguire.
La strategia e’ oramai  tesa, i muscoli li mette Carnera, che la vittoria sia nostra.
Per tutti, i brani in free download, a chi s’alza in piedi il duro, durissimo supporto fisico.

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Romeo e Giulietta – Sergei Prokofiev (Teatro Comunale di Bologna 27-06-2015)

Romeo e Giulietta - Sergei Prokofiev - Bologna 2015Scrivero’ di cose che sono e non sono state, di cio’ che so e cio’ che non so.
Parliamo di "Romeo e Giulietta " a teatro ma non della versione per grandi masse gaudenti e televisive bensi’ della classicissima trasposizione teatrale del dramma shakespeariano che Prokofiev scrisse nel 1935 non senza difficolta’ dato che mentre il mondo deprecava con orrore i libri bruciati dai nazisti, dall’altra parte Stalin internava e trucidava tutti gli artisti colpevoli di "arte degenerata", puntando direttamemente alla fonte del problema. Percio’ solo dagli anni ’60, la messinscena ebbe il giusto risalto, a distanza di sicurezza dal caro baffone ormai defunto e impagliato, con grande successo in Occidente grazie al coreografo Kenneth MacMillan al quale si debbono anche le coreografie della versione vista al Teatro Comunale di Bologna,
Posso scrivere dell’interpretazione orchestrale data dal direttore Giuseppe La Malfa, potente, incisiva, si potrebbe dire sin troppo marziale, l’enfasi sovietica che protende piu’ al teutonico che all’italiano, con le giuste misure punta piu’ a Wagner che a Prokofiev. Si fa per dire e’ ovvio ma il senso di massima e’ questo. L’orchestra resta quella del Teatro Comunale che ancora una volta si fa apprezzare per la grande precisione e il sapersi cucire addosso al profilo di chi la dirige. Superbo il III atto sotto ogni punto di vista. Scene di Mauro Carosi, bellissime e suggestive, imponenti eppure cariche di intima dolcezza all’occorrenza.  Altrettanto si puo’ dire dei costumi di Odette Nicoletti, in un rinascimento certo piu’ sfarzoso ed immaginifico del reale ma straordinariamente brillante, impressionista nel sottolineare ruoli e carattere dei personaggi. Non posso invece esprimermi sul Tchaikovsky Perm Opera and Ballet Theatre, tra i piu’ importanti corpi di ballo russi perche’ questo e’ il mio primo balletto a teatro e anche al cinema e televisione, non sto messo benissimo. Mi sono sembrati tutti molto bravi e preparati, ballerini e non di meno attori, il volto recitante quanto il corpo, poche sbavature che un occhio inesperto possa cogliere.
Mi sono piaciuti e oltre questo non vado ma per chi e’ alla prime armi come me, cio’ potrebbe bastare.
Tra le cose che non sapevo c’e’ che si puo’ andare a teatro al sabato pomeriggio o almeno non sapevo che vi fosse questa possibilita’ ancora oggi ed e’ una magnifica opportunita’ per tutti coloro che per ragioni diverse hanno difficolta’ a seguire le repliche serali o semplicemente per trascorrere un pomeriggio diverso dal solito.
C’e’ un’ultima cosa che non so. Vicino a me una signora di una certa eta’ lamentava che "Che dolore vedere il teatro mezzo vuoto. Piuttosto fate pagare il biglietto 10 euro ma non lasciatelo cosi’". Se da un lato il teatro non e’ a buon mercato, ma del resto i costi di una messinscena non sono certo equiparabili ad altre forme di spettacolo, il punto centrale non e’ solo il denaro quando si spendono 10 euro per un bicchiere di qualcosa, 500 per un telefono, 5000 per una borsa e 50000 per un’automobile. Se il 70% dei presenti e’ composto da over-60, se il rimanente della platea si divide tra turisti giapponesi e tedeschi, pochi ragazzi, forse studenti d’accademia musicale e due, dicasi due bambini attorno ai dieci anni, significa che qualcosa si e’ spezzato nel sistema educativo nazionale.
No, non ho una soluzione, o forse si,  tanto rammarico quello certamente.
Riempite quelle poltrone vuote, questo lo so,  questo posso dirlo, questo e’ importante.
C’e’ ancora tempo sino al 1 Luglio.

Pagina evento

Il suono giallo – Alessandro Solbiati

Il suono giallo - SolbiatiHo conosciuto Solbiati ascoltando "Lezioni di musica" sul terzo canale di RadioRai.
Teorico poderoso, didatta straordinario ma cio’ che colpisce in lui e’ la passione che sovrasta ogni mestiere, il pathos sopra tecnica e tecnicismi, il sano sentire della musica ben diverso dall’ascoltare. Insegnante di mestiere, compositore di talento innato, ho cercato quando e dove possibile, di ascoltare la sua produzione.
Come egli racconta, il teatro e’ per lui una conquista relativamente recente, diversi lavori prima di oggi e per una fortuita serie di concomitanze, il Teatro Comunale di Bologna presenta in anteprima assoluta "Il suono giallo", liberamente ispirato all’opera omonima di Vassilij Kandinskij.
Che Solbiati abbia scelto di rappresentare uno scritto di Kandinskij, non sorprende se ricostruiamo un percorso umano e professionale teso all’analisi introspettiva ed espressiva della musica, anzi un ritorno vero e proprio all’espressionismo e dell’espressionismo utilizzare tutti i meccanismo fondamentali.
Kandinskij sublimo’ la propria arte nella pura emotivita’ e il suo teatro non di meno segue la regola del parlare attraverso le sensazioni evocate piuttosto che alla figurazione letterale. Egli lo premette nei suoi scritti, o ci si sente partecipi oppure no, nessuna via di mezzo. L’artista propone forme e soprattutto colori in cerca di una sincronizzazione, una partecipazione emotiva comune e funziona o non funziona, altro non c’e’ da sapere.
Ecco, il "Suono giallo" di Solbiati e’ sostanzialmente la stessa cosa, si fonda sui medesimi principi e su questi soli serve basarsi. Stiamo parlando di teatro musicale, percio’ il lavoro di Solbiati risolve solo in parte, dove il resto della rappresentazione e’ in mano a Marco Angius alla direzione e Franco Ripa di Meana alla regia. Non trascurabile anzi fondamentale, il lavoro compiuto dallo scenografo Gianni Dessi assieme alle luci di Daniele Naldi, anime visive dei suoni di Solbiati e col compito altrettanto arduo di seguire le indicazioni dell’artista russo, sempre sull’onda espressionista da lui definita.
Ecco, date le premesse sarebbe pura accademia analizzare o spiegare, mettersi a caccia di significati e significanti, quando il solo presupposto e’ il soggettivo sentire.
A me ha entusiasmato, sotto ogni punto di vista e cio’ potrebbe bastare.
Il suono giallo - Solbiati 2La messinscena e’ a dir poco stupefacente rapportando le indicazioni di Kandinskij con quanto si e’ visto sul palco. Dessi e Ripa di Meana sfruttano le scarne indicazioni in loro possesso e le rielaborano in piena autonomia, rafforzando ancor di piu’ il senso complessivo del disagio emotivo col passaggio dall’ordine al caos, nascita e rinascita, entropia emotiva e umana con risoluzione finale, laddove comunque dal caos puo’ emergere la vita e la salvezza.
Fino ad un certo punto e’ un paradosso ma sono proprio le musiche di Solbiati ad essere programmaticamente piu’ rigorose nella forma e nella sostanza, in molti momenti letterali nella perfetta trasposizione del testo in melodia. A lui percio’ il compito piu’ arduo e’ la maggiore difficolta’ di comprensione rispetto l’esposizione del testo.
Eppure mi ha emozionato, forse perche’ conscio del meccanismo che richiede di non incedere nell’analisi ma al contrario lasciarsi andare cercando un’oscillazione sincronica con musica, testo e rappresentazione.
Pubblico delle grandi occasioni, mi pare si dica cosi’. Non il tutto esaurito ma credo posa definirsi un successo dato il carattere dell’opera. Applausi calorosi a conclusione e ad ascoltare i commenti, di sincero apprezzamento. Soprattutto la rappresentazione, la piu’ leggibile del resto, forse qualche perplessita’ in piu’ per le musiche ma cio’ era prevedibile per via di una fruizione piu’ faticosa che come detto richiede conoscenze musicali importanti oltre al puro ascolto. In aiuto viene certamente il libretto dell’opera, rivelatore e guida pratica nella genesi e negli intenti de "Il suono giallo"
Spero che la rappresentazione non si fermi con queste giornate bolognesi e molti altri abbiano la possibilita’ di godere di uno spettacolo straordinario. C’e’ ancora tempo per Bologna, approfittatene.

Scheda Evento

Duran Duran: Unstaged – David Lynch

Duran Duran UnstagedComplementare alla mostra di Lynch, trovo i Duran Duran e c’e’ da ammetterlo, e’ qualcosa che non ti aspetteresti. Non e’ roba nuova, ne avevo letto in precedenza ed e’ evidente che non mi sono sbracciato per procurarmelo ma nel contesto della mostra ci stava e non rinnego il piacere verso un gruppo che ho vissuto ai tempi giusti e che ho rivisto live al loro ritorno. Poi Lynch e’ Lynch e se aggiungiamo il grande schermo nella superlativa sala dei congressi del MAST. , il gioco e’ fatto.
I nomi in ballo sembrano incompatibili ma Lynch nella breve presentazione al concerto ci racconta che i Duran Duran gli hanno fatto fare molti sogni e in questo scambio onirico, il rapporto ci sta.
In sostanza parliamo del concerto che la band ha tenuto al Mayan Theater di Los Angeles nel 2011, live trasmesso in webcast per la gioia dei fan di tutto il mondo. Un evento globale che richiedeva una grande firma, sponsor danarosi e un regista che in vena di documentari, deve aver preso la palla al balzo.
Sulla performance degli ex ragazzi non c’e’ molto da dire, o piacciono o non piacciono. Pare strano ma fui teenager anche io e come tutti salii sul treno di cio’ che il mercato proponeva, percio’ i Duran Duran non mi dispiacevano, anzi lo dico ancora oggi con la massima convinzione, i primi due album sono ottimi, su certi episodi straordinari. Li si ritrova con trent’anni in piu’, ma chi ne ce li ha, e in fondo non sono cambiati moltissimo.
Simon ingrassato? Meno di quanto si pensi. Nick Rhodes inizia ad incartapecorirsi sempre senza la benche’ minima emozione e John Taylor sviluppa l’aria da eterno Gianni Morandi. A questo proposito devo dire che scopro col live un bassista molto ma molto piu’ in gamba di quanto ricordassi. Ad ogni modo sempre loro, brani nuovi e giu’ nel tempo sino alla sempre sublime "Planet Earth". E Lynch? Pensiamoci, cosa avrebbe potuto fare un regista come lui di fronte ad un lavoro commissionato con committenti da rispettare, il volere degli sponsor e il grado di comprensione del pubblico? Molto poco, percio’ Lynch si limita a sovrapporre alla frenesia delle riprese, tutte molto rapide, ravvicinate ed in bianco e nero, un secondo strato colorato, spesso lisergico e comunque a tema con la canzone, piccoli videoclip, alcuni banali come sovrapporre un lupo ad "Hungry Like the Wolf" o un sole stilizzato a "(Reach Up for The) Sunrise", altri quantomeno piu’ esotici e misteriosi. E’ vero che chiunque poteva farlo ma questo chiunque si chiama Lynch e onestamente non credo potesse chiedere di meglio o di piu’.
Mi e’ piaciuto perche’ mi piacciono loro, percio’ trovo sia un presupposto fondamentale, Lynch e’ un optional di lusso.

Scheda IMDB

Einstein on the beach – Philip Glass, Robert Wilson (teatro)

Einstein on the beachOltre ai classici canali, abitiamoci, anzi sfruttiamo cio’ che le nuove tecnologie offrono perche’ sempre piu’ spesso, risultano essere non alternativa ma la sola possibilita’ di vedere certi spettacoli. E’ il caso delle recente riproposizione di “Einstein on the beach” che nel 2012 i fortunati spettatori del Théâtre du Châtelet in Francia, hanno potuto godere personalmente. Per il resto del mondo, la tv francese ha pensato bene di non disperdere l’evento, associando alla rappresentazione, una diretta in streaming che in differita oggi purtroppo non piu’ disponibile sul sito Culturebox.frnacetvinfo.fr o su YouTube.
La straordinarieta’ dell’evento non e’ soltanto legata alla fama e al successo planetario di quest’opera, quanto per l’importanza che ha rivestito nel definire un nuovo tipo di teatro e portare all’attenzione del grande pubblico Philip Glass e il minimalismo che rappresenta.
Diciamo subito che la caratteristica piu’ evidente, per quanto sia la piu’ irrilevante, e’ la durata che sfiora le 5 ore. Non e’ poco, lo stesso Glass ha dichiarato di non aver mai assistito ad una sua rappresentazione senza concedersi delle pause e comunque e’ previsto che bon-ton richiesto a teatro, venga in questa occasione scavalcato, problema che comunque non si pone allo spettatore telematico che anzi ha il vantaggio di gestire il tempo a suo piacimento. Sia chiaro pero’ che una durata di questo genere non e’ certo un vezzo.
Sappiamo che le musiche di Glass e il minimalismo in genere, necessitano di un ampissimo respiro per essere compresi, meglio dire introiettati nell’ascoltatore che solo attraverso l’assimilazione delle dinamiche tonali e ritmiche prolungate e continuate, riesce ad entrare nel mantra del suono, ma non e’ solo questo.
Sia Glass che Wilson, ricordiamo il coautore di “Einstein on the beach”, di Glass le musiche e suo tutto il resto, provengono dalle esperienze performative del Living Theater, dagli happening, manifestazioni non convenzionali anche nella gestione del tempo che perde la sua valenza costante variando o dilatandosi al volgere della situazione.
In base a cio’ per esigenza, per stile e Zeitgeist, l’opera doveva necessariamente espandersi lungamente in durata, anche perche’ il racconto diviso in nove capitoli e cinque raccordi, lo esige.
Parliamone se si vuole ma “Einstein on the beach” va visto e vissuto, sentito, ragionato e cavalcato come un destriero che sa anche essere bizzoso.
Per cio’ che concerne la mia esperienza, conoscevo l’opera s’intende e piuttosto bene considerando la passione che ho per Glass e aggiungo che mai ho avuto interesse nell’andare oltre le musiche ma quando ho scovato il video, compreso si trattasse della versione integrale, ho iniziato a vederlo con l’incapacita’ fisica e mentale di staccarmi da esso malgrado le difficolta’ oggettive del seguirlo dall’inizio alla fine. Ebbene con tutti gli ascolti, col libretto sottomano e l’attenta analisi prestata, non si puo’ comprendere la portata dell’opera senza inclidere l’esperienza visiva che non solo introduce un ulteriore elemento alla sua complessita’ ma ne amplifica la portata, stravolgendo completamente ogni valenza che la sola musica attribuiva. Gli autori affermano di non aver previsto un significato univoco, non un senso compiuto marmorizzato nel racconto, con l’intenzione di lasciare aperta ogni possibile chiave di lettura. Onestamente non ho idea se esiste una linea di pensiero o una sinossi ufficiale, per cio’ che mi riguarda si tratta della piu’ fenomenale rappresentazione delle leggi fisiche che governano l’universo che sia mai stata scritta e creata. Lo spazio, il tempo, la materia e l’energia sono li’ davanti e noi e le regole che li amministrano e persino cio’ che chiamiamo caos o caso, le leggi che non conosciamo, danzano attorno alla formulazione metafisica non del cosmo ma della sua struttura.
Formidabile, formidabile e shockante, sbagliando nel credere che la musica bastasse per tutto.
Opera che si puo’ amare oppure odiare e che permette anche l’indifferenza ma serve affrontarla.

Rappresentazione completa su YouTube

Siegfried – Salmo delle Tempeste + Live Scandiano, 05-04-2014

Siegfried 2014-3Nei giorni in cui il rock era furioso ed eroico, le produzioni erano copiose e cariche di un’energia straordinaria.
Nei ”70 funzionava cosi’, ed ogni band, grande o piccola che fosse, usciva con un nuovo album praticamente una volta o piu’ all’anno e che contrasto coi nostri miseri tempi di produzioni multimilionarie e plastificate per supermercati della musica con clienti d’allevamento.
Per quanto impossibile, gruppi come i Siegfried hanno forza ed idee per ribellarsi al lassismo di una deriva musicale inarrestabile, un po’ mi sorprende e non dovrebbe perche’ il progetto Siegfried dalla forza e dalle idee e’ fortificato, armi di difesa ed attacco di chi conosce la difficolta’ del viaggio fuori dai sentieri gia’ tracciati e affronta la folla controcorrente.
Come nei tempi antichi, solo un anno e’ trascorso dal precedente "Cementoacciaio" e con gioia prendo nuovamente parte al rito d’iniziazione dal sapore antico, che vuole il nuovo lavoro presentato durante una serata speciale colma con l’energia del live e da meditare poi sull’argento del CD.
Siegfried 2014-1Si, solo un anno ma qualcosa e’ cambiato ben oltre il poco tempo trascorso, laddove tutto e’ cresciuto, ingigantito e non parlo di tecnica ma di consapevolezza.
Leo, Fabrizio, Gigi, Lucia e Yari, sono sempre loro, nulla e’ diverso eppure e’ palpabile il cambiamento di chi sempre piu’ e sempre meglio ha compreso la forza dei propri mezzi.
Innanzitutto il suono. Nuova produzione del Disciplinatha Cristiano Santini che dimostra come il controllo non imbrigli l’energia bensi’ la liberi con forza decuplicata. Prendiamo "Nella nebbia", brano del loro primo album che qui riarrangiato esce dai canoni consueti del neo-folk per risplendere di nuova luce struggente e bellissima, commovente eppur forte della tragedia che racconta. Il confronto qui e’ diretto ma rispetto il lavoro precedente non si puo’ non sentire l’ulteriore spostamento verso l’onda che in Italia fu davvero nuova, negli anni in cui Firenze e l’I.R.A. reinventavano la chitarra di Marr e The Edge, dove gente come Maroccolo riscriveva il basso prima di Hook poi di "Pornography", scandendo il ritmo di nuovi riti. Ripeto, c’era gia’ tutto ma piu’ embrionale e spigoloso.
Siegfried 2014-2Ineccepibile prova dell’accresciuta maturita’, e’ nella voce di "Leo" Leonardi, marziale come sempre eppure carica di nuove e dolcissime sfumature dove nelle ballate "alla Siegfried" si esalta e rafforza i racconti di coraggio ed eroismo che in lui hanno testimone privilegiato.
Gia’ i testi. Raffinati, colti, di chi non e’ costretto ad una sola idea e sempre del duo Poletti / Leonardi, non cessano di stupire nelle storie di guerra e d’amore,nell’ode allo spirito dell’uomo.
La nobilta’ ottocentesca di soldati, terra e cavalli raccontata da Conrad e Tolstoj e’ in parte soppiantata dall’epica guerriera delle battaglie del secolo breve ma resta il messaggio dell’acciaio di Mishima e le tempeste jungeriane che si fondono nell’anarchia di Jules Bonnot al quale, non a caso, e’ dedicato l’album. Parole piu’ precise, un gesto di rivolta, colpi a rosa stretta sul corpo putrido dei vincitori incapaci di far tacere  chi vuole uscire dal gregge a farsi branco.
Percio’ si canta l’altro fronte del Don a Stalingrado, cosi’ come s’alzano in piedi i martiri della taciuta guerra civile che ha straziato la carne di inermi a fine II conflitto mondiale, altra storia da conoscere e moltiplicare.
Non mancano i riferimenti di sempre, dove il tragico destino di "Luisa Ferida" di Mercy e gli Ianva s’accomuna a "Nella nebbia" e al contrario l’orgogliosa "Nero d’ossa" trova il miglior Ferretti e insieme raccolgono quanto hanno saputo seminare nel corso degli anni.
Un ultimo appunto sulla grafica e packaging a cura di Simone Poletti alias Dinamo Innesco Rivoluzione, non nuovo a piccoli gioielli ma che ancora una volta ha saputo inventare un’opera d’arte sottraendo l’involucro alla banalita’ del mercato.
Ma a questo punto mi sono dilungato sin troppo. Mi trovo spesso a combattere con la voglia di liquidare un prodotto perche’ ogni parola e’ una parola di troppo ma questo e’ uno dei rari casi in cui devo frenare l’entusiasmo per non apparire insincero. Le mie parole pero’ sono nulla, contano i Siegfried, la musica e la Storia.
Serve ascoltarli e nel piccolo passo di un CD, andare oltre in ogni senso possibile.

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Benjamin Britten: A time there was – Tony Palmer

Benjamin Britten time there wasL’occasione nasce dal centenario dalla nascita di Britten che quest’anno viene celebrata in tutto il mondo. Bologna fa la sua parte e tra le diverse iniziative, la presentazione del documentario "A time there was", proiettato all’interno di una sala del Teatro Comunale, idea interessante che dovrebbe far riflettere come a costo praticamente pari a zero, sia possibile creare un evento, far muovere persone, agitare acque, insomma dal nulla e con nulla, contribuire a diffondere cultura.
Documentario per la televisione datato 1979, girato quindi a pochi anni di distanza dalla morte di Britten avvenuta nel 1976 all’eta’ di 63 anni.
Il breve lasso di tempo intercorso dalla scomparsa, permette ricordi recenti e concede interviste ai protagonisti col trauma della perdita in parte assorbita ma ancora viva nella memoria, la giusta equidistanza dal dolore e la pace della dimenticanza.
La vita di Britten viene ripercorsa sin dalla nascita, ricordi ed aneddoti che grazie ai racconti delle sorelle, del fratello, amici e parenti, delineano una figura straordinaria e riconosciuta fin dai primi anni d’eta’.
Genio molto ben compreso si potrebbe dire e proprio per questo non esibito, non forzato a nulla che non fosse in equilibrio coi ritmi della famiglia borghese nella quale era cresciuto.
Qualche anno prima del secondo conflitto mondiale, parti’ con Peter Pears, tenore, collaboratore e compagno, per andare negli Stati Uniti, tornando in patria qualche anno dopo in un’escalation di fama sempre crescente e innumerevoli successi che fecero di lui uno dei piu’ grandi compositori contemporanei.
Britten morira’ nel 1976 dopo aver concluso "Death in Venice" dall’omonimo romanzo di Mann.
Cio’ che emerge dal documentario e’ la figura di un uomo predestinato al successo e che del successo volle cogliere non un fine ma un mezzo per diffondere la propria musica, per raccontare storie, forse sublimare aspetti di se’ in apparenza espliciti ma non accettati fino in fondo e non e’ azzardato collegare l’omosessualita’ all’opera di Mann, commovente nel parallelo della fine del protagonista.
Documentario inevitabilmente interessante ma alla fine pero’ si avrebbe voluto piu’ introspezione, una maggiore ricerca sulle motivazioni indotte dalle sue scelte letterarie, quali percorsi l’hanno condotto sui sentieri musicali intrapresi, insomma delle sue opere vi sono accenni senza ragioni oltre al sentimento e l’estro.
Britten da ascoltare, poi volendo anche da vedere.

Scheda IMDB

30 anni di Ortodossia – Massimo Zamboni

30 anni di OrtodossiaAmmetto di aver trascurato Zamboni. Non sottovalutato, non ignorato e nemmeno dimenticato, semplicemente accantonato.
La fede incrollabile in Ferretti, il mio rispetto e l’ammirazione per un uomo che tanto mi ha dato con la sua musica e la cui saggezza si aggiunge parimenti all’arte, occupano molto del mio campo visivo.
Ecco, diciamo che in mezzo a tanta luce, un faro seppur potente non sempre e’ visibile.
Complice Facebook trovo pubblicato l’annuncio del live girato a fine Agosto 2012 al Campo Volo di Reggio Emilia ed e’ celebrazione, nostalgia, incontro tra amici, anche sfruttamento di un passato famoso. Che importa.
Cosi’ m’imbatto nella clip promozionale e la curiosita’ diventa una folgorante rivelazione e in qualche modo una sconvolgente sorpresa.
Per molti di noi, per me certamente, i CCCP, CSI e produzioni attorno, furono Parola ed un quanto tale era facile pensarli come ad una emanazione prevalente di Ferretti ma quelle canzoni oggi, anche se interpretate da una donna, anche se lontane nel tempo, grazie ai suoni della chitarra di Zamboni hanno risuonato nelle ossa passando direttamente per stomaco e cuore, le ho riconosciute dall’odore, dalla rabbia mai assopita, da qualcosa d’indefinito che attende di urlare. 
Non c’e’ voluto molto per comprendere quanto i CCCP fossero anche suono, giuste frequenze portanti di idee.
Me ne sono innamorato all’istante e all’istante ho partecipato al progetto Music Raiser per averlo assieme all’ultimo lavoro di Zamboni e Baraldi.
C’e’ un difetto in tutta l’operazione, la breve durata perche’ si vorrebbe ascoltare ancora e ancora oltre l’oretta e 10 che comunque sono sufficienti a spalancare le porta al passato che sa essere presente e non perde di spessore, tantomeno energia se nel passaggio troviamo Angela Baraldi, Nada o Giorgio Canali alla voce e Fatur divenuto in volume il triplo di cio’ che era, incarna come sempre una teatralita’ necessaria alla dissacrazione, colui che rivendica una nuova via e in quanto tale agnello sacrificale sull’altare delle convenzioni.
La musica dei CCCP vive a prescindere da chi l’interpreta, dal tempo e dalla caduta di muri e da altri sostituiti, vive ignorando cio’ che e’ stato, proiettandosi un un futuro che ha sempre piu’ bisogno di antica saggezza.
Documentario e live d’importante valore artistico e letterario, necessario per vedere e rivedere, capire perche’ no, in fondo perfetto cosi’ nelle sue imperfezioni, nelle considerazioni, nelle interpretazioni, nelle affinita’ e nelle divergenze. Cercavamo il mondo nuovo; e’ sempre stato li’.

Siegfried – Cementoacciaio (live 01-03-2013 + CD)

Siegfried - CementoacciaioSi cresce, dopo un certo tempo si invecchia e ci si sposta verso grandi eventi o al contrario su raffinatissimi ed intimistici ascolti fatti di piccoli gesti e grande respiro. Fa tutto parte del gioco della vita, inutile darsi troppa pena ma talvolta l’occasione si fa forte e si ribalta la stretta ordinarieta’ degli anni.
L’uscita del secondo album dei Siegfried e il concerto di presentazione, e’ un modo per cambiare questo stato di cose, una scusa per uscire dal proprio tempo e tuffarsi in una dimensione trascorsa ormai da molti anni ma non sufficienti ad opacizzarne il ricordo.
La sala del concerto e’ intima, ognuno conosce qualcuno e quando la band  iniziare a suonare, e’ ritrovare il senso profondo della musica come rito di appartenenza, gioia di esserci, sensazione inebriante dopo tanto tempo.
Confronti, ecco la chiave di lettura di questa uscita discografica e dell’evento che ne e’ seguito.
Emilianissimi i Siegfried, come me, come la produzione del CD, come le mura che hanno ospitato il concerto. Quest’Emilia "sazia e disperata, con o senza TV" come cantava Ferretti Lindo Giovanni, altro illustre concittadino di una terra un tempo felice, sospesa tra leggenda e verita’, anch’egli come noi tutti "figlio d’una terra di opposti… dove i drappi dell’ideologia son tetro sipario d’ogni apostasia" ed ecco come i Siegfried, le loro canzoni, i loro testi, la loro stessa presenza in luoghi dove ogni forma di pluralismo e’ da sempre osteggiata, divengono inevitabile ragione di confronti su diversi piani di lettura.
Tornare quindi a parlare di anni ’80 nel ricordo come si diceva, di notti all’insegna della musica, quando l’Emilia era una piazza importante nel circuito musicale e con la forza di un volano trascinava band e ascoltatori ad uscire dalle cantine e farsi forti nei locali, nelle sale, nelle infinite sagre dedicate a non importa cosa. 
Da quegli anni esce la voce limpida ed evocatrice di Giovanni Leo Leonardi e la chitarra figlia della new wave mediterranea che dalla Firenze dell’IRA sino alla Spagna degli "Heroes del silencio", ha dato lustro ad un’epoca. 
Band poderosa i Siegfried, impeccabili sul freddo CD cosi’ come lo sono dal vivo nel mezzo dei guai tecnici che nulla tolgono alla performance ma anzi sottolineano il carattere.
Suono non d’imitazione ma chiara scelta di stile che appartiene orgogliosamente ad una generazione, da sentir scorrere nei paralleli del tempo e della memoria laddove "ribolle il sangue" senza nostalgia ma con la forza del ricordo.
Siegfried - Cementoacciaio - 2Ricordi e suggestioni appunto, solidi nei testi fieri di padri illustri, Mishima, Conrad, Junger, Tolstoj tra i tanti, nomi cullati dalla storia che non viene raccontata, parallelo tra una cultura presunta ed istituzionalizzata contro il bisogno di sapere che diviene "una scelta pratica, un’esigenza estetica, una pretesa etica, ruvida e pragmatica". 
Ancora confronti tra una luogo reale e come viene raccontato, quella Rozzemilia in cui la gente e’ "cresciuta a pane e salame" tra "letture giuste e i discorsi in sezione", laddove "tutti sono onesti e tutti sono pari e tutti hanno le palle democratico-popolari", illusione di un sistema crollato sotto le macerie del terremoto o forse servirebbe dire che a crollare e’ stato il paravento di un sistema demolito da tempo, ancor prima di quel muro berlinese che ne tracciava l’illusione e mascherava l’orrore.
Solo i Siegfried potevano raccontare questa semplice verita’, non certo i milionari ed accondiscendenti cantanti che lavano con gli spiccioli il sangue della menzogna, tra gli applausi del potere compiacente e dei sudditi festanti.
Confronto tra cio’ che e’ e cio’ sembra, confronto tra una cultura fiera e libera e la monocolore ed informe apparenza e l’ultimo dei confronti e’ proprio tra il mondo negato e quello possibile, il desiderio di possedere altre parole, altre idee, altra filosofia che i Siegfried sanno offrire a chi vuole ascoltare e soprattutto capire.
Produzione superba sotto ogni punto di vista, dal packaging all’ultimo dei suoni e se ancora ci si illude di trovarsi tra "la Via Emilia e il west", la musica la conosciamo fin troppo bene ma se questa Via Emilia la si dovesse percorrere verso Thule, allora i Siegfried sono la giusta colonna sonora.

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