Gli ultimi giorni dell’umanità – Luca Ronconi, Karl Krauss

Gli ultimi giorni dell'umanità - Luca RonconiNel 1990 Ronconi s’imbraco’ in una operazione gigantesca, per molti impossibile al punto che l’autore stesso a suo tempo disse irrealizzabile.
Nella grande struttura del Lingotto, Ronconi porta in scena la monumentale opera di Krauss che scrisse nei giorni stessi del primo conflitto mondiale del quale traccia una parabola altissima e molto, molto articolata.
Opera si diceva monumentale in pagine parlando del testo scritto, in volume e comparse parlando della trasposizione teatrale.
Che Ronconi cercasse come regola un nuovo linguaggio da esprimere nel teatro, fa parte della sua storia e della sua cifra stilistica, percio’ l’occasione di portare in scena il testo del commediografo austriaco, immagino si stata un’occasione molto ghiotta per lui, oltre naturalmente la sfida e la comunanza col tema trattato.
Difficile riassumere, impossibile anzi e del resto il presupposto del contesto e della vita dello scrittore e’ necessaria per comprendere a fondo la sua opera. L’inizio della rappresentazione e’ l’inizio della Prima guerra Mondiale, motivi, cause e pretesti, omicidi pre-meditati, un meccanismo quello della guerra che sempre meno ha a che fare con l’onore e sempre piu’ col profitto. Krauss si moltiplica freudianamente nelle tante voci narranti e si circonda di tutti i personaggi possibili, in fondo tutte vittime, soltanto con diversi gradi di consapevolezza.
I dialoghi, spesso i monologhi, rimbalzano nelle bocche dei personaggi e fisicamente attraverso set mobili e scorrevoli sui binari del Lingotto, stratificati in orizzontale e verticale e in continuo movimento, mezzi e uomini fluidi in un tappeto ordinato di pubblico a sua volta attore di se stesso, gente comune che vive all’interno della storia e della messinscena eppure estranea ad essa, senza possibilita’ di parola ed opinione.
Non voglio entrare nel senso dell’opera di Krauss e nell’interpretazione di Ronconi, compito ingrato che richiede ben altri spazi. Mi limito ad apprezzare il tentativo peraltro riuscito, di creare qualcosa di nuovo ed importante, certo unico. La sensazione soprattutto all’inizio e’ di uno sforzo piu’ autocelebrativo che esplicativo, Ronconi idealmente si sbraccia e il tono si alza ma e’ difficile distinguere l’edonismo dall’umorismo tetro dell’austriaco, poi pero’ si entra nel testo e la rappresentazione resta di sfondo dietro le parole che come macigni segnano una tesi che inizia antimilitarista e si allarga alla stampa, alla societa’ tutta, al potere e all’economia. Non sempre Krauss e’ condivisibile ma c’e’ del vero e una lucidita’ innegabile quanto terribile se proiettata nei decenni a venire.
Luci e ombre o meglio bei momenti ed ingenuita’ in entrambi ma non si puo’ non apprezzare lo sforzo e il risultato.
Opera costata un botto, soldi Rai, quindi pubblici, sempre molto generosa con chi vuole ma ugualmente e’ una rappresentazione che merita di essere guardata, capita, anche criticata ma serve esserci.

Pagina Luca Ronconi

Romeo e Giulietta – Sergei Prokofiev (Teatro Comunale di Bologna 27-06-2015)

Romeo e Giulietta - Sergei Prokofiev - Bologna 2015Scrivero’ di cose che sono e non sono state, di cio’ che so e cio’ che non so.
Parliamo di "Romeo e Giulietta " a teatro ma non della versione per grandi masse gaudenti e televisive bensi’ della classicissima trasposizione teatrale del dramma shakespeariano che Prokofiev scrisse nel 1935 non senza difficolta’ dato che mentre il mondo deprecava con orrore i libri bruciati dai nazisti, dall’altra parte Stalin internava e trucidava tutti gli artisti colpevoli di "arte degenerata", puntando direttamemente alla fonte del problema. Percio’ solo dagli anni ’60, la messinscena ebbe il giusto risalto, a distanza di sicurezza dal caro baffone ormai defunto e impagliato, con grande successo in Occidente grazie al coreografo Kenneth MacMillan al quale si debbono anche le coreografie della versione vista al Teatro Comunale di Bologna,
Posso scrivere dell’interpretazione orchestrale data dal direttore Giuseppe La Malfa, potente, incisiva, si potrebbe dire sin troppo marziale, l’enfasi sovietica che protende piu’ al teutonico che all’italiano, con le giuste misure punta piu’ a Wagner che a Prokofiev. Si fa per dire e’ ovvio ma il senso di massima e’ questo. L’orchestra resta quella del Teatro Comunale che ancora una volta si fa apprezzare per la grande precisione e il sapersi cucire addosso al profilo di chi la dirige. Superbo il III atto sotto ogni punto di vista. Scene di Mauro Carosi, bellissime e suggestive, imponenti eppure cariche di intima dolcezza all’occorrenza.  Altrettanto si puo’ dire dei costumi di Odette Nicoletti, in un rinascimento certo piu’ sfarzoso ed immaginifico del reale ma straordinariamente brillante, impressionista nel sottolineare ruoli e carattere dei personaggi. Non posso invece esprimermi sul Tchaikovsky Perm Opera and Ballet Theatre, tra i piu’ importanti corpi di ballo russi perche’ questo e’ il mio primo balletto a teatro e anche al cinema e televisione, non sto messo benissimo. Mi sono sembrati tutti molto bravi e preparati, ballerini e non di meno attori, il volto recitante quanto il corpo, poche sbavature che un occhio inesperto possa cogliere.
Mi sono piaciuti e oltre questo non vado ma per chi e’ alla prime armi come me, cio’ potrebbe bastare.
Tra le cose che non sapevo c’e’ che si puo’ andare a teatro al sabato pomeriggio o almeno non sapevo che vi fosse questa possibilita’ ancora oggi ed e’ una magnifica opportunita’ per tutti coloro che per ragioni diverse hanno difficolta’ a seguire le repliche serali o semplicemente per trascorrere un pomeriggio diverso dal solito.
C’e’ un’ultima cosa che non so. Vicino a me una signora di una certa eta’ lamentava che "Che dolore vedere il teatro mezzo vuoto. Piuttosto fate pagare il biglietto 10 euro ma non lasciatelo cosi’". Se da un lato il teatro non e’ a buon mercato, ma del resto i costi di una messinscena non sono certo equiparabili ad altre forme di spettacolo, il punto centrale non e’ solo il denaro quando si spendono 10 euro per un bicchiere di qualcosa, 500 per un telefono, 5000 per una borsa e 50000 per un’automobile. Se il 70% dei presenti e’ composto da over-60, se il rimanente della platea si divide tra turisti giapponesi e tedeschi, pochi ragazzi, forse studenti d’accademia musicale e due, dicasi due bambini attorno ai dieci anni, significa che qualcosa si e’ spezzato nel sistema educativo nazionale.
No, non ho una soluzione, o forse si,  tanto rammarico quello certamente.
Riempite quelle poltrone vuote, questo lo so,  questo posso dirlo, questo e’ importante.
C’e’ ancora tempo sino al 1 Luglio.

Pagina evento

Il suono giallo – Alessandro Solbiati

Il suono giallo - SolbiatiHo conosciuto Solbiati ascoltando "Lezioni di musica" sul terzo canale di RadioRai.
Teorico poderoso, didatta straordinario ma cio’ che colpisce in lui e’ la passione che sovrasta ogni mestiere, il pathos sopra tecnica e tecnicismi, il sano sentire della musica ben diverso dall’ascoltare. Insegnante di mestiere, compositore di talento innato, ho cercato quando e dove possibile, di ascoltare la sua produzione.
Come egli racconta, il teatro e’ per lui una conquista relativamente recente, diversi lavori prima di oggi e per una fortuita serie di concomitanze, il Teatro Comunale di Bologna presenta in anteprima assoluta "Il suono giallo", liberamente ispirato all’opera omonima di Vassilij Kandinskij.
Che Solbiati abbia scelto di rappresentare uno scritto di Kandinskij, non sorprende se ricostruiamo un percorso umano e professionale teso all’analisi introspettiva ed espressiva della musica, anzi un ritorno vero e proprio all’espressionismo e dell’espressionismo utilizzare tutti i meccanismo fondamentali.
Kandinskij sublimo’ la propria arte nella pura emotivita’ e il suo teatro non di meno segue la regola del parlare attraverso le sensazioni evocate piuttosto che alla figurazione letterale. Egli lo premette nei suoi scritti, o ci si sente partecipi oppure no, nessuna via di mezzo. L’artista propone forme e soprattutto colori in cerca di una sincronizzazione, una partecipazione emotiva comune e funziona o non funziona, altro non c’e’ da sapere.
Ecco, il "Suono giallo" di Solbiati e’ sostanzialmente la stessa cosa, si fonda sui medesimi principi e su questi soli serve basarsi. Stiamo parlando di teatro musicale, percio’ il lavoro di Solbiati risolve solo in parte, dove il resto della rappresentazione e’ in mano a Marco Angius alla direzione e Franco Ripa di Meana alla regia. Non trascurabile anzi fondamentale, il lavoro compiuto dallo scenografo Gianni Dessi assieme alle luci di Daniele Naldi, anime visive dei suoni di Solbiati e col compito altrettanto arduo di seguire le indicazioni dell’artista russo, sempre sull’onda espressionista da lui definita.
Ecco, date le premesse sarebbe pura accademia analizzare o spiegare, mettersi a caccia di significati e significanti, quando il solo presupposto e’ il soggettivo sentire.
A me ha entusiasmato, sotto ogni punto di vista e cio’ potrebbe bastare.
Il suono giallo - Solbiati 2La messinscena e’ a dir poco stupefacente rapportando le indicazioni di Kandinskij con quanto si e’ visto sul palco. Dessi e Ripa di Meana sfruttano le scarne indicazioni in loro possesso e le rielaborano in piena autonomia, rafforzando ancor di piu’ il senso complessivo del disagio emotivo col passaggio dall’ordine al caos, nascita e rinascita, entropia emotiva e umana con risoluzione finale, laddove comunque dal caos puo’ emergere la vita e la salvezza.
Fino ad un certo punto e’ un paradosso ma sono proprio le musiche di Solbiati ad essere programmaticamente piu’ rigorose nella forma e nella sostanza, in molti momenti letterali nella perfetta trasposizione del testo in melodia. A lui percio’ il compito piu’ arduo e’ la maggiore difficolta’ di comprensione rispetto l’esposizione del testo.
Eppure mi ha emozionato, forse perche’ conscio del meccanismo che richiede di non incedere nell’analisi ma al contrario lasciarsi andare cercando un’oscillazione sincronica con musica, testo e rappresentazione.
Pubblico delle grandi occasioni, mi pare si dica cosi’. Non il tutto esaurito ma credo posa definirsi un successo dato il carattere dell’opera. Applausi calorosi a conclusione e ad ascoltare i commenti, di sincero apprezzamento. Soprattutto la rappresentazione, la piu’ leggibile del resto, forse qualche perplessita’ in piu’ per le musiche ma cio’ era prevedibile per via di una fruizione piu’ faticosa che come detto richiede conoscenze musicali importanti oltre al puro ascolto. In aiuto viene certamente il libretto dell’opera, rivelatore e guida pratica nella genesi e negli intenti de "Il suono giallo"
Spero che la rappresentazione non si fermi con queste giornate bolognesi e molti altri abbiano la possibilita’ di godere di uno spettacolo straordinario. C’e’ ancora tempo per Bologna, approfittatene.

Scheda Evento

Sinfonia d’autunno – Gabriele Lavia (teatro)

Sinfonia d'autunno, teatro Lavia"Sinfonia d’autunno" e’ per me qualcosa di piu’ di un semplice film, va oltre l’intrattenimento per quanto elevato esso sia. In esso il vertice di uno dei piu’ importanti cineasti del secolo scorso, laddove il cinema e’ un segmento all’interno dell’opera di un grande artista e un grande uomo, un uomo dalla vita complessa e di esperienze ancora piu’ complesse.
Il rispetto e l’ammirazione per Bergman, suscitano in me un tale rispetto che difficilmente avrei accettato una riscrittura da un nome meno importante di Lavia o meglio dovrei dire, da un regista importante quanto Lavia e con la sensibilita’ di Lavia. "Sinfonia d’autunno", traccia l’iperbole del confronto tra madre e figlia, mescolando in esso precise dinamiche femminili, compito improbo senza una precisa conoscenza della Donna, sia essa femmina, madre o figlia. Per arte ed esperienza, Lavia e’ stato all’altezza, non senza una deviazione programmatica del testo, declinato al dramma dell’artista.
Io resto fedele alla tragedia di due donne, una madre che voleva essere figlia e una figlia che voleva essere madre, non desiderandolo la prima, senza poter essere genitore la seconda. Incrocio di anime, di persone, di ruoli e affetti, quegli stessi incroci che Bergman esalta confondendo la finzione con la realta’, mescolando se’ stesso padre e partner della Ulmann, madre di sua figlia che nel 1978 era adolescente e nella finzione figlia della splendida Ingrid Bergman. Non solo, in "Sinfonia d’autunno" c’e’ soprattutto il Bergman figlio di quel pastore protestante che nel bene e nel male tanto ha inciso nella vita del regista e nello scontro delle due donne, v’e’ anche lo scontro ribaltato al maschile col padre, perche’ i conflitti, con accenti diversi, in fondo sono i medesimi.
Il padre torna anche nella figura di Viktor, il marito di Eva, anch’egli pastore protestante ma al contrario del genitore, uomo silenzioso, comprensivo e passivo percio’ solido riferimento per la mente dii Eva, legata con un filo sempre piu’ sottile alla ragione, in pratica il lato buono della figura paterna.
Il testo di Lavia formalmente si discosta poco e nulla da quanto fece Bergman, ovvi aggiustamenti dovuti al palcoscenico, piu’ forza al personaggio di Viktor interpretato da Danilo Nigrelli, enfasi sulla madre Charlotte che la signora del teatro Anna Maria Guarnieri, restituisce amplificata per necessita’ e per scelta e infine la figlia, una Valeria Milillo la cui interpretazione piu’ si discosta da Eva della Ulmann portandola in scena piu’ nevrotica che repressa, stato emotivo che sposta completamente il confronto tra le due donne.
Troppo il gap tra gli attori per tentare un confronto diretto, meglio separarli con i due testi
In conclusione non posso dirmi deluso ma riconosco il mio limite di restare troppo ancorato all’originale e l’incapacita’ di sganciarmene senza troppi confronti. Non mi e’ piaciuto lo spostamento freudiano di Lavia che  smarrisce il dramma in una solitudine dei protagonisti diversa da quella voluta da Bergman, l’impossibilita’ di risolvere che in Lavia si esaurisce nella psiche mentre per il regista svedese esplode in scena quando e’ troppo tardi per ognuno sfuggire alla propria natura, perdendo in fondo la vera tragedia dove tutti sono vittime, inclusa quella Charlotte che per Lavia e’ fulcro e origine di un diffuso male di vivere che alimenta e distrugge l’arte.
Non so dire che valutazione avrei dato senza conoscere l’originale, certo e’ che nella versione di Lavia, della "sinfonia" (ma bisognerebbe dire del "concerto") resta solo l’autunno.

Einstein on the beach – Philip Glass, Robert Wilson (teatro)

Einstein on the beachOltre ai classici canali, abitiamoci, anzi sfruttiamo cio’ che le nuove tecnologie offrono perche’ sempre piu’ spesso, risultano essere non alternativa ma la sola possibilita’ di vedere certi spettacoli. E’ il caso delle recente riproposizione di “Einstein on the beach” che nel 2012 i fortunati spettatori del Théâtre du Châtelet in Francia, hanno potuto godere personalmente. Per il resto del mondo, la tv francese ha pensato bene di non disperdere l’evento, associando alla rappresentazione, una diretta in streaming che in differita oggi purtroppo non piu’ disponibile sul sito Culturebox.frnacetvinfo.fr o su YouTube.
La straordinarieta’ dell’evento non e’ soltanto legata alla fama e al successo planetario di quest’opera, quanto per l’importanza che ha rivestito nel definire un nuovo tipo di teatro e portare all’attenzione del grande pubblico Philip Glass e il minimalismo che rappresenta.
Diciamo subito che la caratteristica piu’ evidente, per quanto sia la piu’ irrilevante, e’ la durata che sfiora le 5 ore. Non e’ poco, lo stesso Glass ha dichiarato di non aver mai assistito ad una sua rappresentazione senza concedersi delle pause e comunque e’ previsto che bon-ton richiesto a teatro, venga in questa occasione scavalcato, problema che comunque non si pone allo spettatore telematico che anzi ha il vantaggio di gestire il tempo a suo piacimento. Sia chiaro pero’ che una durata di questo genere non e’ certo un vezzo.
Sappiamo che le musiche di Glass e il minimalismo in genere, necessitano di un ampissimo respiro per essere compresi, meglio dire introiettati nell’ascoltatore che solo attraverso l’assimilazione delle dinamiche tonali e ritmiche prolungate e continuate, riesce ad entrare nel mantra del suono, ma non e’ solo questo.
Sia Glass che Wilson, ricordiamo il coautore di “Einstein on the beach”, di Glass le musiche e suo tutto il resto, provengono dalle esperienze performative del Living Theater, dagli happening, manifestazioni non convenzionali anche nella gestione del tempo che perde la sua valenza costante variando o dilatandosi al volgere della situazione.
In base a cio’ per esigenza, per stile e Zeitgeist, l’opera doveva necessariamente espandersi lungamente in durata, anche perche’ il racconto diviso in nove capitoli e cinque raccordi, lo esige.
Parliamone se si vuole ma “Einstein on the beach” va visto e vissuto, sentito, ragionato e cavalcato come un destriero che sa anche essere bizzoso.
Per cio’ che concerne la mia esperienza, conoscevo l’opera s’intende e piuttosto bene considerando la passione che ho per Glass e aggiungo che mai ho avuto interesse nell’andare oltre le musiche ma quando ho scovato il video, compreso si trattasse della versione integrale, ho iniziato a vederlo con l’incapacita’ fisica e mentale di staccarmi da esso malgrado le difficolta’ oggettive del seguirlo dall’inizio alla fine. Ebbene con tutti gli ascolti, col libretto sottomano e l’attenta analisi prestata, non si puo’ comprendere la portata dell’opera senza inclidere l’esperienza visiva che non solo introduce un ulteriore elemento alla sua complessita’ ma ne amplifica la portata, stravolgendo completamente ogni valenza che la sola musica attribuiva. Gli autori affermano di non aver previsto un significato univoco, non un senso compiuto marmorizzato nel racconto, con l’intenzione di lasciare aperta ogni possibile chiave di lettura. Onestamente non ho idea se esiste una linea di pensiero o una sinossi ufficiale, per cio’ che mi riguarda si tratta della piu’ fenomenale rappresentazione delle leggi fisiche che governano l’universo che sia mai stata scritta e creata. Lo spazio, il tempo, la materia e l’energia sono li’ davanti e noi e le regole che li amministrano e persino cio’ che chiamiamo caos o caso, le leggi che non conosciamo, danzano attorno alla formulazione metafisica non del cosmo ma della sua struttura.
Formidabile, formidabile e shockante, sbagliando nel credere che la musica bastasse per tutto.
Opera che si puo’ amare oppure odiare e che permette anche l’indifferenza ma serve affrontarla.

Rappresentazione completa su YouTube

Sabato domenica e lunedì – Toni Servillo, Paolo Sorrentino

Sabato domenica e lunedì - Toni Servillo, Paolo SorrentinoInizia ufficialmente la mia piccola retrospettiva su Sorrentino.
Ci sara’ modo di approfondire il lavoro del regista partenopeo ma soprattutto sul cinema italiano oggi. Essendo io un originalone, metto alla prova il duo Sorrentino/Servillo, perche’ di duo dobbiamo parlare, in una regia congiunta o nello specifico Servillo alla regia teatrale, Sorrentino a quella televisiva, entrambi alle prese con un classico del teatro italiano del ‘900 e ancora piu’ classico del teatro napoletano.
A casa Priore il ragu’ della domenica e’ un rito, un centro attorno al quale si raccoglie la famiglia, la sua storia e il suo futuro e se la famiglia, come struttura, organizzazione e idea, ha problemi, e’ nel rito che ha modo di dialogare, collidere e riprendere contatto con se stessa.
Conflitti tra moglie e marito ma anche confronto coi figli, le nuove generazioni che come sempre, credono di essere migliori delle precedenti e forse lo sono per davvero.  E poi gli altri, i vicini, gli amici, i confidenti, le famiglie allargate partenopee che comprendono vari gradi di comunanza, legami di onore e amicizia forti come il sangue.
Classica commedia di Eduardo De Filippo, classica nel soffermarsi in termini critici sulla famiglia che gia’ dal dopoguerra, in special modo col benessere dal momento in cui la prima rappresentazione e’ datata 1959, iniziava a scricchiolare. Lascio ogni analisi agli esperti anche perche’ poco centrano coi nostri eroi in sensi stretto.
De Filippo deve essere gestito da conterranei, per sensibilita’ ed esperienza e attenzione bene, e’ un suo limite, quindi con la coppia, il testo e’ rispettato nel profondo del significato. Servillo e’ indubbiamente bravo ma avendo in mente l’interpretazione di Eduardo, trovo quest’ultima piu’ efficace nel celare il rancore di Peppino il protagonista, facendone una questione piu’ intima e amplificando cosi’ il dramma nel momento topico, laddove Servillo piu’ palese, pare disturbato non soltanto dal sospetto di tradimento della moglie.
Sorrentino ci mette del proprio, cerca soluzioni cinematografiche con cambi d’inquadratura piu’ serrati, primi piani e zoomate, soluzioni atipiche per questo tipo di rappresentazione. Andando oltre la superficie del testo, usa l’occhio della telecamera per creare primi piani che marchiano il protagonista del momento oltre i dialoghi e le situazioni. Elabora contasti e prospettive azzardate, quasi espressioniste, effetti inediti per il teatro televisivo, il tutto senza alcuna sperimentazione ma col polso fermo di chi sa esattamente cosa vuole ottenere.
Il momento clou del confronto tra i coniugi durante il pranzo domenicale e’ un esempio straordinario di regia, non solo per il teatro ma per il cinema tutto, merito degli attori ma di Sorrentino in particolare.
Non sono un fan di Eduardo, un po’ per mancanza di sensibilita’ verso le sue storie, poi per gusto sulle tematiche che affronta, trovando l’antecedente Pirandello e faccio un nome del piu’ grande, piu’ moderno di lui.
Ancor meno mi piacciono le rappresentazioni delle sue opere che non lo vedono coinvolto in prima persona essendo stato un attore superbo ma Servillo e Sorrentino si sono fatti ascoltare e veder con piacere.

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Riccardo III (teatro) – Carmelo Bene

Riccardo III (teatro) - Carmelo BeneBene e Shakespeare, ancora una volta un connubio vincente e come sempre una una reinvenzione che crea non contrapposizione bensi’ un nuovo punto di partenza declinato al pensiero del grande artista pugliese.
Adattamento televisivo della versione teatrale, molto dura, molto cruda quindi riarrangiata per il piccolo schermo e non significa ridotta o menomata anzi al contrario Bene, dei limiti imposti dal mezzo e dalla politica televisiva, crea qualcosa di nuovo e peculiare ed e’ nuovo veramente, un’opera dall’opera.
Bene e’ li’, volto tagliato dalla luce, luce uniforme, compatta, colore desaturato e immediatamente il contrasto col Bene cinematografico salta all’occhio.
Brillante e psichedelico sul grande schermo, la differenza televisiva e’ persino traumatica ma come sottolinea Deleuze sul saggio "Un manifesto di meno", il Bene televisivo non e’ quello cinematografico per via del mezzo certo ma ancor piu’ nel bisogno di raccontare una storia molto diversa le cui immagini sono parte integrante del testo.
Il punto centrale dell’analisi deleuziana e di conseguenza del dramma, e’ la sottrazione, sintesi ottenuta eliminando dall’opera originale ogni altro personaggio che non siano le donne e al centro Riccardo, duca di Gloucester.
Bene come detto elimina il colore, poi dimezza le luci che a stento delineano il suo profilo, oscurita’ nella quale sprofonda, ovvia metafora di un’anima che niente piu’ ormai puo’ salvare dall’abisso. In tutto questo gli specchi, riflessi dell’onirico che diviene protagonista e nel contempo ego che si ammira e riflette su se stesso, altre prospettive che nulla possono oltre il sottolineare la tragedia di un uomo assetato di potere e che per questo e’ disposto a perdere tutto e a sua volta perdersi. Le donne, vedove, madri ed amanti girano nel suo cerchio, vittime rancorose eppure consce di un ruolo importante nella distruzione di colui che ha calpestato loro la vita.
Passive ma non arrese, rassegnate forse ma indomite come solo le donne sanno essere.
Silenziose, dialoghi immaginati ma non immaginari, parlano attraverso il corpo, frenetico svestirsi e vestirsi, nude per confondere, non per confondersi e lui Riccardo si crede padrone ma ottiene soltanto cio’ che loro sono disposte a concedere. E in mezzo a tutto questo, egli muta, si trasforma, il mostro dentro all’anima che prende possesso del corpo e con questo gesto, una possibile espiazione, sincerita’ manifesta che non giustifica ma quantomeno non si nasconde. L’espediente della deformita’ fu di Shakespeare ma l’attore spinge oltremodo sull’anima corrotta del protagonista e la mutazione e’ progressiva quanto lo fu nel Dorian Gray di Wilde. 
C’e’ tanto di Carmelo Bene, tantissimo. Siamo alla fine degli anni ’70, quarant’anni e piu’ di vita, la meta’ dei quali spesi sul palcoscenico e purtroppo non altrettanti ancora da vivere con la consapevolezza che il meglio fosse gia’ alle spalle o almeno gran parte di esso. Tanti segreti, poche rinunce, un harem di donne sul palco molto simili a coloro che lo circondavano nella realta’. La Mancinelli ad esempio. Nel ruolo di madre, la Duchessa di York, forte equivalenza con la verita’ del loro rapporto ma indicatore di una condizione che da li’ a pochi anni vedra’ la separazione artistica e umana. Bene che si vanta e si condanna, senza cessare di compiacersi e del resto ne ha ben donde.
Egli un mostro? Certo, lo abbiamo amato per quello e lui lo sapeva, ecco percio’ il mostrarsi senza troppe remore e con un ghigno beffardo. Come sempre accade, con Bene si discute, si litiga perfino, scuote i luoghi comuni ma non si puo’ fare a meno di restare incantati ed ammirati, una gloriosa declinazione al sublime.

Riccardo III su YouTube

Ritratto d’ignoto – Diego Fabbri

Ritratto d'ignotoE’ possibile che librerie con migliaia di volumi in loro possesso non abbiano nulla di Diego Fabbri, uno dei piu’ importanti commediografi italiani? Si e’ possibilissimo in quest’Italia che si riempie la bocca della parola "cultura" a patto che a servirla in tavola sia il solito cuoco. E non importa se vie, teatri e scuole gli siano state dedicate quando non essere allineato lo confina all’oblio. Cosi’ funziona nella terra dei premi Nobel per la letteratura autori di testi sputacchiati a smorfie.
Per questa ragione trovare un suo libro sull’immancabile bancarella di modernariato librario e’ di per se’ un evento da non farsi scappare.
Tanto bella quanto essenziale, questa prima edizione Vallecchi del 1962 e’ opera teatrale dimenticata ma importante per comprendere cio’ che presto sarebbe avvenuto all’interno della Chiesa Cattolica, quella scissione di azione e pensiero che a rivoluzione culturale conclamata, si sarebbe arresa alle pressioni centrifughe all’interno d’essa, smarrita in rivoli di correnti confuse ed incoerenti.
Fabbri, esponente di spicco della cultura cattolica, nelle sue opere non si e’ mai risparmiato di criticare nell’intento di tracciare nuove vie, far uscire in strada idee ammuffite nelle canoniche e riprendere contatto con una societa’ i cui cambiamenti iniziavano a farsi evidenti gia’ nel 1962 anno del testo, adeguandoli soprattutto al nuovo clima politico che andava mutando nell’equilibrio di forze della guerra fredda ma ancora di piu’ in un momento in cui al credente non si poteva piu’ proporre un  ruolo passivo e fideistico ma critico e responsabile. 
Il tentativo di agganciare l’onda crescente marxista anche attraverso una critica del basso in stile "cento fiori" maoista si manifesta attraverso la discussione del protagonista assente, il defunto Giacomo Ronconi, capro espiatorio dell’apparato e delle idee che lo sostennero in vita. Facile il parallelo con la politica dove da li’ ad un anno, Moro avrebbe presieduto il primo governo di centrosinistra della Repubblica italiana, situazione non estemporanea, tantomeno casuale ma figlia di una sequenza di eventi che lasciamo analizzare agli storici.
Tornando al testo, e’ sin troppo evidente il problema oggi piu’ che mai e’ vivo e presente: quanto deve pesare il personale di un uomo di fronte alle sua vita pubblica. Voluta dalle piu’ alte sfere del Vaticano, la biografia di Ronconi da poco deceduto in un incidente aereo, portera’ ad analizzare oltre le sue opere anche le sue omissioni, perche’ ripercorrere la vita di un uomo, e’ anche il giudicare il suo operato.
Quanto e’ lecito spingersi nel privato di qualcuno e quanto questo puo’ inficiare cio’ che ha saputo realizzare in vita. L’etica del "chi e’ veramente un buon cattolico", travalica quindi la domanda in senso stretto ma certo ne focalizza gli intenti.
Fabbri fu un grande scrittore perche’ fu pensatore attivo, offre risposte al contrario di ben piu’ blasonati colleghi, che si limitano a puntare il dito con superbia ed arroganza. Fabbri non impone, propone e cio’ lo distingue.
Per quanto sforzi si necessitano, leggere Fabbri e’ importante, doveroso in primo luogo a se stessi, poi per comprendere meglio l’oggi attraverso la storia.

Memorie di Adriano – Giorgio Albertazzi

Memorie di Adriano - AlbertazziPochi sanno resistere al testo della Yourcenar e d’altronde come e’ possibile non farsi trascinare nella biografia appesa tra storia e fantasia, operazione che eleva la mera didattica a pura lirica, sfruttando le invenzioni dell’autrice non come fine ma mezzo per definire la complessita’ storica ed umana dell’imperatore Adriano.
A che serve quindi porsi troppe domande sulla verita’ storica quando una figura del passato viene strappata dalla bidimensionalita’ del testo e trasformata alchemicamente in corpo con braccia, gambe, muscoli, dolore e amore, forza declinata a metafora dell’esistenza, parabola del cerchio della vita.
Ebbene a quel corpo serviva un volto e onestamente non riesco a pensare nessuno meglio di Albertazzi capace di mescolare la propria arte con la nobilta’ dell’imperatore.
Albertazzi, egli stesso imperatore del teatro di ogni tempo e luogo, figura gia’ epica  e destinata all’immortalita’ dei grandi, e’ l’unico con la dignita’ e la potenza del gesto per la messinscena.
Prima ancora di una parola, di uno sguardo, la figura bianco vestita per un imperatore reinventato da Armani, trasmette imperiosa dignita’, la stanchezza di un uomo che suo malgrado deve cessare di essere cio’ che la sua mente esige, un guerriero che sa di perdere l’ultima battaglia, quella della malattia.
Eppure gia’ sconfitto s’erge grandioso nel racconto di una vita spesa nell’ardore di un semidio, aggirandosi tra le rovine di Villa Adriana a Tivoli, cancellando il degrado del tempo che anzi nei suoi segni nobilita e accresce l’imponenza del luogo e della persona.
E’ persino banale esaltare la recitazione di Albertazzi, anzi e’ riduttivo pensare ad una finzione quando non per un istante si dubita che la sua voce sia quella dell’imperatore, che i suoi gesti non siano altro che ripetizione di quanto Adriano avrebbe fatto, mosso, compiuto e la passione per la vita, per le armi e la poesia, tutte importanti e in lui racchiuse, entrano nella narrazione come un amico che alla fine dei suoi giorni, voglia lasciarci il bene suo piu’ prezioso, i ricordi e le esperienze. Opera totale e totalizzante, imperiosa, e’ il caso di dirlo, e commovente.
Regia non sempre azzeccata ma sono inezie per un pubblico avido di Albertazzi e il suo imperatore.
Imperdibile il testo della Yourcenar, imperdibile Albertazzi ed imperdibile questa riduzione televisiva ricavata dall’originale teatrale.

Ricorda con rabbia – John Osborne (completo)

L’appartamento monocamera dei Porter in una grande città dell’Inghilterra centrale.
La scena : Una camera abbastanza ampia ricavata da una soffitta di una grande casa vittoriana. I mobili sono in gran parte modesti e piuttosto vecchi.
A destra, un massiccio cassettone coperto di libri, cravatte e oggetti disparati, tra cui un grosso orsacchiotto spelacchiato e un soffice scoiattolo.
Jimmy e Cliff sono seduti su due ampie poltrone di cuoio assai malconce. Stanno leggendo.
Jimmy è un giovane alto e magro di circa venticinque anni ; è uno sconcertante miscuglio di sincerità e di allegra malignità, di tenerezza e di spietata crudeltà, un impasto capace di renderlo antipatico sia alla gente sensibile sia a quella insensibile. A molti può sembrare sensibile al punto da essere volgare, ad altri semplicemente uno che parla troppo. Essere violenti come lui è, a un certo punto, un modo di non compromettersi.
Cliff ha la stessa età, è basso, bruno, di ossatura forte ; è un tipo tranquillo e disteso, quasi al punto di apparire letargico, con un’intelligenza naturale, ma non brillante. Se Jimmy allontana l’amore, Cliff sembra esigerlo, o esigerne almeno la dimostrazione, anche dalle persone più riservate. La sua personalità costituisce un placido contrappeso a quella di Jimmy.
Alison è in piedi, china su un’asse da stiro. La sua personalità è meno facile a comprendersi. La sua è intonata su una chiave diversa, una chiave di contegnoso disagio. Ha più o meno la stessa età dei due uomini. In qualche modo, la loro diversità fisica rende la bellezza di lei molto più appariscente di quanto non sia in realtà.
E’ alta, snella, bruna.
Il suo viso è lungo e delicato, c’è nel suo sguardo una sorprendente riservatezza.
I suoi occhi sono grandi e profondi, tanto da escludere ogni ambiguità.
Dopo un po’, Jimmy butta via il giornale.

Jimmy Io mi domando perché passo così tutte le domeniche. Persino le recensioni dei libri sembrano le stesse della settimana scorsa. I libri cambiano, le recensioni no. Hai finito di leggere quello ?

Cliff Non ancora

Jimmy Io ho letto tre colonne intere sul Romanzo Inglese. Anche a te i giornali della domenica fanno questo effetto, che ti senti ignorante ?

Cliff Per niente

Jimmy Bé, tu sei ignorante. Sei un contadino. (Ad Alison) E tu, mogliettina ? Non sei una contadina, tu ?

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